Sarà un pomeriggio di pioggia. Quella poggia sottile, che accompagna le domeniche malinconiche prima della fine delle vacanze natalizie.
In bocca ancora il sapore del sushi all’avocado e del moji al tè verde. Sapori che accompagneranno la visione del film Perfect days di Wim Wenders, che ritorna al cinema dopo anni di silenzio creativo.
La pellicola, che si apre in 4:3, mi fa subito pensare ai film di Ozu e alla sua indimenticabile delicatezza. E penso, mentre la pellicola scorre, che i film di Ozu non si dimenticano mai.
Sarà così anche per Perfect days?
Più numerose le primavere, più i lunghi dì recano lacrime e lamenti — Kobayashi Issa
Siamo a Tokyō ed entriamo subito nella vita quotidiana di Hirayama. L’uomo svolge quotidianamente le sue azioni: si alza al rumore di una scopa che spazza foglie per strada, si lava i denti, indossa la divisa, scende in strada, prende una lattina dal distributore, si mette in macchina, ascolta cassette di musica occidentale – Lou Reed, The Smith, Van Morrison – e fa il giro dei bagni pubblici per pulirli. Adora il suo lavoro e lo fa con cura perché sa di offrire un importante servizio per la collettività.
Oltre al lavoro, Hirayama legge Faulkner e letteratura giapponese, coltiva piantine di momiji – foglie d’acero – e scatta fotografie con un’analogica. La sua vita fluisce semplice, in una Tokyō caotica seppur inafferrabile, la cui tridimensionalità di palazzi e strade si intreccia con un groviglio di urbanità decadente.
Così, osserviamo ripetutamente il quotidiano di Hirayama, ipnotizzati dalla grazia con cui l’attore – Kojî Yakusho – si dedica al suo personaggio. Movimenti pacati, sorrisi, bellezza delle piccole cose.
E così il film prosegue, per più di due ore.
Tal quale una parola, mangia un chicco d’uva, un altro, e un altro ancora Nakamura Kusatao
La vita di Hirayama si fa narrazione semplice e immediata. Wenders non cerca colpi di scena, l’azione è Hirayama stesso che con la sua vita semplice e rispettosa si sublima a poesia. Il regista si dedica alla ricerca di quella “complessa semplicità orientale” che tanto spaventa e confonde noi occidentali.
Hirayama è come le parole di un haiku: mostra e dice un universo in poche sillabe. Il suo volto ci accompagna per tutto il film ed è come se l’uomo ci prendesse per mano e ci dicesse: guarda, questa è la mia invisibile ma utile vita. Esaltare la trasparenza dell’esistenza, tramite l’armonia e la purificazione da un mondo che non ci appartiene.
Con la sua divisa blu, il tenugui al collo per asciugare il sudore e quei baffetti sempre curati, Hirayama sembra provenire da un mondo per noi, frenetici donne e uomini di oggi, lontano e sconosciuto.
Non dovremmo, forse, salvarci in una stanza di pochi tatami e continuare a leggere fino a che il caos non si tramuti in silenzio?
La campana del tempio tace, ma il suono continua ad uscire dai fiori.
Di fronte a questa normalità disumana, la follia è una via di fuga, un tentativo estremo di urlare: Il vostro mondo non mi sta bene, non lo accetto, lo rifiuto, non voglio viverci! Ma se urlerete una volta, sarete condannati a tacere per sempre, altrimenti c’è la contenzione, lì, pronta, ad aspettarci a braccia aperte. Soffri? Soffri abbastanza?
Il bello di quando iniziamo a leggere un libro è l’incognita del viaggio che ci aspetta. Spesso il titolo può essere una guida o anche un nemico, come nel caso di Vuoto di Ilaria Palomba. Titolo secco, dalle prospettive senza troppe interpretazioni, che conduce il lettore verso un percorso di amore/odio.
Iris, la giovane donna, è protagonista di un romanzo di deformazione che tocca vertigini e abissi. Senza apparenti coordinate di scrittura, l’autrice tesse le trame invisibili dell’inconscio di tutti i personaggi. Abile chirurga, viviseziona anime e corpi. Nulla sfugge alla sua psiche presente nel mondo reale, ma anche attenta a quell’altrove di cui si fa abile scrutatrice. Sì, Vuoto è un libro dell’altrove e dell’inapparente.
Nel racconto di Vuoto, tutto quello che vediamo ha un doppio. Un doppio che a sua volta diventa specchio, prisma, mosaico, fino a diventare una nebulosa impercettibile all’occhio umano. Tutta la potenza negativa e positiva della mente è qui, tra queste pagine che risucchiano il lettore in un monologo a tratti devastante, a tratti vertiginoso. In certi momenti, tutto si fa buio. Il lettore non ha coordinate e si deve necessariamente abbandonare all’ebrezza di un potente flusso di coscienza.
