Isabelle Huppert: ritratto di una voce a partire dal suo corpo letterario

Alcuni testi nascono per raccontare, testimoniare, ricordare, elogiare. Huppert et moi di Richard Millet potrebbe sembrare, in apparenza, un elogio a un’icona del cinema francese. In realtà, Millet scrive una lunga meditazione su Isabelle Huppert a partire da una coincidenza: entrambi sono nati nel marzo del 1953, con tredici giorni di differenza: […] ces treize jours d’aînesse suggèrent qu’Huppert m’a non seulement précédé dans le temps mais qu’elle a toujours été là, et que, d’une certaine façon, je l’ai toujours connue (p.23). Una meditazione che non si limita alla sola figura dell’attrice, ma a tutto il cinema, a partire dalla voce che è corpo vibrante della recitazione: […] la voix en tant qu’elle est l’épiphanie du corps de l’acteur, lequel n’a d’autre fonction que de rendre visible sa voix en lui donnant corps […] (p.10).

Ed è proprio sulla voce che l’autore insiste, voce che diventa metafora di un mondo alla deriva, insignificante e apolitico. Millet riprende sicuramente i temi a lui cari, che lo hanno reso scrittore in azione nella sua campagna contro la fine della civiltà europea e di quella francese in particolare, dove, ritornando al cinema, tutti gli attori potrebbero essere sostituibili, tranne Isabelle Huppert, che diventa come un’isola solitaria in un paesaggio artistico desolato.

“Corpo femminile”, “corpo letterario”, “corpo politico”: con le sue caratteristiche “neutre e discrete”, simili a quelle della ragazza della porta accanto, Huppert sfida ogni stereotipo e attraversa gran parte della storia letteraria europea, incarnando personaggi come Madame Bovary, Charlotte de Le affinità elettive, Madame de Maintenon, Anne Brontë: Le corps d’Huppert: on le devinait ou l’imaginait menu. Il paraît aussi lisse et clos que son visage; il ne dit rien. Silencieux, ni beau ni laid, il peut être voué à tous les rôles ou aux gémonies (p. 33).

Dopo una breve analisi di alcuni film che la rendono protagonista, da Violette Nozière a La pianiste, l’autore infrange quello specchio in cui egli stesso si riflette, entrando in una dimensione senza tempo. Parlare di Huppert è solo un pretesto per parlare di se stesso e delle passioni che lo hanno attraverso nella visione dei film. Isabelle Huppert, dunque, figura femminile ideologizzata, frammento di silenzio e di meditazione nella vita dello scrittore, rappresentazione rischiosa di corpi letterari, rimanda allo scrittore anche la sua dimensione terreno, che lo avvicina alla morte, pericolosamente: Peut-être est-elle la figure de ma mort – mon visage mortel: tout ce qui me rappelle que je suis dans le temps est une figure de ma mort – les femmes, surtout, qui donnent la vie et la mort, contrairement aux hommes, qui ne donnent rien (p. 80).

Richard Millet, Huppert et moi, Pierre-Guillaume de Roux, 2019.

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