Il racconto dell’ancella ci sembra un libro nuovo, nuovissimo, appena pubblicato. Tocca tematiche attualissime come l’inquinamento ambientale, l’aborto e l’estremismo religioso. Ma lo è solo in apparenza, perché il libro esiste dal 1985 e la maggior parte di noi lo ha riscoperto grazie alla serie distribuita da Hulu, ideata da Bruce Miller. Margaret Atwood inizia a scriverlo mentre si trova a Berlino Ovest e lo termina in America, in Alabama, ispirandosi sicuramente a Orwell, Huxley e Bradbury, già narratori di realtà distopiche.
La mia nudità comincia ad apparirmi strana. Il mio corpo sembra appartenere a un’altra epoca.
Ammetto di aver letto il libro dopo aver visto la serie. Un tempo si faceva al contrario. Un tempo. Attratta dai misteri di Gilead, mi sono immersa nel testo della Atwood. La serie, sì, non mi bastava. Eppure, narrativamente parlando, è esaustiva. La fotografia è essa stessa racconto, così come l’impressionante volto della Moss. Nella serie tutto ci dice qualcosa. Il libro non è altrettanto esaustivo. Non si tratta neanche di un romanzo vero e proprio. Nella lettura lo si intuisce. Ancor meglio lo si capisce nelle ultime pagine, in particolare nella parziale trascrizione del “dodicesimo simposio di studi Galadiani” tenuto nel 2195 dal Professor Pieixoto che, insieme al Professor Wade, scopre una raccolta di videocassette con la storia raccontata direttamente dall’ancella Difred. I due studiosi la trascrivono accuratamente, dando così vita a Il racconto dell’ancella, un’opera frammentaria e soprattutto di dubbia autenticità. Ecco. Siamo alla fine. In queste ultime pagine il nastro del racconto si riavvolge. Il lettore è sfidato a riconsiderare la sua lettura in chiave diversa. Probabilmente tutto quello che ha letto non esiste. Metanarazione? O narrazione stessa?
Affondo nel mio corpo come in una palude, un acquitrino, dove io sola tocco.
La bellezza del libro risiede proprio in questo. Nella sua fragilità. Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Difred (sì, June è il nome che le viene dato nella serie). Un buon pretesto che dà maggiore importanza al punto di vista dell’ancella, che in questo caso diventa esclusivo, pur non tralasciando i ricordi della sua vita passata con Luke. Ricordi sbiaditi, brevi, proibiti. L’ancella ha volutamente cancellato il suo nome di battesimo. Ha perso la sua identità per costruirsene una nuova in un periodo storico, quello di Gilead, che ti imponeva una nuova cultura e quindi una nuova maschera.
Mi dico che non è importante, un nome è come un numero di telefono, utile per gli altri; ma mi sbaglio. […] È un nome sepolto, circondato di mistero come un amuleto sopravvissuto a un passato incredibilmente distante.
La voce dell’ancella Difred, da cui apprendiamo molto sulla struttura interna di Gilead, è una voce forte, potente, ma al tempo stessa debole e disperata. Altro non ha che la voce per manifestare tutta la sua solitudine e confusione. Figlia di un altro mondo, tutto libero e occidentale, si ritrova catapultata in una realtà nuova, reinventata, a favore della costruzione di una nuova società che dovrebbe essere migliore: Gilead è dentro di te, diceva Zia Lydia. Migliore non fu.
Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi, tra le storie altrui.
Così Gilead diventa un incrocio di vite costrette a coesistere tra di loro con ruoli ridefiniti, in cui ci sono i forti e coloro che devono obbedire, o meglio, fare il loro dovere. Ogni identità è persa, persino da chi detiene il potere, a fronte di una nuova maschera da indossare, fatta di obblighi e parvenze. Tutto è formalità. Messinscena. Commedia.

