Lettera a Ilaria Palomba su “Purgatorio” – “Scrivo nella lingua del sogno”

Cara Ila,

stringo tra le mani la tua ultima fatica letteraria. 203 pagine dense, in attesa di essere scoperte. So che questo viaggio tra le tue parole non sarà semplice, né privo di pericoli. La tua scrittura così analitica, lucida, a tratti ipnotica, crea un vortice affascinante nel mare della quotidianità. 

Cosa mi spaventa? Il tuo raccontare che al tempo stesso è menzogna, autenticità e tentativo di imitare gli idoli letterari. Poiché questo tuo modo di narrare spinge a inventare dubbi. Ed è tra queste fessure che la poesia, come lucida perla tra scorze terrestri, rimane protetta. A tal proposito, la Pizarnik riecheggia, profeta del dolore e della Poesia: Tu scegli il luogo della ferita / dove dicemmo il nostro silenzio. /Tu fai della mia vita / questa cerimonia troppo pura.

In queste ore, in questi giorni, percorro Purgatorio come una viandante. Non cerco strade, ma silenzi, vuoti, dolore. Cerco una non via di fuga, un anfratto nel quale rifugiarmi, dove la musica di Saint-Saëns risuona, vibrante e solitaria. 

Quasi da subito, penso che Purgatorio costituisca una costola di Vuoto. Richiami, ponti tra le pagine, ricordi. E forte è il desiderio di veder fuoriuscire una terza costola, chissà, nel futuro delle tue invenzioni e ispirazioni. Un  triangolo perfetto, quindi, o una sorta di Ciclo del sogno.

Tra le frasi che compongono la vastità di questo libro, tra le tante citazioni che ho segnato, pagine che ho riletto, emerge un corpo nuovo. Un corpo disabitato, fallimentare, dilaniato, scisso, preso in prestito o di scarto, raffermo, scorticato, insomma, il corpo di un’altra. E capisco quando dici che si torna a nuova vita, come se fossimo in debito verso questa vita stessa. È la sensazione di chi torna a riabitarsi. In questo ritrovarsi perdendosi, tu hai creato nuova materia letteraria. E sembra quasi di toccarla, questa pasta dura, scura, ostile, impenetrabile. 

L’idea di questa lettera mi è venuta in corso di lettura, dalle lettere che integrano il romanzo. Ho scritto sempre sui tuoi lavori, in forma critica. Questa volta, su questa tua nuova costola letteraria, ho avuto l’esigenza di esprimere diversamente il mio pensiero. Che così resterà, sincero e intimo. 

Mariella 

Il dipinto è Paesaggio con lanterne di Paul Delvaux (1958)

Koto e poesia giapponese al Teatrino di Villa Medici Giulini a Briosco

Da quando mi sono avvicinata alla cultura giapponese, circa vent’anni fa, ho capito che alcuni oggetti avrebbero conservato per me un fascino sempre misterioso: tra questi il koto, uno strumento a corde della musica classica giapponese, simile a una cetra. Pensavo anche che, in Italia, non avrei mai avuto l’opportunità di assistere a un concerto di questo strumento, dato l’interesse che riscuote solo tra i cultori di nicchia.

Qualche tempo fa, scopro che in un paese della provincia di Monza-Brianza, a Briosco, il Teatrino di Villa Medici Giulini avrebbe ospitato addirittura un ensemble, il Miu no Kai Koto ensemble, diretto dalla Maestra Minae Okazaki, dai-shihan della Miyagi Koto Association e docente al Nagoya College Music. Era l’occasione perfetta per realizzare un desiderio che avevo da tempo. 

Il 26 ottobre è una giornata piovosa. Fittissime goccioline d’acqua ci accompagnano fino all’ingresso di Villa Medici Giulini, una dimora storica, situata sulle colline della Brianza. Per accedere al teatrino bisogna attraversare un giardino all’italiana. Nonostante l’umidità e la foschia, posso apprezzare la bellezza decadente del luogo e i suoi colori autunnali. 

L’ingresso al teatrino è accompagnato da stupore e meraviglia. Le foto che avevo visto sul sito non rendevano la suggestione del luogo. L’interno e il palcoscenico di legno d’abete, e il grande pannello sullo sfondo dedicato al mito d’Orfeo, trasportano immediatamente lo spettatore in un’atmosfera idilliaca: ci si sente come dentro un canto orfico. Gli odori misti di pioggia, corpi umani a festa e legno vissuto, riportano alla realtà.

Il koto è uno strumento tradizionale, antico, di origine cinese, ed è stato introdotto in Giappone durante il periodo Nara, ci spiega la Maestra Okazaki. Ci svela anche che la sua forma ricorda quella di un drago cinese disteso, dove le corde, intrecciate a forma ovale, simboleggiano gli occhi e indicano, quindi, la testa (ryuto), mentre la coda (ryubi) è il punto in cui lo strumento si suona. Per suonarlo, i musicisti usano dei plettri chiamati tsume, indossati sulle dita della mano destra come unghie artificiali, che sono stati fatti provare ad alcuni spettatori, curiosi di entrare in contatto con lo strumento. 