Come si arriva a sopportare il vuoto? Soprattutto, cos’è questo vuoto in cui quasi tutti i personaggi si inabissano, placidamente? Potrebbe avere le sembianze di una melma quotidiana o di un ideale inarrivabile. Potrebbe essere la nausea di corpi che si trascinano nella vita o la complessità contemporanea di un sistema sociale asfittico e violento. Potrebbe essere il nulla che appartiene all’uomo dalla sua nascita? Potrebbe essere il vuoto di Ilaria Palomba condizione per esistere, resistere e distruggersi per poi rinascere? Il Vuoto come ciclo intermittente, che ci accompagna nel mistero della vita?
La sofferenza, la malattia mentale, la depressione, il suicidio, l’inaccettabilità, i traumi infantili, gli stupri, la psicosi, gli psicofarmaci: tutti tabù della nostra società che Ilaria Palomba scopre, senza fare sconti. Fatti reali? Invenzione letteraria? Cosa importa. Qui è la scrittura a parlare e a farsi corpo offerto all’indifferenza.
Con la depressione la nostra civiltà ci ha fatto i soldi, se sei felice diventi pericoloso. Ci vorrebbero tutti depressi e incatenati, possibilmente suicidi, per poi amarci da morti. Facile così. Delirare il mondo, non partire e non concludere, eludere la depressione – la riflessione su di sé che conduce al senso – farsi eco, non suicidio.
In questa “apologia della rivolta” all’interno di una società umiliante e soffocante, Iris trova il modo di riavvolgersi. Così gli inverni non sono eterni inverni e i deliri possono rifiorire, anche se appassiti.
È il 2 novembre del 1975 quando il corpo di Pier Paolo Pasolini viene trovato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Un corpo martoriato, fatto a pezzi, la cui violenza d’immagine contrasta con gli anni della Bellezza che Pasolini ha provato a creare, in un’Italia già piena di contraddizioni e storture.
La poesia, la lingua friulana, il bianco e nero dei suoi film, la ricerca estetica, il candore della sua voce, il tutto frullato nel vortice di quella morte improvvisa e immorale.
Mi avvicino inizialmente a Pasolini grazie alla sua attività di insegnante di scuola media, colpita da alcune citazioni riportate nel libro Improvviso il Novecento di Giordano Meacci, in cui l’autore traccia, tra luoghi e interviste a ex alunni del poeta, l’attività, seppur breve, di insegnamento presso la scuola Francesco Petrarca di Ciampino. Siamo già in quella periferia romana, protagonista costante della vita privata e artistica dello scrittore.
[…] perché lui non li assillava né considerava il voto importante. Considerava quello che sapevano, non quello che non sapevano. Non andava alla ricerca di quello che non sapevano. Andava alla ricerca di quello che potevano esprimere, e gli alunni con lui erano liberi. Si sentivano molto valorizzati…
È d’obbligo, dopo aver attraversato questi tre anni da insegnante di borgata, immergersi nel vivo della sua scrittura e dei suoi film. In Ragazzi di vita, la mia lettura si fa quasi ossessiva. Non riesco a lasciare quelle pagine fitte, che scorrono come una macchina da presa, tra luoghi decadenti, parlate romane e personaggi che non fanno nulla, immersi completamente nell’ozio della vita di strada. Vengo avvolta da descrizioni minuziose, che mi regalano visioni di mondi lontani a me sconosciuti. In questa lettura sinestetica, scopro un Pasolini attento a un’estetica stilistica ben bilanciata tra complessità descrittiva e lingua di vita, fedele a una realtà che va necessariamente raccontata, senza intoppi morali o sentimentali, esclusivamente definita e modellata da uno stile lucido e razionale. Quelle scene, poi, le rivedo in Accattone, e quei volti li trovo riassunti in quello di Franco Citti, che interpreta il protagonista, perfetto come funambolo tra grazia mancata e volgarità ricercata.
[…] e il Riccetto fece come lui, ma siccome gli schifava raspare con le mani, andò a strappare un ramo da un fico oltre un reticolato che pareva lì dai tempi di Crispi e con quello stando accucciato cominciò a spostare le carte zozze, i cocci, le scatole di medicinali, gli avanzi delle minestre e tutta l’altra roba che gli puzzava intorno.
Il bello di Pasolini è il vortice della sua arte, che non si arresta alla solita estenuante ricerca. Così, in Teorema, film del 1968, trovo atmosfere diverse, in contrapposizione a tutto ciò che di Pasolini conoscevo. Nel film, Pasolini espone il suo “teorema” concettuale e politico: la distruzione del sé piccolo borghese, in una Milano umida e ovattata. Forse il più realistico dei suoi film, i cui appunti vengono abbozzati come “referti” e “dati”, come apprendiamo dal libro, pubblicato successivamente al film. Di questa pellicola, colpiscono la bellezza e la violenza sottesa, in cui azioni e parole sono sospese su una borghese delicatezza, pronta a infrangersi dinanzi al peccato proibito e inaccessibile. L’ambiguo ospite che arriva in questa casa perfetta distrugge tutto – ogni ideale, ogni certezza, ogni salda convinzione – come un giovane Rimbaud che entra in casa Verlaine a sconvolgere per sempre il matrimonio tra Paul e Mathilde. Non a caso, l’ospite è un assiduo lettore di Rimbaud. Parafrasi della vita e di quel mondo che Pasolini tende a scardinare, senza riuscirci. Forse è troppo presto per il poeta che si fa veggente e assolutamente moderno, sempre per riprendere il lontano Rimbaud.
