Un giorno arriva lo scisma. Tutto ha inizio con una caduta. I palazzi si rovesciano, sguardi rapaci e avidi scrutano intorno, mentre nella mente riaffiorano i ricordi della casa dei nonni. Un estremo atto simboleggia il lampo divino, poetico, che squarcia il terreno. L’umano corpo si frantuma. Le poche briciole rimaste si affidano alla brezza estiva. È lo scisma della carne e dello spirito. Cosa ci sarà dopo? Black-out.
Scisma è la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba, edita da Les Flâneurs Edizioni, casa editrice pugliese che si distingue per le sue qualità editoriali. L’opera rappresenta una filatura postuma dei ricordi, dopo centottantotto giorni di degenza trascorsi all’Unità spinale del CTO di Roma.
La raccolta si divide in otto sezioni, ciascuna introdotta da citazioni letterarie: Ingresso, Abbandono, Coscienza, Assenza, Pietà, Frantumi, Ricomposizioni, Scisma. L’autrice ripercorre quei giorni come un diario poetico già in frantumi: nell’immobilità del ricovero, la poesia si impone, urla, spinge, superando ogni frattura.

La scrittura di Ilaria Palomba diventa una ricerca del disordine e del dolore. Non è importante ricomporre, ma scavare negli anfratti dello scisma. Ogni crepa è un mondo che genera un nuovo caos: Mi sveglio nella foschia del dolore./Quale parte di me è rimasta? (Giorno 1).
La nuova identità nomade, creata nel giorno zero, vaga errante all’interno di un “corpo disabitato”. Sono finiti i sogni, sono finiti i giochi, probabilmente sono finiti i viaggi. La prospettiva di una paralisi apre le porte all’infelicità eterna. Occorre vagare ancora, per frantumare silenzi e pensieri. L’errante irrisolto, alla fine, qualcosa trova: Chi mi cerca trova crepe. Attanagliata da ricordi e desideri infranti, anche tu dirai: Ho sofferto ma ora basta. Il corpo obbedisce all’infinito (Giorno 16).
Il trionfo della morte sulla vita si trasforma in trionfo della perdita sul dolore. Cosa si può recuperare dopo lo scisma? L’azione è compiuta. Come può la lentezza della quotidianità competere con l’impeto del gesto eterno? Forse, rimarrà solo la semplicità di un corpo che tenta di sopravvivere nella Bellezza: […] mi trucco perché uscirò/non importa se stasera o tra sei/mesi – forse anche dieci – uscirò/e non avrò dolori che non siano/l’intimo dolore di aver perduto (Giorno 18).

Le parole di autori come Louise Glück, Amelia Rosselli, Fernando Pessoa, Thierry Metz, Francesco Scarabicchi, Alejandra Pizarnik, Paul Celan, Carlo Michelstaedter, fanno da cornice letteraria ai giorni che passano: Forse sono capace/di amare soltanto/i morenti (Giorno 58). In questa raccolta poetica la letteratura diventa un bisogno carnale, fondendosi con le necessità del corpo. I libri non sono natura morta ma presenze vive e indispensabili. Sono amore, rifugio, protezione: […] Ho voglia/di rivedere i miei libri, di toccarli./Tornare a Hölderlin, Proust,/nella ruota del tempo,/dove tutto ha avuto fine/e iniziare daccapo a tremare, e a/credere (Giorno 61).
In questa trasfigurazione di anima e corpo, dove i giorni si perdono in un ospedale che diventa come un Paradiso dantesco, la protagonista di questi poemetti cerca di recuperare la sua dimensione umana, in una lotta senza fine, come quella di Sisifo. Più si avvicina all’umano, più questo si allontana.
Visioni, buio, vertigini: Non si torna indietro dalla visione. Il mondo è un lontano ideale. L’ideale si trasforma in mondo interiore. Perdita? Salvezza? Resta intatto il mosaico scomposto del sé. L’umano non sarà mai troppo umano: Guardami, non ho più/nulla di umano./Resta,/ho paura del buio (Giorno 72).

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