Durante la serata, l’ensemble ha suonato sette opere rappresentative del repertorio del koto, dal periodo pre-moderno a quello contemporaneo. In alcuni brani, oltre al koto, era presente anche lo shakuhachi – flauto giapponese – suonato dai Maestri Sōzan Katō e Satomi Yamamoto, i quali ci hanno anche spiegato alcune tecniche per suonare tale strumento. Riporterò soltanto le suggestioni di alcuni di brani.

Il primo brano eseguito è stato Sakura Sakura, una melodia composta per studenti di koto in tarda epoca Edo. È diventata una canzone molto amata in Giappone, cantata soprattutto in eventi di rappresentanza. Vederla suonata dal vivo, per la prima volta, con il koto, resterà uno dei ricordi indimenticabili legati a questa cultura. 

Si è proseguito con uno dei brani più rappresentativi di musica koto in epoca Edo, il Chidori no Kyoku (La melodia dei piovanelli), composta dal musicista  Yoshizawa Kengyō. Il testo è composto da due poesie del Kokin Wakashū (794-1185) e Kinyō Wakashū (1127-1133) che si riferiscono al piovanello, insieme a un preludio  (maebiki) e a un interludio (tegoto). 

Il canto di apertura (mae-uta) è affidato alla poesia del Kokin Wakashū: Il piovanello che vive sugli scogli, ai piedi della montagna del mare, tu, con la tua meraviglia, chiami con voce chiara come una freccia, ma non rispondi. Il canto di chiusura (ato-uta) è della raccolta Kinyō Wakashū: Sull’isola di Awaji, il piovanello canta la sua voce, e io vado, incapace di dormire, per la guardia del passo di Suma. È stato sicuramente uno dei brani più suggestivi, grazie anche al canto eseguito dalla Maestra Okazaki. La profondità del canto, con il pizzicare ossessivo del Koto a rappresentare il canto stridulo dei piovanelli, restituiva la bellezza poetica delle parole e del loro simbolismo: il piovanello, simbolo di malinconia, desiderio e solitudine. 

Segue  l’esecuzione che s’intitola Haru no umi (Mare di primavera) e i suoi suoni lievi ricordano il mare interno di Seto durante la primavera. Utilizza una struttura ABA, nuova per il Giappone in quanto importata dalla pratica compositiva classica europea. Il tema A, più lento, rappresenta i suoni delle onde che si infrangono sulla riva, mentre il tema B, relativamente più veloce, ritrae un barcaiolo che canta mentre pagaia sull’acqua. 

Il brano Sarashifū Tegoto (Il vento che scompiglia il lavoro a mano) è stata composta nel 1952 da Miyagi Michio per due parti di koto, una in registro alto e una in registro basso. La composizione è tra le più accattivanti in quanto prende come motivo di ispirazione musicale la lavorazione del sarashi (panno bianco), antica pratica tessile in cui il tessuto veniva lavato nel fiume dopo essere stato bollito con carbone. Il procedimento avveniva in grandi e vivaci gruppi e i suoni prodotti da questa pratica hanno ispirato a lungo i compositori. Sembrava di vederle quelle lavoratrici e quei lavoratori, uniti dal ritmo dello sbiancamento, lungo gli argini di fiumi solitari, a suonare melodie inconsapevoli, felici nella fatica. 

Infine, degno di nota è il brano Bambù di Hōzan Yamamoto, realizzato in tre movimenti. Il primo movimento (Bambù a guscio di tartaruga) impiega tecniche del honkyoku, il repertorio di opere meditative soliste per shakuhachi, e riflette la natura misteriosa del bambù a guscio di tartaruga che cresce nelle profondità delle montagne. Il secondo movimento (Germogli di bambù) evoca un giardino giapponese, dove, dopo la pioggia, si possono ammirare due germogli di bambù appena spuntati. Nel terzo movimento (Bambù dorato) il ritmo veloce cattura l’aspetto umoristico e giocoso dell’ultima varietà di bambù. 

Nell’ascoltare questa varietà musicale durante la serata, non ho potuto fare a meno di notare i corpi dei suonatori che accompagnavano lo strumento: compostezza, ritualità, eleganza e forma. La Maestra Okazaki indossava un kimono azzurro per omaggiare l’Italia e il suo mare. Casualmente, conservavo in tasca l’origami di una gru blu, preparata per donargliela. 

Anche dopo questa serata, piena di note di corde e di bambù, di poesia e di nostalgia, il koto resterà uno strumento misterioso, che continuerà a narrarmi di principesse e principi splendenti del periodo Nara che non ho mai conosciuto. 

Ringrazio i miei compagni di viaggio Barbara, Sabrina e Luca. 

L’essenza del quotidiano: il tanka moderno di Tawara Machi


La poesia giapponese, nel corso dei secoli, ha subito continue trasformazioni. Dalle sue origini divine e sciamaniche, passando per la canonizzazione imperiale, fino alle influenze occidentali e alle nuove tendenze contemporanee, essa ha seguito un’evoluzione complessa, intrecciandosi con i mutamenti storici e culturali del Giappone.