Il piacere di essersi fatta violare da quello sguardo, di essersi volontariamente perduta e degradata, coincide con una vergogna che può essere casuale e legittima: quella di essere stata colta di sorpresa, mentre innocente faceva il suo bagno di sole in terrazza. Ella recita questa parte, diligente e accanita come una bambina: ma la recita, coscientemente, male.
Il Pasolini puro, quello con la lingua di fuoco, che sventra anni di sbagliata politica e di storia, lo ritrovo negli Scritti corsari. Anche qui la mia lettura si fa morbosa e, a un certo punto, persino malinconica. Pagine e pagine di articoli si susseguono, dalle quali emerge una verità inascoltata. Ed è allora, nella giungla pericolosa di quelle parole, che mi accorgo quanto quella voce, oggi, manchi. A noi, nuova società del consumo e del progresso, gentrificata, amalgamata, appiattita dalla globalizzazione colonizzante. Come ci vedrebbe oggi Pasolini? Cosa direbbe di noi che siamo la realizzazione del suo più triste incubo?
Sono passati quarantasette anni dalla pubblicazione di quegli scritti, nel maggio del 1975. A ogni pagina, quella voce che manca si fa nostalgia di una storia del presente asettica, che continua da sola, inesorabile, senza che qualcuno faccia da contraltare. Una storia che scivola, subdola, come quel Petrolio che va via, lasciando tracce indelebili.
L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.
Dopo tanto frastuono – i processi, la morte violenta, gli scritti incriminati, i complotti – qual è il Pasolini che mi piacerebbe ricordare? Sicuramente quello di Atti impuri. In questi scritti incompleti, ritrovo la voce poetica del Pasolini adolescente, che cerca di esplorare la sua sessualità omosessuale, vista, appunto, come un atto impuro e come una forma di peccato. Sembra di avvertire, tra quelle pagine, il continuo rimpianto di non poter amare nella normalità degli amori diversi. Il dolore cresce, si fa colpa e miseria, impoverito ulteriormente dai frastuoni della Seconda Guerra Mondiale. L’amore si trasforma in ossessione proibita e in fantasia deviante e deviata. La frustrazione che ne deriva è un vero e proprio atto di dolore, recitato in ginocchio, su taglienti rovi di spine.
Nisiuti era perfetto, davanti a me, col suo odore di fieno e di latte, la sua carnagione rosata e intensa, ormai un po’ annerita dai primi soli primaverili, le sue pupille nitide e pure. Tutto era contenuto in lui, tutto quello che è necessario all’amore. E niente di chiuso, di inespresso, di adombrato: il suo mistero splendeva chiaro come il suo sguardo.
Era un pomeriggio strano quando avevo tra le mani l’antologia letteraria francese del ‘900. Ogni tanto mi capita di sfogliarla per non perdere il gusto della letteratura nel tempo. Rileggo così, un po’ per caso, un estratto de La Nausée di Sartre e di quando Antoine Roquentin si trova davanti alle radici di castagno. Ho sentito immediatamente quelle parole attraversarmi come una verità a me ancora sconosciuta, martellandomi per giorni e giorni. Ho dovuto ammettere a me stessa di non aver mai letto quel libro, anche perché i libri non si devono leggere per forza. Arrivano così, all’improvviso ti chiamano, per una ragione. Com’è successo a me.
Compro il libro ma mi scontro subito con la realtà: non potevo leggerlo nell’amore e nel silenzio di “una stanza tutta per me”. Ero continuamente in giro per impegni scolastici. E così è iniziato questo mio viaggio nel quotidiano, in compagnia de La Nausée di Sartre.
[…] je vais au hasard, vide et calme, sous ce ciel inutilisé.
I giorni passano e sento che in questo libro, una banale edizione di Poche, l’unico ordine possibile sembra essere quello cosmico, in cui ogni essere respira, vive e muore. Esattamente come stavo facendo io – respiravo e vivevo. Lo sguardo di Sartre sul mondo è uno sguardo lento e dolce, che segue il tempo dei gesti, delle azioni e delle parole. Lo stesso sguardo di cui avevo bisogno io per perdermi, lontana dal vizio di quella quotidianità dolce e spietata.
[…] les choses sont tout entières ce qu’elles paraissent – et derrière elles… il n’y a rien.
La Nausée va letto nei ritagli di vita quotidiana, nei luoghi meno indicati per la lettura: su un treno chiassoso, in un bar con la tv accesa, nella pausa pranzo tra colleghi rumorosi, al mare in piena estate, in un’estranea camera d’albergo. Molti si aspetterebbero di leggerlo nel silenzio di una stanza confortevole, ma cosa ci racconterebbe? Questo libro va letto, ripeto, mentre semplicemente si esiste, mentre un’ape in un parco interrompe lo scorrere della prosa, mentre una cameriera al bar ci chiede se desideriamo altro. Perché questo libro è così. Deve insinuarsi in noi, nella nostra esistenza fatta di fratture, intermittente e malridotta. Ho provato, così, a farmi accompagnare da La Nausée in alcuni momenti della mia vita. E quando distoglievo gli occhi dalle pagine, il mio sguardo sul mondo si faceva diverso. Io stavo diventando diversa. La Nausée montava anche in me, come un fatto organico normale.
