La prima volta di Kabi Nagata

Ci sono tanti modi per definire un manga. Raramente pensiamo che possa essere autobiografico eppure il Jiden Manga ultimamente è molto apprezzato e discusso, perché il confine tra finzione e autobiografia è sempre labile. Entrambe ci lasciano sempre con dubbi e incertezze. Qu51052005_1993582337603108_4867386909279649792_nesto confine è ben rappresentato dal manga di Kabi Nagata La mia prima volta. My lesbian experience with loneliness (appena tradotto e pubblicato da J-Pop nella collana Seinen Manga). La stessa autrice lo definisce così: Report di quando mi sono sentita così sola che ho chiamato un servizio di escort lesbo. La pratica appare normale. Così come accade agli uomini, anche alle donne capita di rivolgersi a servizi di questo tipo. In realtà la storia della escort è solo un pretesto per far partire una lunga riflessione del rapporto tra la giovane donna e la società. Un rapporto che conosciamo tutti, fatto di maschere, pretese, debolezze nascoste, rotture, vittoria da parte del sistema sulla personalità di un individuo in crescita. Come posso definirmi se il mio io diventa argilla nelle mani della famiglia, dell’ambiente di lavoro, degli altri in genere?

Attraverso i disegni e i testi di Kabi Nagata, si può entrare nel vortice di pensieri che affollano la protagonista e si viaggia nella sua pelle fino all’ultima pagina. Non ci sono filtri o scuse: assistiamo a una narrazione nuda e cruda che ci mette di fronte anche a noi stessi. Una manga che, nonostante la sua giapponesità, arriva a parlare a tutti. Crudele e delicato, rivoluzionario e tradizionale, ci porta man mano nella vita di Kabi Nagata senza farci sentire in colpa per averla, in un certo senso, spiata nella sua intimità più profonda.

Si chiamava Tomoji

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Ci sono storie che raccontano tutto. Storie che cercano di colpire il lettore, storie complesse, piene di colpi di scena, imprevisti, intrighi psicologici, interpretazioni a più livelli, storie con un finale aperto. Poi ci sono le storie lineari, che incantano il lettore per la semplice bellezza di leggerle. È il caso di Si chiamava Tomoji di Jirō Taniguchi, scritta con un intento preciso: far conoscere la figura di Tomoji Uchida e la storia legata alla nascita di un tempio buddista nella regione di Tokyo. Un racconto che colpisce per la sua delicatezza, in cui l’amore viene dipinto come uno sguardo fugace tra due amanti che un giorno diventeranno marito e moglie.

Le stagioni si alternano, quasi a scansionare cicli di vita che determinano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui la presa di coscienza delle proprie responsabilità ad opera di Tomoji è sintomo di coraggio e forza. Tutto sembra scorrere nella più corretta normalità, persino la morte di persone care e l’abbandono della madre. Sembra quasi che dietro il dolore umano, dietro la violenza dei sentimenti, ci sia una volontà che determina il dovere alla vita e il dovere all’amore.

Ancora una volta, Jirō Taniguchi dimostra di possedere quella grande qualità di raccontare con semplicità la semplicità, contraddistinta dal tratto pulito del disegno che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.

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Una storia da ricordare, quando tutto ci appare troppo complesso o difficile da districare, in memoria di quel percorso di vita che si deve compiere, a tutti i costi.

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