Nei tentativi di demolire i canoni del waka, componimento di 31 more (sillabe), intriso di simbolismo, raffinatezza e oggettività,  lo spirito della poesia giapponese ha tentato di stare al passo con i tempi in continua metamorfosi. Tuttavia, con l’inizio dell’epoca Meiji (1868-1912) e l’apertura del Giappone al mondo occidentale, la poesia giapponese ha subito un cambiamento radicale. Si è passati da uno stile tradizionale, chiuso e altamente formale, a un approccio più diretto e sentimentale. Questo processo ha dato vita al tanka (poesia breve), che ha mantenuto la struttura sillabica del waka, ma con un linguaggio più moderno e vicino alla quotidianità.

In particolare, nel dopoguerra (1947), nascono nuove associazioni di poeti, come la Shin Kajin Shūdan (Gruppo dei Nuovi Poeti di Tanka) e si pubblicano saggi e manifesti su un nuovo modo di vedere il tanka, come l’Atarashiki tanka no kitei (Prescrizioni per un nuovo tanka), entrambi a opera di Kondō, il quale incoraggiava un uso meno stilizzato del tanka, a favore di immagini più immediate e legate alla vita moderna. 

Tra gli anni ’50 e ’60 nasce anche il Zen’ei Tanka Undō (Movimento del Tanka d’Avanguardia). Ed è nel successivo contesto di rinnovamento poetico che si colloca Tawara Machi, la quale pubblica nel 1987 la raccolta Sarada kinenbi (L’Anniversario dell’insalata), pubblicato in Italia di recente dalla casa editrice Interno Poesia, a cura di Damiana De Gennaro, alla quale va un sentito ringraziamento per lo sforzo di tradurre un’opera importante della poesia giapponese, giunta tra i nostri scaffali solo oggi. 

Perché L’anniversario dell’insalata è considerato un’opera di notevole rottura dei canoni giapponesi?

Rispetto al waka classico, il tanka di Tawara Machi utilizza un linguaggio pop, inserisce luoghi contemporanei, dipinge scene di vita quotidiana, gli stati d’animo cambiano continuamente, e la lirica si fa continua ricerca dell’ispirazione da attingere al quotidiano. 

Possiamo dire che con Tawara Machi la vita giovanile entra finalmente nel tanka, attraverso una lingua nuova, riflettendo la cultura moderna, con i suoi centri commerciali, la musica pop e le bevande americane.

La poesia di Tawara Machi non si limita a essere letta: si “passeggia”. Il lettore, come un flâneur, si smarrisce tra fast-food, negozi, musei, bagni pubblici, mercati, stadi. Questi non luoghi diventano il centro della sua espressione poetica, trasformandosi in luoghi di contemplazione e introspezione. 

Nella quotidianità – fonte indiscussa della sua ricerca lirica – i versi  della poetessa contemplano l’oggetto quotidiano, il quale, nel vivere frettoloso, potrebbe passare inosservato a chi non sa concedersi la lentezza dello sguardo.

Siamo, quindi, davanti a fotogrammi irripetibili della vita di tutti i giorni, che spesso dimentichiamo. Nella grazia del sentire e della sua spontaneità – e qui potrebbe essere utile il makoto della poesia classica – questi momenti diventano eterni, come istantanee che resistono all’oblio del tempo. 

In L’anniversario dell’insalata ogni tanka si configura come un diario dei sentimenti del presente, una celebrazione del “qui e ora”. Mentre il lettore sfoglia le pagine, può percepire un’immutabilità del sentire poetico che attraversa i secoli. Come le poetesse imperiali del passato, anche Tawara Machi esplora sentimenti malinconici, l’attesa di un amante o la solitudine. Tuttavia, ciò che spezza questo legame con la tradizione è il linguaggio iperrealistico e l’ambientazione dei suoi versi, che sostituisce i classici topoi del waka con spazi e oggetti contemporanei, ricordi personali dell’autrice che aprono a nuove suggestioni.

Con la poesia di Tawara Machi, il tanka riscopre la magia della vita urbana, trasformandola in una celebrazione del presente, come un rituale essenziale. Spogliata di orpelli e artifici letterari, la parola poetica diventa un’espressione di pura immediatezza:  Negli anni, sono arrivata a considerare il tanka una sorta di formula magica, che mi permette di trasmettere ciò che voglio dire esattamente nel modo in cui vorrei (dall’intervista a corredo dell’edizione). 

Dopo aver letto e riletto questi tanka moderni, ci si domanda se la poesia non possa risiedere anche negli oggetti apparentemente insignificanti e commerciali che popolano la nostra vita. Si resta in silenzio, cercando di decifrare il nuovo mondo che si ricrea davanti ai nostri occhi, con una rapidità che sfugge alla nostra percezione. E, nonostante il passare del tempo, il mutare degli eventi, l’alternarsi di gioia e tristezza, la poesia rimane sempre, come diceva Ki no Tsurayuki nella prefazione al Kokin Waka Shū: Seppure il tempo cambi, i fatti passino, la gioia e la tristezza si avvicendino, sempre esistono, sì, queste lettere delle poesie!