J’existe. C’est doux, si doux, si lent. Et léger.
Un libro lo iniziamo perché ne abbiamo bisogno. È lui a cercarci, in qualche modo. Ci incontra, entra in noi e, spudoratamente, ci cambia. Eppure, c’è qualcosa in questo libro che ancora mi sfugge. Il momento in cui la nausée sale e perché. Momento sempre inatteso e misterioso.
En ce moment même – c’est affreux – si j’existe, c’est parce que j’ai horreur d’exister.
Questa è la storia della lettura di un libro. Perché un libro non si legge soltanto. Mentre lo leggiamo, il libro vive, viaggia, lavora, pensa, si riposa. Questa è la storia di un libro che non ha preso pace, perché non ha avuto il conforto del silenzio di una stanza caldamente illuminata. L’ho letto in una fase impegnativa della mia vita e ha vissuto con me gli alti e i bassi del quotidiano. E così, a fine lettura, il libro ha l’odore dei momenti vissuti e s’intravede quel giallo che col tempo si intensifica. Il giallo dello sporco dei giorni e della sua misteriosa e incombente nausea esistenziale.
Je ne possède que mon corps ; un homme tout seul, avec son seul corps, ne peut pas arrêter les souvenirs ; ils lui passent au travers. Je ne devrais pas me plaindre : je n’ai voulu qu’être libre.
Le edizioni della Libreria Dante & Descartes di Napoli tornano a pubblicare una nuova opera letteraria a cura di Adelia Battista, dal titolo Nina. Vico Storto Concordia, 10.
Il testo si pone l’intento di recuperare la memoria storica e sociale che soggiace, abbandonata, nei nostri archivi. Infatti, quasi mai accade che qualcuno la restituisca al pubblico per farla rivivere.
Nina nasce proprio da questi sotterranei bui e impolverati. Un funzionario scopre che nei sotterranei del Reale Albergo dei Poveri giacciono centinaia di fascicoli sotto le macerie del terremoto del 23 novembre del 1980. È l’archivio del Tribunale di Napoli: I fascicoli racchiudevano i destini di tante creature e costituivano la testimonianza chiave delle loro esistenze. Nelle relazioni di magistrati, poliziotti, psicologi e assistenti sociali, affioravano, scritte a mano, storie di povertà e tristezze familiari, ma anche di solidarietà e di speranza.
Le archiviste, Rossana e Raffaella, si battono affinché questi documenti e queste storie, rimaste nascoste per anni, vengano finalmente fatte conoscere. Ed è qui che subentra Adelia Battista, riportando in vita, su carta, la storia di Nina, un’orfana napoletana dalla vita travagliata.
Siamo nei popolari vicoli napoletani, dove odori, brusii, esistenze, si mescolano e si sorreggono. Rosa, la nonna di Nina, riesce ad avere in affidamento le due nipoti. La donna è il simbolo del sacrificio e della dedizione famigliare, ma anche della lotta e del coraggio. Fa la lavandaia e il suo lavoro stabile le permette di avere sulle spalle il peso dell’intera famiglia. Rosa è anche l’incarnazione della semplicità e di una estrema carità.
I genitori di Nina, Carmela e Nicola, rappresentano l’amore sbagliato, tradito, violentato. La morte della madre Carmela segna la perdita e accentua, in Nina, il senso incolmabile della mancanza materna e della solitudine: Da quando Carmela non c’era più Nina aveva cantato poche volte. «Per cantare ci vuole il cuore contento», diceva e lei contento il cuore non l’aveva.
Nicola Bottone è un uomo di malaffare. Questo germe velenoso, di zoliana memoria, sembrerebbe condizionare anche le vite delle future figlie: «Nonna, ma i sogni da dove vengono?», chiese Nina un giorno con un tono nervoso nella voce. «Da ‘o cielo! Da dove se no?», rispose Rosa. La ragazza la guardò sbigottita. “E perché il cielo mi manda un sogno accussì brutto?”, meditò. Per fortuna così non è stato. Il presentimento, che nasconde la “vergognosa” paura della non amata, dell’orfana, viene cancellato dall’amore di Rosa, interrompendo il circolo vizioso del male ereditato.
Ciò che colpisce di questa storia recuperata è sicuramente la giustizia terrena, che sembra fare sempre il suo corso. L’affidamento inaspettato delle nipoti di Rosa e il carcere per le malefatte di Nicola Bottone fanno sperare in una società migliore.
La storia di Nina, recuperata dalla memoria degli archivi del Tribunale di Napoli, emerge con forza e delicatezza. La scrittura sussurrata di Adelia Battista fa entrare il lettore in una dimensione quasi onirica, seppur la trama sia impregnata di realismo napoletano.
Durante la lettura, iniziata e terminata in treno, durante il solito viaggio mattutino per recarmi a scuola, mi ha fatto rivivere le atmosfere di Napoli, con le sue infinite contraddizioni. Un libro sinestetico, delicato e “misericordioso”.