Il racconto dell’ancella resta dentro, come una macchia rossa indelebile. La voce di Difred (che in inglese è Ofred, quindi metaforicamente Offerta, forse al sacrificio) è la voce delle donne costrette a soffocare, al silenzio, a essere dimenticate. Ma è anche la voce degli uomini e dei bambini. È una voce corale che lotta contro un sistema ingiusto e irrazionale. È una voce universale che sicuramente farà eco, nei tempi a venire.
Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, trad. C. Pennati, Ponte alla Grazie, 2017

Disturbi di luminosità non è un romanzo. Non perché lo dice l’autrice all’inizio. Gli autori sui loro libri raccontano tante cose. In questo caso è il lettore ad essere pienamente coinvolto nella scelta del “genere” che sta leggendo. E il pensiero migliore, quando si chiude l’ultima pagina, è: grazie a Dio possiamo anche non parlare di generi.
Sotto lo scorrere naturale delle parole, dove ogni pensiero sembra logicamente incastrarsi per frantumarsi al capoverso successivo, si avverte uno strato filosofico che riporta tutto all’ordine, in cui l’essere abbraccia il proprio nulla pur di continuare nell’eccezionale routine della vita.
esto confine è ben rappresentato dal manga di Kabi Nagata La mia prima volta. My lesbian experience with loneliness (appena tradotto e pubblicato da J-Pop nella collana Seinen Manga). La stessa autrice lo definisce così: Report di quando mi sono sentita così sola che ho chiamato un servizio di escort lesbo. La pratica appare normale. Così come accade agli uomini, anche alle donne capita di rivolgersi a servizi di questo tipo. In realtà la storia della escort è solo un pretesto per far partire una lunga riflessione del rapporto tra la giovane donna e la società. Un rapporto che conosciamo tutti, fatto di maschere, pretese, debolezze nascoste, rotture, vittoria da parte del sistema sulla personalità di un individuo in crescita. Come posso definirmi se il mio io diventa argilla nelle mani della famiglia, dell’ambiente di lavoro, degli altri in genere?


Raramente ci capita di avere un libro tra le mani – un libro-feticcio, una di quelle cose che vogliamo a tutti i costi non solo per il contenuto, ma anche per la qualità della fattura – e avere timore di leggerlo per non rovinarlo. Ed è ciò che mi è capitato quando ho sfogliato per la prima volta
Vuol dire, infatti, “slegato dalle convenzioni”, interpretato come fuga dalla propria routine quotidiana. I cinque racconti all’interno della raccolta fanno proprio questo: rompono le convenzioni e le certezze umane, slegano l’uomo dalle sicurezze del suo vissuto per collocarlo in una dimensione trascendentale in cui nulla può se non farsi trasportare dalla corrente e accettare il volere dei Kami.
Gli ultimi due racconti – La Terra di Yomi e La Storia di Susanoo, l’impetuoso – sono legati al
Quando si parla di haiku si pensa sempre a qualcosa di inafferrabile. Parole lievi ed essenziali che, mentre vengono pronunciate, o meglio bisbigliate, sfuggono. Suoni che quasi si perdono, come i fiori di ciliegio che cadono o come il tonfo di una rana nello stagno. Tutto rimanda alla nostra fugacità.
Si tratta di uno spin-off che anticipa l’uscita di Chanbara. Il lampo e il tuono, graphic novel per la SBE, previsto per l’11 ottobre.
Sono passati molti dalla lettura di questo racconto, presente all’interno della raccolta Atti di adorazione (1991, De Agostini). All’epoca potevo solo gustare la piacevole narrazione di Mishima, senza coglierne il senso profondo, dal momento che la storia si svolge all’interno di un dojo di Kendo.
Potrei dire che non è cambiato nulla, che Mishima è così da bravo da avermi fatto percepire tutto, proprio come se il lettore fosse un vero praticante di dojo. Eppure non è così. Abbandono l’intera analisi di questi tre anni di pratica, per soffermarmi solo su alcuni aspetti.
Come ogni arte che ci colloca al di là dell’ordinarietà, la disciplina marziale risulta dolorosa. Non per lo sforzo fisico, in quanto necessario per accedere alla pratica stessa. Si tratta di un percorso solitario, all’interno di una società che sta perdendo valori, interessi costanti e dedizione. Agli occhi di un praticante, il mondo non è più lo stesso di prima. Il confronto spesso è violento. Ma per sopravvivere e cercare un equilibrio, bisogna avvicinarvisi in punta di piedi, ricordando che quello che facciamo è un particolare “atto di adorazione” che ci accompagnerà per tutta la vita.