Tawara Machi, L’anniversario dell’insalata, a cura di Damiana De Gennaro, Interno Poesia Editore, 2024. 

Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū: l’essenza dei samurai tra tecnica e vita quotidiana.

Parlare oggi dei leggendari samurai e delle loro antiche tradizioni può risultare complesso. L’immaginario collettivo, infatti, è spesso dominato da cliché e falsi miti. Tuttavia, esiste una preziosa controtendenza che mira a riscoprire la vera essenza di queste figure, restituendo loro una memoria storica più autentica e culturalmente accurata.

In questo contesto, le koryū (古流), le antiche scuole di arti marziali tradizionali giapponesi, svolgono un ruolo cruciale. Queste scuole, ancora esistenti, si dedicano alla preservazione e trasmissione delle tradizioni del passato. I loro maestri continuano a studiare e a perfezionare antiche tecniche di combattimento, e talvolta emergono nuove scoperte che arricchiscono il cammino dei praticanti.

Tra le koryū ancora attive spicca la Sekiguchi-ryū, le cui origini risalgono al periodo Edo. Fondata nel 1598 da Sekiguchi Yarokuemon Ujimume Jushin, la scuola ha attraversato i secoli sotto la guida di diversi clan, che ne hanno influenzato lo stile e l’evoluzione. Oggi, il maestro Toshiyasu Yamada è il 17° sōke (宗家), ossia il caposcuola della Sekiguchi-ryū. Grande appassionato di antiquariato e studioso del giapponese antico, Yamada è costantemente alla ricerca di documenti storici da decifrare e condividere con gli interessati. È anche uno dei pochi a possedere copie dei preziosi manoscritti legati al lignaggio della Sekiguchi-ryū sviluppatosi nella regione di Awa.

Grazie a Yamada è stato possibile tradurre in giapponese moderno e in inglese il Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū (関口流一騎勝負合之心得之事), che è stato poi tradotto e commentato in italiano dal Maestro Maurizio Colonna, il quale detiene la licenza Menkyo Okuden all’insegnamento della SKR, rilasciata dallo stesso Yamada. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

Il Manuale è in realtà un piccolo vademecum per i soldati principianti. Offre infatti una serie di consigli pratici da adoperare sul campo di battaglia, ma anche sull’equipaggiamento da indossare e sul materiale accessorio da portare in battaglia. 

La prima parte si concentra sulle tattiche di guerra da utilizzare a corpo nudo o sul cavallo, da soli o in gruppo. Rilevante, nell’introduzione, è il principio del metsuke: All’inizio della battaglia un numero di [di soldati] di entrambi gli eserciti si incrocia sul campo. La maggior parte dei soldati più giovani che cercano di prendere parte allo scontro è troppo esagitata. Di conseguenza essi saranno uccisi immediatamente, senza neanche poter attaccare. Dovrete focalizzarvi su una sola persona, anche se ci sono un milione di soldati di fronte a voi. Questo è il metsuke. Dovete rammentarlo. 

Nella seconda parte troviamo indicazioni su come portare la lancia sul campo di battaglia e a cavallo, su come estrarre la spada quando si è a cavallo e su come equipaggiarsi. Questi ultimi paragrafi sono fondamentali per scoprire quali tessuti si preferivano all’epoca. Si prediligeva infatti il lino al cotone o il sarashi (tipico tessuto bianco usato per cingere il torace). Era uso comune utilizzare più strani di lino a seconda delle variazioni meteorologiche durante la giornata. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

La terza e ultima parte è decisamente la più curiosa ed è quella che ci svela le abitudini dei samurai sul campo di battaglia. Il bagaglio doveva contenere sicuramente una bottiglia d’acqua, un piccolo stendardo per identificarsi, stoffa sfusa, corde, sottomaniche. Importanti sono anche i set per l’incenso per tenere lontani gli insetti e gli elisir in caso di emergenza che hanno ricette segrete. Inoltre, sono indicati anche dei cibi da portare con sé, come riso bollito essiccato, pesce essiccato, umeboshi per quando si è assetati e il pepe per quando è inverno. 

La lettura di questo Manuale catapulta il lettore in un tempo leggendario. Ogni pagina riporta alla luce la storia autentica dei samurai, evocando un’epoca in cui il gusto della polvere si intrecciava all’odore dei fiori di ciliegio, simbolo per eccellenza della caducità dei guerrieri. Inoltre, questo Manuale rappresenta un diario di stile di vita recuperato e ci fa comprendere come, nel pieno senso della cultura giapponese, ogni dettaglio non ha solo un senso estetico ma anche pratico. E la praticità per i samurai è strettamente connessa anche alla vita. Una spada indossata male o non ben legata, uno strato di tessuto di troppo, una mossa avventata o addirittura uno sguardo posato male possono costare la vita. Infine, non va dimenticato il profondo significato che il combattimento aveva per i samurai: una dedizione totale all’onore della propria casa e del daimyō, il signore a cui erano legati.