Alcuni testi nascono per raccontare, testimoniare, ricordare, elogiare. Huppert et moi di Richard Millet potrebbe sembrare, in apparenza, un elogio a un’icona del cinema francese. In realtà, Millet scrive una lunga meditazione su Isabelle Huppert a partire da una coincidenza: entrambi sono nati nel marzo del 1953, con tredici giorni di differenza: […] ces treize jours d’aînesse suggèrent qu’Huppert m’a non seulement précédé dans le temps mais qu’elle a toujours été là, et que, d’une certaine façon, je l’ai toujours connue (p.23). Una meditazione che non si limita alla sola figura dell’attrice, ma a tutto il cinema, a partire dalla voce che è corpo vibrante della recitazione: […] la voix en tant qu’elle est l’épiphanie du corps de l’acteur, lequel n’a d’autre fonction que de rendre visible sa voix en lui donnant corps […] (p.10).
Ed è proprio sulla voce che l’autore insiste, voce che diventa metafora di un mondo alla deriva, insignificante e apolitico. Millet riprende sicuramente i temi a lui cari, che lo hanno reso scrittore in azione nella sua campagna contro la fine della civiltà europea e di quella francese in particolare, dove, ritornando al cinema, tutti gli attori potrebbero essere sostituibili, tranne Isabelle Huppert, che diventa come un’isola solitaria in un paesaggio artistico desolato.
“Corpo femminile”, “corpo letterario”, “corpo politico”: con le sue caratteristiche “neutre e discrete”, simili a quelle della ragazza della porta accanto, Huppert sfida ogni stereotipo e attraversa gran parte della storia letteraria europea, incarnando personaggi come Madame Bovary, Charlotte de Le affinità elettive, Madame de Maintenon, Anne Brontë: Le corps d’Huppert: on le devinait ou l’imaginait menu. Il paraît aussi lisse et clos que son visage; il ne dit rien. Silencieux, ni beau ni laid, il peut être voué à tous les rôles ou aux gémonies (p. 33).
Dopo una breve analisi di alcuni film che la rendono protagonista, da Violette Nozière a La pianiste, l’autore infrange quello specchio in cui egli stesso si riflette, entrando in una dimensione senza tempo. Parlare di Huppert è solo un pretesto per parlare di se stesso e delle passioni che lo hanno attraverso nella visione dei film. Isabelle Huppert, dunque, figura femminile ideologizzata, frammento di silenzio e di meditazione nella vita dello scrittore, rappresentazione rischiosa di corpi letterari, rimanda allo scrittore anche la sua dimensione terreno, che lo avvicina alla morte, pericolosamente: Peut-être est-elle la figure de ma mort – mon visage mortel: tout ce qui me rappelle que je suis dans le temps est une figure de ma mort – les femmes, surtout, qui donnent la vie et la mort, contrairement aux hommes, qui ne donnent rien (p. 80).
Richard Millet, Huppert et moi, Pierre-Guillaume de Roux, 2019.
È l’8 luglio del 1853 quando le ‘Navi nere’ (kuro fune, ribattezzate così dai giapponesi per sottolinearne la minaccia e la pericolosità) del commodoro Matthew Perry si ancorano alla baia di Uraga, Tokyo. L’intento degli americani è quello di infrangere il sakoku, un editto che proibiva agli stranieri l’ingresso e limitava gli scambi commerciali alla Cina e ai Paesi Bassi. L’anno successivo, nel 1854, Perry vi ritorna con il doppio delle navi. Lo shōgun Tokugawa Iesada accoglie tutte le richieste degli americani, aprendo così le proprie frontiere e segnando l’apertura del Giappone all’Occidente.
L’episodio rappresenta un ricordo indelebile nella storia dei giapponesi e uno spaccato storico non indifferente, che apre il grande dibattito tra modernizzazione e occidentalizzazione del Paese: quali sono stati gli effetti di questa apertura? A cosa è andato incontro il Giappone? Cosa voleva dire essere e sentirsi giapponesi?
A queste domande, Yukio Mishima risponde con la raccolta di saggi La difesa della cultura, pubblicato nel 2020, per la prima volta in Italia, da Idrovolante Edizioni, e tradotto da Silvio Vita e Romano Vulpitta.
Perché questi scritti sono così importanti? Grazie ad essi, conosciamo più a fondo l’uomo Mishima, il Mishima politico, l’uomo che si divideva tra la via della penna e la via della spada, scegliendo quest’ultima, attraverso una rappresentazione estrema della sua morte, avvenuta il 25 novembre 1970, tramite il seppuku che molti, all’epoca, giudicarono di aver portato indietro il Giappone di duecento anni. Infatti, il modo con cui Mishima morì e l’occupazione dell’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, con i membri più fidati del Tate no Kai la lui fondato, provocò disonore alla comunità giapponese e per anni l’argomento venne considerato un tabù. Ci volle del tempo per riflettere e dare una spiegazione a quanto successo.
