Quando si parla di haiku si pensa sempre a qualcosa di inafferrabile. Parole lievi ed essenziali che, mentre vengono pronunciate, o meglio bisbigliate, sfuggono. Suoni che quasi si perdono, come i fiori di ciliegio che cadono o come il tonfo di una rana nello stagno. Tutto rimanda alla nostra fugacità.
Cosa ci resta dopo un haiku?
Malinconia? Bellezza? Un sorriso? Un’immagine? Una domanda? Un desiderio? Il più delle volte potrebbe non restarci nulla, tanto è breve la loro vita. E siamo costretti a rileggere, con lo sforzo di conservare qualcosa.
Su La Lettura del 7 ottobre 2018 (#358), sfogliandolo distrattamente alla ricerca di qualcosa che possa colpirmi, trovo una sopresa: tavole di Andrea Accardi che illustrano un haiku di Roberto Recchioni.
Ecco l’autunno/scintillano le spade/ultimi fuochi
Si tratta di uno spin-off che anticipa l’uscita di Chanbara. Il lampo e il tuono, graphic novel per la SBE, previsto per l’11 ottobre.
Haiku e samurai risulta sempre una combinazione perfetta. Entrambi appartengono alla transitorietà delle cose. Entrambi si nutrono di mono-no-aware, la sensibilità delle cose.
Famosi sono i componimenti Jisei (componimento di morte) che venivano scritti dai samurai prima di fare seppuku o prima di un’importante battaglia.
Anche una vita generosa
non è che una coppa di sake;
una vita di quarantanove anni
è passata in un sogno;
io non so cosa sia la vita, né la morte.
Gli anni passano: ma tutto è sogno.
Uesugi Kenshin
Nell’haiku illustrato su La Lettura ritroviamo lo stesso spirito: la quiete, la forza e la morte. Il tutto ricamato da un rosso pallido, che dona ai tratti una certa immobilità, un’attesa quasi estatica. Sembra quasi di essere lì dentro, di osservare i due samurai che si contendono la vita. Sembra di sentirlo quel sole al tramonto e quel vento che sposta le foglie e i pensieri.

In quelle tavole non c’è solo l’Oriente. L’ultimo verso mi fa pensare al romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, dal titolo, appunto, Gli ultimi fuochi. E se non fosse morto, probabilmente sarebbe stato il suo capolavoro. Un libro che resta, anche lui, nella transitorietà delle cose.

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