Non fa differenza combattere

da leone o tigre.

Se è per la patria,

anche la vita del guerriero

e’ accolta tra gli dei.

(Hiroyasu Koga)

Nuovo Scisma: viaggio nella frattura poetica di Ilaria Palomba

Un giorno arriva lo scisma. Tutto ha inizio con una caduta. I palazzi si rovesciano, sguardi rapaci e avidi scrutano intorno, mentre nella mente riaffiorano i ricordi della casa dei nonni. Un estremo atto simboleggia il lampo divino, poetico, che squarcia il terreno. L’umano corpo si frantuma. Le poche briciole rimaste si affidano alla brezza estiva. È lo scisma della carne e dello spirito. Cosa ci sarà dopo? Black-out.

Scisma è la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba, edita da Les Flâneurs Edizioni, casa editrice pugliese che si distingue per le sue qualità editoriali. L’opera rappresenta una filatura postuma dei ricordi, dopo centottantotto giorni di degenza trascorsi all’Unità spinale del CTO di Roma. 

La raccolta si divide in otto sezioni, ciascuna introdotta da citazioni letterarie: Ingresso, Abbandono, Coscienza, Assenza, Pietà, Frantumi, Ricomposizioni, Scisma. L’autrice ripercorre quei giorni come un diario poetico già in frantumi: nell’immobilità del ricovero, la poesia si impone, urla, spinge, superando ogni frattura. 

John William Waterhouse, Miranda e la tempesta

La scrittura di Ilaria Palomba diventa una ricerca del disordine e del dolore. Non è importante ricomporre, ma scavare negli anfratti dello scisma. Ogni crepa è un mondo che genera un nuovo caos: Mi sveglio nella foschia del dolore./Quale parte di me è rimasta? (Giorno 1).

La nuova identità nomade, creata nel giorno zero, vaga errante all’interno di  un “corpo disabitato”. Sono finiti i sogni, sono finiti i giochi, probabilmente sono finiti i viaggi. La prospettiva di una paralisi apre le porte all’infelicità eterna. Occorre vagare ancora, per frantumare silenzi e pensieri. L’errante irrisolto, alla fine, qualcosa trova: Chi mi cerca trova crepe. Attanagliata da ricordi e desideri infranti, anche tu dirai: Ho sofferto ma ora basta. Il corpo obbedisce all’infinito (Giorno 16).

Il trionfo della morte sulla vita si trasforma in trionfo della perdita sul dolore. Cosa si può recuperare dopo lo scisma? L’azione è compiuta. Come può la lentezza della quotidianità competere con l’impeto del gesto eterno? Forse,  rimarrà solo la semplicità di un corpo che tenta di sopravvivere nella Bellezza: […] mi trucco perché uscirò/non importa se stasera o tra sei/mesi – forse anche dieci – uscirò/e non avrò dolori che non siano/l’intimo dolore di aver perduto (Giorno 18).

John William Waterhouse, Santa Cecilia

Le parole di autori come Louise Glück, Amelia Rosselli, Fernando Pessoa, Thierry Metz, Francesco Scarabicchi, Alejandra Pizarnik, Paul Celan, Carlo Michelstaedter, fanno da cornice letteraria ai giorni che passano: Forse sono capace/di amare soltanto/i morenti (Giorno 58). In questa raccolta poetica la letteratura diventa un bisogno carnale, fondendosi con le necessità del corpo. I libri non sono natura morta ma presenze vive e indispensabili. Sono amore, rifugio, protezione: […] Ho voglia/di rivedere i miei libri, di toccarli./Tornare a Hölderlin, Proust,/nella ruota del tempo,/dove tutto ha avuto fine/e iniziare daccapo a tremare, e a/credere (Giorno 61).

In questa trasfigurazione di anima e corpo, dove i giorni si perdono in un ospedale che diventa come un Paradiso dantesco, la protagonista di questi poemetti cerca di recuperare la sua dimensione umana, in una lotta senza fine, come quella di Sisifo. Più si avvicina all’umano, più questo si allontana. 

Visioni, buio, vertigini: Non si torna indietro dalla visione. Il mondo è un lontano ideale. L’ideale si trasforma in mondo interiore. Perdita? Salvezza? Resta intatto il mosaico scomposto del sé. L’umano non sarà mai troppo umano: Guardami, non ho più/nulla di umano./Resta,/ho paura del buio (Giorno 72).

Hotel Roma: il viaggio di Pierre Adrian nel dolore di Pavese

A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? Così scriveva Rilke in una poesia del 1914. È questa la domanda che oggi rivolgiamo a un Cesare Pavese immaginario, ancora vivo tra i morti, fantasma accanto alle nostre letture e ai nostri pensieri. A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? 

Questa stessa domanda anima Hotel Roma (Gallimard), il libro che lo scrittore francese Pierre Adrian dedica all’ultima estate di Cesare Pavese. Adrian si mette sulle tracce del poeta, cercando di decifrare quel lamento urlante e al contempo silenzioso che lo tormentò, fino al 27 agosto 1950, quando Pavese si tolse la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma a Torino.