La difesa della cultura rappresenta una raccolta fondamentale per capire cosa motivò Mishima a spingersi così oltre, oltre la tradizione stessa. Si è parlato di fanatismo, di estremismo, di nazionalismo efferato. In realtà, Mishima viveva un vero e proprio disagio esistenziale, “qualcosa si è rotto” scrive, legato alla perdita di tradizione, intesa come insieme di valori e di simboli di unità del popolo, e ricerca di un ideale e di sacralità: Le passioni sono inaridite […] Che tempi siano piuttosto quelli in cui viviamo dovrebbe essere un assoluto enigma, ma ciò nonostante traspare, potremmo dire, con una nitidezza che non lascia adito a dubbi. Perché sia avvenuto questo declino io me lo sono domandato a lungo (pp. 37-38). L’Occidente, con tutte le sue affascinanti novità, stava conquistando il Giappone. Anche Mishima ne venne stregato: vestiva in modo occidentale, prediligeva la letteratura francese, americana e inglese, era affascinato dall’Antica Grecia e si fece costruire una casa in completo stile occidentale. Quindi, Mishima era semplicemente un uomo che non aveva rinnegato il fascino delle mode in arrivo da oltremare, pur conservando dentro di sé un autentico spirito giapponese che si manifestava, in particolar modo, nei suoi scritti, nei suoi romanzi e nella pratica delle arti marziali giapponesi.
Molte pagine della raccolta sono dedicate ad ampie riflessioni sulla natura dell’Imperatore, che perde la sua origine divina, sui fatti del 26 febbraio accaduti in Giappone – che potrebbero costituire un antefatto all’occupazione dell’ufficio di Mashita da parte di Mishima -, sui fatti della Cecoslovacchia, sulle rivolte studentesche, sulla poesia e sul teatro.
L’ultimo scritto, Una promessa che non ho potuto mantenere, chiude la raccolta. Il testo, elaborato pochi mesi prima della sua morte, viene considerato il suo testamento politico e spirituale. L’ottimismo iniziale dell’uomo d’azione, impegnato a difendere la propria cultura a favore di una cultura nazionale, lascia spazio a un pessimismo senza ritorno: Riflettendo su cos’abbiano rappresentato per me gli ultimi venticinque anni della mia vita solo ora mi stupisco del loro senso di vuoto. Non posso dire di aver “vissuto” (p. 187). La passione dei primi anni giovanili, la stessa che troviamo nei romanzi della giovinezza, si appassisce. Il principio di lotta perde il suo senso primario. Mishima è stanco: Io la vita non riesco ad amarla quasi per niente. Combattere in continuazione contro i mulini a vento, può forse voler dire amare la vita? (p. 191).
A distanza di anni, e col senno di poi, avvertiamo sottopelle le parole di Mishima. Quel destino preannunciato del Giappone, svuotato delle sue bellezze più antiche a favore di superpotenza economica, riguarda tutti noi. Forse una morte trasformata in spettacolo era necessaria per lanciare un grido, anche se nel vuoto dei tempi moderni. Un grido rimasto inascoltato, frainteso, giudicato.
La difesa della cultura potrebbe apparire un testo molto tecnico, intriso di fatti politici specifici e sconosciuti agli occidentali, soprattutto quando Mishima sprofonda in riflessioni molto personali, evocando persone e simboli. Le ricche note a piè di pagina e la cura editoriale rendono sicuramente la comprensione più agile, senza ricorrere a ricerche su Google.
Mi piacerebbe finire questa riflessione su La difesa della cultura con le parole che chiudono l’ultimo romanzo di Mishima, Lo specchio degli inganni, che segna la fine della trilogia Il Mare della Fertilità, in quanto lasciano un grande silenzio e un’impareggiabile sensazione di pace, come se ogni cosa fosse compiuta: Era un giardino pacificante e sereno, senza niente di particolare. Come un rosario che scorra tra le dita, vi regnava, assordante, il canto delle cicale. Nessun rumore al di fuori di quello. Il giardino era vuoto. Era venuto, rifletteva Honda, nel luogo del nulla, ove ogni ricordo è cancellato. Il sole estivo inondava la pace del giardino (p.238).
Yukio Mishima, La difesa della cultura, trad. Silvio Vita e Romano Vulpitta, Idrovolante Edizioni, 2020.
Sapienza con le amiche ex detenute di Rebibbia al Circolo Mondoperaio di Roma (Fonte: «La Repubblica», 26 febbraio 1983)
Prima di iniziare a leggere un libro, ho l’abitudine di sfogliarlo, più volte. Lo faccio inconsapevolmente, forse con il desiderio di stuzzicare maggiormente la lettura o semplicemente sentire l’odore delle pagine. In quello sfogliare, quasi frenetico, capto frasi, parole, come se un vortice di lettere mi inglobasse nel suo nulla.
L’Università di Rebibbia, della “scandalosa” e incompresa Goliarda Sapienza, colpisce da subito. Non solo per il titolo. Capiamo, sin dalle prime pagine, che l’autrice non si nasconde. È lei, Goliarda, la protagonista di queste “sudicie” pagine di memoria all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Sì, pagine sudicie, maleodoranti, disturbanti.
