La distanza tra me e i fiori

 

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Lo ammetto. Per un po’ di tempo non mi sono presa cura dei miei fiori, delle mie piante. Ci passavo davanti, notavo la terra secca, bisognosa di acqua, le foglie rinsecchite assumevano colori tetri, cupi, i moscerini iniziavano a volteggiare dispettosamente intorno agli steli. Riuscivo a innaffiare solo il bonsai. Non so perché. Forse per il fatto che vive in casa con noi. Nonostante la fragile cura, anche lui iniziava a perdere le sue foglie. Lo capiva che erano attenzioni distratte, stanche, disamorevoli. La rottura della normalità è una bestia feroce. Mi mancava fotografare la vita, le città, il movimento. Poi un giorno mi accorgo che, tra gli steli del ciclamino, ci sono delle gocce nascoste. E allora capisco che anche quella vita poteva essere fotografata, Quella vita fatta di tante minuscole particelle che, il più delle volte, non chiedono niente a nessuno. E se qualcuno si dimentica di loro, piangono di nascosto, dove tu non puoi vederle, e lentamente muoiono, senza chiederti nulla. Però, se guardi bene, lì dove devi usare le mani per spostare le foglie marce, c’è nuova vita che spunta. E silenziosamente cresce ciò che di nulla ha bisogno, mentre PJ Harvey e Nick Cave hanno sostituito clacson e voci di città.

I can’t get down and I won’t get down / And stay all night with thee / For the girl I have in that merry green land / I love far better than thee / And the wind did howl and the wind did blow.      

 

 

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