Quella di Adrian è una ricerca nel dolore di Pavese, nel suo lacerante vizio di essere al di fuori della sua epoca e al tempo stesso radicato in una scrittura metamorfica e nuda. Una scrittura frenetica e ossessiva che per anni ha tenuto Pavese in bilico tra pulsioni accecanti e abissi interiori. Un viaggio, quello di Adrian, che parte da Torino, città simbolo della vita di Pavese, ma anche di un’assenza, di un oblio che sembra aver inghiottito il ricordo del poeta.

Torino conserva il fascino di un passato letterario, ma il tempo ha trasformato i luoghi, spogliandoli della loro memoria viva. Nei caffè storici come l’Elena o nelle librerie come La Bussola, dove un tempo aleggiava la presenza di Pavese, oggi solo l’immaginazione di Adrian riesce a evocarlo. Torino, la sua Torino, sembra aver dimenticato l’uomo che vi ha trovato sia la sua vocazione sia la sua fine.

Tra i capitoli più commoventi emerge il ricordo legato all’esilio di Pavese a Brancaleone, in Calabria, dove arrivò ammanettato e senza scorta il 3 agosto del 1935. Lo scrittore fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: scambiava lettere con Battistina Pizzardo, militante del partito comunista.

Nonostante la delusione e l’umiliazione, Pavese venne accolto  in Calabria affettuosamente. Ancora oggi è possibile visitare la sua camera, dove il custode, Carmine, si occupa quotidianamente di quel luogo ormai fantasma. 

Anche la camera numero 346 dell’Hotel Roma di Torino è ancora lì. Conserva la tragedia del tempo nella sua immutabilità, con il telefono di bachelite appeso al muro e la carta da parati vintage. Una stanza che è ormai un santuario del dolore.

Hotel Roma è dunque il racconto di un viaggio non solo fisico ma anche interiore, in cui Pierre Adrian si mette in ascolto della sofferenza di Pavese, non per comprendere fino in fondo le ragioni del suo gesto, ma per celebrarlo. La scrittura di Adrian è delicata, quasi amicale, come se Pavese fosse un compagno di strada, una presenza costante nel suo viaggio di scoperta. Il tono pacato e misurato della narrazione conferisce al libro un passo leggero, che si lascia sfiorare con la stessa dolcezza con cui un ricordo sfuma dalla memoria.

E quella domanda iniziale, A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?, rimane aperta, forse destinata a non trovare mai una risposta definitiva.

Cesare Pavese devint l’écrivain de mes trente ans sans doute parce que je ne cherchais plus de maître à penser mais seulement un ami pour me tenir compagnie. J’acceptais le monde, désormais, et avais renoncé à le transformer. 

“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

L’incanto nascosto di Scampia: il racconto di Davide Cerullo

Ci sono luoghi che meritano di essere raccontati per le vite che ospitano e le storie che sembrano nascondersi agli occhi di tutti. Ci sono luoghi che appaiono distanti, tumefatti, incancreniti e, per questo, stigmatizzati e dimenticati. Ci sono luoghi dove la politica si è fermata, come Cristo a Eboli, dove la cultura fatica ad essere attraente, dove un libro muore sotto la pioggia senza che qualcuno l’abbia mai letto. Uno di questi luoghi è Scampia, un territorio che un tempo è stato dominato dalla droga e dalla violenza, ma che oggi alza la voce per rivendicare il proprio riscatto, anche attraverso i graffiti sui muri dei suoi edifici fatiscenti.

Molti hanno raccontato la Scampia che tutti conosciamo, enfatizzando la sua storia cruenta, creando nuovi “eroi” negativi da emulare e nuove tendenze, portando avanti una narrazione della violenza e del crimine che, però, ahimè, non redime.  

Tra i tanti narratori che rimpastano fatti di cronaca, Davide Cerullo emerge con una voce autentica, scavando con le proprie mani nel ventre di Scampia per riportare alla luce non solo la sua realtà tangibile, ma anche le radici storiche che l’hanno resa uno dei luoghi più pericolosi del sud Italia. 

Davide, uomo che riuscito a scampare al fascino maledetto della Camorra, si racconta ne L’orrore e la bellezza. Storia di una storia (AnimaMundi Edizioni, 2021). E lo fa come non lo ha mai fatto prima. Raccoglie i suoi appunti sparsi di vita, di una vita al margine, cocciuta, impastata d’illegalità e miseria, e li mette insieme, cercando di dare un senso al caos del passato. Raccoglie brandelli, intesse ricordi e frasi, compone e scompone la sua famiglia, e ne fa racconto organico. E come lui stesso afferma, sicuramente non basterà a raccogliere un’intera vita. 