Ma che ci fa la scrittrice, l’attrice, la poetessa, all’interno di un carcere? È tutto vero? Finzione narrativa? No. Goliarda Sapienza in carcere ci è stata veramente, all’età di 55 anni, con l’accusa di ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. In sintesi, aveva rubato dei gioielli a un’amica. E in quegli anni, la povera Goliarda non se la passava bene, a causa di gravi difficoltà economiche che spesso si abbattano sui visionari e sulle menti alternative.
In questo viaggio tormentato all’interno di un carcere, con la sua narrazione, Goliarda sfiora quasi il paradosso. La sua scrittura non teme la staticità e la reclusione. Si fa più viva, soprattutto nei dialoghi e nei linguaggi, che l’autrice coglie e trascrive. Penna viva, poliedrica, sensibile, che percepisce ogni sentimento, movimento, corpo, anima. Tant’è che avverte quasi la necessità di mettere un freno a tanta inaspettata vivacità: Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.
All’interno di questo spazio sconosciuto, dove nulla arriva all’esterno – mi riferisco quantomeno all’epoca in cui il testo è stato scritto – , dove la “noia se taja cor cortello”, Goliarda si muove come una nota stonata. Lei è diversa. Ha un aspetto da benestante, parla bene l’italiano e si esprime con concetti che vanno al di là della semplice e facile condensazione del quotidiano: Non si sfugge alla propria classe. Lo scarto che si crea tra privilegiati e abbandonati è quasi incolmabile: Ma la mia persona appare di poco interesse in questo calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa. Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, dagli ambienti fin dalla culla, protetti fin da bambini dal bisogno vero restiamo anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio.
E così, in un mondo che ti costringe continuamente a cercarti un posto, una collazione all’interno della società, un ruolo, una faccia, una maschera, e nonostante questa ricerca spasmodica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo è sempre più privo di identità, il carcere diventa il luogo della predestinazione: Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare «la tua identità», come si usa dire da qualche tempo.
Goliarda scopre un microcosmo nuovo, che ribalta tutta la conoscenza del mondo e della società fuori. Un microcosmo che unisce e obbliga alla convivenza in ambienti claustrofobici vite diverse, vite al margine, vite complicate, disperate, annullate: […] la brama delle cose necessarie per sopravvivere è così esasperata qui dentro che ti fa sentire (al confronto di quelli che vengono a trovarti) una vera bestia solo ansiosa di pezze per coprirti e bocconi da ingoiare voracemente.
Il carcere diventa per l’autrice – forse per disperazione, forse per insurrezione socioculturale – un luogo nuovo, dinamico, ricco di varietà culturali, di convivenze linguistiche e religiose, sfiorando, forse, una eccessiva idealizzazione: Si insinua nella mente una speranza, speranza incerta, forse menzognera ma viva: in questo luogo arriva – anche se per vie traverse – l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvie all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori. Nel momento in cui scrive queste parole, Goliarda Sapienza non è un personaggio ben visto, a causa dei suoi pensieri troppo liberali o troppo avanti per l’epoca. Il padre, fortunatamente, non le ha mai permesso di frequentare la scuola fascista, optando per lo studio a casa. Sua madre, Maria Giudice, è stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino. Il suo libro più discusso, L’arte della gioia, è stato pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2000, a causa delle tematiche ritenute troppo scandalose per l’epoca.
L’Università di Rebibbia, per Goliarda, è il libro del riscatto. Lei, intellettuale benestante, riscopre “l’università cosmopolita [di Rebibbia] dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo”, alla faccia del mondo fuori dove oramai non si impara più nulla, se non l’arte di obbedire alla massa e a una politica che perde sempre più il controllo sui corpi sociali più deboli, trascurandoli o gettandoli tra quattro mura, senza cura del diverso, del fragile, ignorando la miseria a favore di un equilibrio perverso, fatto di apparenze e false credenze: Vieni, Renato, e portaci la libertà! O una bella morte serena… la vedo: un grande angelo azzurro e d’oro col tuo viso, Renato, che scende piano piano, ci raccatta insieme e cantando ci porta su in cielo!
Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi, 2016.
Capita a molti autori o anche a semplici lettori di parlare con il proprio scrittore preferito. A volte in gran segreto, a volte alla luce del sole. Con Mishima, Nicolas Gaudemet ci racconta del suo incontro con lo scrittore giapponese, a sedici anni, quando, per la prima volta, legge Confessioni di una maschera: 1995, Il est là. Son titre me hante. Depuis des années: d’abord chez nous, en banlieue sud de Paris, puis dans la maison de mes grands-parents à Tours, où ma mère l’a apporté. Je m’assois sur le couvre-lit de jacquard bleu. Le murmure étouffé des tourterelles résonne à travers le toit. Un nuage étend son ombre sur les mirabelliers du jardin. Le livre patiente dans l’étagère au parfum de bois ancien, enchâssée dans le panneau aux reflets sombres. La descrizione così dettagliata del momento, dai suoni esterni ai colori, pone l’accento sull’importanza di questo incontro unico, rimasto nella memoria in tutta la sua complessità. Confessioni di una maschera è forse il primo libro di Mishima che tutti abbiamo letto prima di comprarci in modo ossessivo il resto dei suoi testi. Chi non si è innamorato di quel giovane senza nome, che confessa i suoi desideri nascosti, con sensualità e candore? E quell’incipit, così diretto, così evocativo, senza filtri e compromessi, che tanto ci rimanda a un altro autore – Marcel Proust – da cui sicuramente siamo tutti passati per necessità di buona e profonda lettura?: Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste alla mia nascita. Da principio, ogni volta che lo dicevo, i grandi si mettevano a ridere, ma poi, sospettando velleità di raggirarli, guardavano con astio la faccia pallida di quel fanciullino senza fanciullezza.
