È il 12 settembre del 1993 quando, nella tranquilla città di Potenza, una ragazza non fa ritorno a casa. Nulla di strano se non fosse che quella ragazza, Elisa Claps, mai avrebbe deciso di non tornare a casa. Motivi non ce n’erano. La famiglia, soprattutto il padre, non aveva dubbi: non sarebbe mai più tornata.
Ci sono legami famigliari che si instaurano sulla fiducia assoluta. A volte basta uno sguardo, un silenzio, per comprendere l’altro. L’assenza di Elisa è stata anomala fin da subito. Come convincere le autorità dell’epoca che un legame ancestrale batte ogni legge precostituita? Che non si possono attendere quarantotto ore per denunciarne la scomparsa?
La famiglia non può fare nulla. La burocrazia è spietata. I legami sono fili invisibili e tali restano, anche di fronte a terribili presagi. E non c’è peggior cieco di chi sceglie di non vedere.
Tutta la tragedia di Elisa si svolge sull’assenza, sul non-visto e sull’occultamento. Tragedia che si svolge proprio in quel tempio sacro, la Chiesa della Trinità, che tante volta ha invitato i fedeli a “vedere col cuore”. Sembra quasi che ci voglia fortuna anche con i presentimenti.
Poche settimane fa scopro casualmente che una casa editrice – la Edigrafema di Matera – pubblica i diari di Elisa Claps. L’edizione è curata in modo professionale dalla giornalista Mariagrazia Zaccagnino. Ordino il libro ma ho timore nell’aprirlo. Mi chiedo se sia giusto leggere i pensieri segreti di una ragazza, andata via troppo presto. Entrare nelle parole dell’altro è come entrare nella sua intimità più profonda.
Passano alcuni giorni ed è il desiderio di conoscere Elisa a spingermi ad aprire le prime pagine e a leggere. Le memorie impresse nel diario si mescolano ai ricordi di mamma Filomena, abilmente intessuti dalla giornalista ai fatti di cronaca. Tutto inizia a scorrere, anche se dolorosamente.
Ripercorro così i desideri della giovane Elisa, le sue aspirazioni che avevano valore di assoluto – diventare medico -, i suoi timori verso la contemporaneità spietata che vedeva magistrati uccisi dalla mafia. Erano gli anni delle morti di Falcone e Borsellino. Elisa voleva portare i ricordi di queste figure eccezionali per sempre dentro di sé.
Una ragazza, quindi, caratterizzata da un forte senso di giustizia e di responsabilità verso l’altro. Amava la sua vita, la sua famiglia e le sue amiche. Era molto spirituale e viveva nella devozione spontanea e profonda.
Il senso di timore che avevo inizialmente va via. Conoscere Elisa, attraverso il suo diario, è forse doveroso. Le vittime, purtroppo, perdono il diritto alla parola con la loro morte. Con queste pagine, Elisa si riprende il diritto di parlare. Non accade spesso che qualcuno ritorni dal regno dei morti per materializzarsi accanto a noi, con un sorriso. Con una voce, che si fa eco nei giorni a venire.
Sono io Elisa Claps è, dunque, un lavoro che tesse i fili del tempo perduto, tra memorie, testimonianze e dati di cronaca. La curatrice lo fa in punta di penna, rispettando il dolore e il candore di una vita recisa.
L’ultimo pensiero va alla porta chiusa che avrebbe dato accesso al sottotetto della chiesa. Va a chi avrebbe voluto varcarla, rispettando con singolare educazione il tirannico no di chi all’epoca aveva la responsabilità di poterla aprire. Mi viene così in mente Antigone la disperata che cerca di dare degna sepoltura al fratello, la quale, nel serrato dibattito con Creonte, a un certo punto dice: “Ma il tiranno tra i molti vantaggi ha anche quello di poter fare e dire ciò che vuole.”
Il 23 gennaio, alle ore 17, presenteremo il libro Sono io Elisa Claps presso il Teatro Duse di Bari. Il ricavato delle vendite sarà destinato al progetto Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa per l’allestimento di un ambulatorio medico nella Repubblica Democratica del Congo.



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