La sua è una storia di mancanze, di vuoti che cercano di essere colmati nella desolazione di una periferia che offre poco più dell’illusione di una vita migliore. Se ci fosse stata bellezza non ci sarebbe stato inganno. Mancavano gli affetti, la motivazione allo studio, le strutture, i servizi. Mancava soprattutto l’amore. Ed è in carcere che Davide scopre la Poesia. Scopre la salvezza delle parole e il loro incanto. Rinasce tra i libri e diventa avido di letture. Prende coscienza del fatto che altri mondi sono possibili e che dall’orrore si può fuggire. 

In quest’ultimo lavoro Davide Cerullo, cresciuto nelle viscere di un territorio ostile, racconta con grazia e “poesia cruda” la storia di Scampia che fa da sfondo a vicende personali e famigliari. Il luogo si intreccia alla vita e la vita si intreccia al luogo, in una stretta asfissiante dalla quale è difficile uscire. Davide ci restituisce così un miracolo e una speranza. 

Il poeta francese Christian Bobin afferma che “noi nasciamo più dagli incontri che facciamo che dai libri che leggiamo”. Non posso che dargli ragione. Io avevo bisogno di incontrare le persone giuste, quelle che ti riportano semplicemente a te, quelle che riaccendono in te la possibilità di un ancora, di un altrove, di essere accolti in un muto gesto di perdono.

Oltre il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese: “Onibaba” di Rossella Marangoni, tra mito, mistero e storia

È difficile trovare in Italia libri sul lato più oscuro del Giappone. È più facile commercializzare prodotti che risaltino l’inconfondibile estetica nipponica,  siano essi oggetti, libri, costumi. C’è chi, fortunatamente, non si arrende e ci prospetta punti di vista che aprono scenari diversi. Anche in questo caso possiamo parlare di diritto all’informazione. È giusto che del Giappone ci arrivi soltanto la sua facciata più curata ed attraente?

Rossella Marangoni, studiosa del Paese del Sol Levante da numerosi anni, si lancia nella mirabolante impresa di voler tracciare con Onibaba (Mimesis Edizioni, 2023) le origini del mostruoso femminile nell’immaginario giapponese, contestualizzandolo nelle varie epoche. Un lavoro che richiede conoscenze in ogni campo: nella lingua, nella  storia, nella letteratura, nella società, nella religione e nella mitologia giapponese. L’esplorazione di tutti questi campi – che si evince anche dalla corposa bibliografia – rende lo studio solido e affidabile.

Già nell’accurata prefazione sono tante le domande che l’autrice si pone: Cosa spaventa nella donna, cosa minaccia? Perché è così massiccia la presenza di mostri femminili nel folclore giapponese? Sono forse l’incarnazione di paure malcelate, di arcaici timori di cui non ci si è mai liberati? (p. 10). Per dare una risposta a tutti questi interrogativi, bisognerà andare alle origini del mondo antico giapponese, quando il Giappone ancora non esisteva, del quale sappiamo poco, perché mancava la scrittura e quando la scrittura è arrivata, probabilmente, era già troppo tardi per evitare contaminazioni infauste con la vicina Cina. Ne è la dimostrazione lo stesso Kojiki (712 d. C.), uno dei libri più antichi sulla mitologia nipponica, nel quale Izanami, divinità femminile, passa dal dare la vita al dare la morte, peraltro con ferocia: Nel Giappone antico la donna è regina sciamano, la donna è imperatrice, la donna ha un ruolo fondamentale nella ritualità legata al culto dei kami, la donna gestisce il potere politico, militare e religioso. Poi tutto sembra precipitare, come una palla che, lasciata andare lungo un pendio, acquisendo velocità, si abbatte rovinosamente sul cammino delle donne: è la fine (p. 17).

Probabilmente questa lenta discesa della figura femminile agli inferi è da ricondurre proprio alla filosofia del sacro che arriva in Giappone con il confucianesimo e il buddismo. Successivamente anche lo shintoismo farà la sua parte. A partire, quindi, dall’VIII secolo, i numerosi scambi con la Cina rendono il Giappone un paese sempre meno aperto nei confronti della donna e dei suoi diritti. Fioccano così, nel corso del tempo, mostri femminili di ogni tipo: Kijo (orchesse), Kuchisake Onda (donna dalla bocca tagliata), Nukekubi (mostro femminile dal collo staccabile), Yukionna (donna di neve), Shitanagabaasan (essere mostruoso in forma di vecchia cannibale dalla lingua lunghissima).

Nei sette capitoli successivi all’introduzione, Rossella Marangoni traccia l’intero immaginario femminile che attraversa il Giappone nei secoli, dal cui studio emerge una desacralizzazione della figura femminile a favore di una confortevole mostruosità che ha posto le basi per una solida società patriarcale nipponica di stampo filocinese. Una società che, ahimè, continua, seppur con delle migliorie, fino ai giorni nostri.

La ricerca dell’autrice si rivela di notevole importanza, dal momento che mancava nel panorama nazionale italiano uno studio di tale portata. Ci fa comprendere, anche, che la mitologia, così come la percepiamo oggi, non è mero racconto fantastico. Anzi, le contraddizioni del Giappone vanno cercate proprio lì, in quell’immaginario fantastico che nasconde un pericoloso mondo reale in cui tutto della donna è mostruoso: dalla fecondità al desiderio, dal concepimento alla gravidanza. La verità è che dietro donne-serpente e donne di neve, si nasconde la paura dell’uomo di perdere la propria egemonia sulla società, sempre più soffocata da univoche visioni maschili. 

Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese è dunque un lavoro che scardina alcuni cliché sul Giappone e ci restituisce uno di quei volti che tutt’oggi si tende a non mostrare. Nonostante i progressi, l’apertura all’Occidente e alle nuove visioni della democrazia, il Paese del Sol Levante continua a proteggere le proprie profondità, le quali saranno, probabilmente, sempre inaccessibili. Ed è forse questa la nostra vera attrazione e il suo intramontabile fascino. 

“Sono io Elisa Claps” di Mariagrazia Zaccagnino: dal “caso” ai diari di una vita recisa

È il 12 settembre del 1993 quando, nella tranquilla città di Potenza, una ragazza non fa ritorno a casa. Nulla di strano se non fosse che quella ragazza, Elisa Claps, mai avrebbe deciso di non tornare a casa. Motivi non ce n’erano. La famiglia, soprattutto il padre, non aveva dubbi: non sarebbe mai più tornata.

Ci sono legami famigliari che si instaurano sulla fiducia assoluta. A volte basta uno sguardo, un silenzio, per comprendere l’altro. L’assenza di Elisa è stata anomala fin da subito. Come convincere le autorità dell’epoca che un legame ancestrale batte ogni legge precostituita? Che non si possono attendere quarantotto ore per denunciarne la scomparsa? 

La famiglia non può fare nulla. La burocrazia è spietata. I legami sono fili invisibili e tali restano, anche di fronte a terribili presagi. E non c’è peggior cieco di chi sceglie di non vedere.

Tutta la tragedia di Elisa si svolge sull’assenza, sul non-visto e sull’occultamento. Tragedia che si svolge  proprio in quel tempio sacro, la Chiesa della Trinità, che tante volta ha invitato i fedeli a “vedere col cuore”. Sembra quasi che ci voglia fortuna anche con i presentimenti. 

Henriette Browne, Una ragazza che scrive, 1870

Poche settimane fa scopro casualmente che una casa editrice – la Edigrafema di Matera – pubblica i diari di Elisa Claps. L’edizione è curata in modo professionale dalla giornalista Mariagrazia Zaccagnino. Ordino il libro ma ho timore nell’aprirlo. Mi chiedo se sia giusto leggere i pensieri segreti di una ragazza, andata via troppo presto. Entrare nelle parole dell’altro è come entrare nella sua intimità più profonda.

Passano alcuni giorni ed è il desiderio di conoscere Elisa a spingermi ad aprire le prime pagine e a leggere. Le memorie impresse nel diario si mescolano ai ricordi di mamma Filomena, abilmente intessuti dalla giornalista ai fatti di cronaca. Tutto inizia a scorrere, anche se dolorosamente.

Ripercorro così i desideri della giovane Elisa, le sue aspirazioni che avevano valore di assoluto – diventare medico -, i suoi timori verso la contemporaneità spietata che vedeva magistrati uccisi dalla mafia. Erano gli anni delle morti di Falcone e Borsellino. Elisa voleva portare i ricordi di queste figure eccezionali per sempre dentro di sé. 

Una ragazza, quindi, caratterizzata da un forte senso di giustizia e di responsabilità verso l’altro. Amava la sua vita, la sua famiglia e le sue amiche. Era molto spirituale e viveva nella devozione spontanea e profonda. 

Il senso di timore che avevo inizialmente va via. Conoscere Elisa, attraverso il suo diario, è forse doveroso. Le vittime, purtroppo, perdono il diritto alla parola con la loro morte. Con queste pagine, Elisa si riprende il diritto di parlare. Non accade spesso che qualcuno ritorni dal regno dei morti per materializzarsi accanto a noi, con un sorriso. Con una voce, che si fa eco nei giorni a venire.

Telemaco Signorini, Bambina che scrive

Sono io Elisa Claps è, dunque, un lavoro che tesse i fili del tempo perduto, tra memorie, testimonianze e dati di cronaca. La curatrice lo fa in punta di penna, rispettando il dolore e il candore di una vita recisa.

L’ultimo pensiero va alla porta chiusa che avrebbe dato accesso al sottotetto della chiesa. Va a chi avrebbe voluto varcarla, rispettando con singolare educazione il tirannico no di chi all’epoca aveva la responsabilità di poterla aprire. Mi viene così in mente Antigone la disperata che cerca di dare degna sepoltura al fratello, la quale, nel serrato dibattito con Creonte, a un certo punto dice: “Ma il tiranno tra i molti vantaggi ha anche quello di poter fare e dire ciò che vuole.”

Il 23 gennaio, alle ore 17, presenteremo il libro Sono io Elisa Claps presso il Teatro Duse di Bari. Il ricavato delle vendite sarà destinato al progetto Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa per l’allestimento di un ambulatorio medico nella Repubblica Democratica del Congo.

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