Nicolas Gaudemet sembra ricordare il protagonista di Confessioni di una maschera, soprattutto quando, in piena fase adolescenziale, controcorrente, si sente lontano dai suoi compagni di classe: Ils ne devinent pas que je rêve de me purifier. Changer: je passe mon temps à vouloir changer. Camaleontico, soffoca nelle lenzuola i suoi primi desideri di ragazzo alla ricerca della sensualità. Una ricerca che si completa solo quando inizierà a leggere Mishima. Così l’autore giapponese diventa il suo Cicerone nella vita. Ma non sarà una passeggiata piacevole. Ogni confessione nasconde un fondo di verità, anche se filtrata con menzogna. La maschera diventa irrimediabilmente uno specchio in cui riflettersi e scoprirsi: Moi qui ai possédé en rêve tous mes camarades de collège, lycée, certains de mes professeurs, je suis comme brisé.
I libri di Mishima che Nicolas Gaudemet leggerà in futuro, lo accompagneranno nei pensieri e nella fantasia: J’ai tant revé de me réfugier dans le Japon de Mishima. E lo condurranno anche alla sua natura di scrittore e di osservatore del mondo. L’adolescente, che restava estasiato davanti alle prime pagine di Confessioni di una maschera, si completa, reinventandosi attraverso nuove letture e nuovi personaggi.
In questo breve testo ritroviamo, dunque, tutti i meccanismi che scatenano un colpo di fulmine verso un autore. Meccanismi che sono noti e analizzabili solo nel tempo che passa, perché in quel momento preciso, quando conservi il primo libro tra le mani, puoi anche ricordare tutto – dove sei, dove hai comprato il libro, i suoni, i colori – ma quel sentimento che ti avvicina all’autore resterà per sempre inafferrabile e misterioso.
È sorprendente vedere pubblicati degli inediti di uno scrittore che ci ha lasciati tempo fa. In parte ci disorienta, in parte ci incuriosisce. Ormai pensiamo che quello che Mishima doveva dirci ce l’ha detto. Quindi cos’altro aveva da raccontarci di così bello, di così importante? Vie à vendre, comparso per la prima volta in Giappone nel 1968, è stato pubblicato da Gallimard il 16 gennaio 2020 e tradotto da Dominique Palmé. In Italia dovrebbe uscire con il titolo Vita in vendita, edito da Feltrinelli.
Je propose une vie à vendre. À utiliser à votre guise. Homme, 27 ans. Confidentialité garantie. Aucune complication à craindre.
Hanio Yamada, giovane pubblicitario, dopo aver fallito nel suo tentativo di suicidio, decide di pubblicare un annuncio su un giornale, in cui mette in vendita la propria vita: Après avoir raté son suicide, Hanio vit s’ouvrir devant lui un monde absolument vide, d’une liberté merveilleuse. Hanio si sente libero, dal momento che la sua vita è diventata una piacevole leggerezza, priva di ogni responsabilità umana e sociale. La sua idea scatena una serie di incontri improbabili, che lo spingeranno a un’esistenza rocambolesca. Sembra quasi un racconto allucinato, psichedelico, in cui ogni cosa appare attraverso forme fluide, sfocate e sfuggenti, parce que chacun d’entre nous a ses rêves.
Je vous conseille d’arrêter de considérer les choses de façon trop compliquée. La vie humaine, la politique, c’est beaucoup plus simple et plus superficiel que vous ne croyez. Mais à moins d’être prêt à mourir à n’importe quel moment, on ne peut pas adopter cet état d’esprit. C’est le désir de vivre qui nous pousse à voir les choses sous un jour beaucoup trop complexe.
Con questo libro Mishima disintegra la società e la politica giapponese dall’interno, lanciando una provocazione attraverso il commercio della vita. Non è in questione l’etica o l’ideologia, ma tutto un apparato che limita l’uomo nelle sue aspirazioni e nei suoi desideri. Appartenere a un gruppo, fare massa, non è forse un modo di cristallizzare il proprio io emotivo e creativo?
Dans ce monde il y a aussi des gens qui ne se rattachent à aucun groupe. Des gens qui vivent libres, et qui sont capables de mourir libres.
In questo scenario grottesco, di personaggi fuori dall’ordinario, Hanio ha una naturale capacità di metamorfosi. Cambia pelle a ogni incontro, in ogni situazione. In questa discesa a spirale, l’uomo scopre il potere di vendere la propria vita, che non appartiene a nessuna organizzazione o gruppo politic0. Un potere che fa sicuramente terrore a molti, dal momento che l’essere umano non è prigioniero neanche della paura della propria morte: Tout ça est ridicule!