Quando il calcio si faceva in sottana: “Ladies football club” di Stefano Massini

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Bacio tra le due capitane, Alice Kell e Madeline Bracquemond

Ci sono storie talmente incredibili e potenti che hanno bisogno di essere raccontate e ricordate. Storie che devono necessariamente entrare nella nostra storia di oggi, per completare il boom di informazioni che ci circonda, affinché nulla sia solo evento mediatico, ma anche analisi e comprensione dell’origine di un fenomeno in ascesa.

Stefano Massini ci introduce a qualcosa che in Italia, di recente, è emerso con inaspettata “prepotenza”: il calcio femminile. Ladies Football Club non ha la pretesa di essere un romanzo storico, dal momento che si ispira soltanto a ciò che accadde realmente a Londra, tra il 1914 e il 1919, in modo tale che l’autore potesse avere maggiore flessibilità narrativa nel raccontare non solo fatti ma anche vite, vite di donne straordinarie.

Siamo in pieno conflitto mondiale. Gli uomini sono impegnati al fronte. Le donne devono prendere il loro posto nella vita quotidiana, entrando in fabbrica per produrre munizioni. È una storia di forza, che urla al coraggio e alla resistenza, in un momento storico in cui l’arresa al potere e agli eventi si preannunciava obbligatoria.

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In questo clima di grigio umore, le fabbriche hanno pensato, per le donne lavoratrici, di creare dei diversivi: chissà, se le facciamo divertire si dimenticano che stanno fabbricando morte. Così il footbal entra a far da bilancino alla produzione bellica. Sebbene la prima partita di calcio femminile a essere documentata risalga al 1895, il clima di guerra non ha fatto altro che nutrire questa pratica, rinforzandola e incoraggiandola. Se ne formano di squadre femminili, ma la più forte è la Dick Kerr’s Ladies, della Dick, Kerr & Co., una fabbrica di tram e di sistemi di illuminazione, convertita alla produzione di munizioni, come spesso accadeva durante la guerra. Le operaie della Dick, Kerr & Co. sono anche le prime calciatrici inglesi a disputare un incontro internazionale con una squadra francese e a vincere l’incontro. Celebre è la foto delle due capitane che, dopo il fischio finale, si scambiano un bacio provocatorio. Ed è proprio in questo contesto storico che si inserisce la vicenda raccontata da Massini. Rosalyn, Violet, Olivia e altre donne lavorano alla Doyler & Walker Munizioni di Sheffield. In cortile trovano un pallone e decidono di disputare una vera e propria partita: […] dovevamo iniziare, era scritto non so dove, era deciso.

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Kerr’s Ladies Football Club

Nel romanzo di Massini il calcio supera l’idea di sport per diventare vero e proprio messaggio messianico-politico: […] altro che calciatrici: erano sacerdotesse. Le operaie si spogliano di tutte le preoccupazioni quotidiane “per lottare, per lottare, per lottare” attraverso il sogno di un pallone. La palla diventa metafora di un sistema che affligge e obbliga: Per questo prendo a calci la fottuta palla: è figlia dell’industria che ci sfrutta tutte, nella piramide sporca lurida del lavoro. La palla è l’apoteosi del sistema, della maggioranza.

Le partite di calcio rappresentano, per Massini, un modo per analizzare l’universo femminile delle operaie, che fino a quel momento non avevano voce, per noi abituati a pensarle senza desideri, senza sogni, chine su macchine a produrre munizioni: Perché una donna può anche volere qualcosa, con tutta se stessa, ma niente la smuove come sentire di perderlo, o ancor peggio: che è lei a giocarsi contro. Il football diventa, per queste undici donne, una forma di libertà, di riscoperta e di riconquista, non solo del proprio ruolo nella società, ma anche della propria troppo reclusa intimità.

Finita la guerra, si è fatto di tutto per sopprimere le squadre femminili, per ridare nuovamente spazio agli uomini, con scuse denigranti e oltraggiose: “il calcio è pericoloso per le donne a causa della loro inferiorità fisica” o “la femminilità è minata perché è uno sport per uomini”. Nel 1921 arriva addirittura il ban della Football Association: A causa dei reclami fatti a proposito del calcio femminile, il Consiglio si sente costretto ad esprimere il suo parere, ritenendo il calcio inadatto alle donne e per questo motivo non deve esserne incoraggiata la pratica. Il Consiglio richiede, quindi, alle squadre appartenenti all’Associazione di non far disputare tali incontri sui loro campi di gioco. Il ban viene tolto soltanto nel 1971, rallentando la possibilità di crescita del calcio femminile, non solo in Inghilterra, ma anche nel resto del mondo, dal momento ne fu pioniera.

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Gruppo Femminile Calcistico, nato a Milano nel 1930. Le donne giocano in sottana.

In Italia la prima aggregazione di calcio femminile nasce a Milano nel 1930 e le donne scendono in campo con la sottana, a differenza delle colleghe inglesi che avevano già una divisa. La notizia fa così clamore che il CONI, temendo che il calcio femminile potesse attirare troppe attenzioni, fa in modo di dirottare le donne verso altri sport. Per parlere di vere e proprie squadre dobbiamo aspettare il 1946, quando a Trieste si formano la Triestina e le ragazze di San Giusto, il cui scopo era più che altro patriottico.

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Barbara Bonansea “festaggiata” dalle colleghe in Nazionale

La storia di Massini si inserisce, nell’Italia di oggi, in un momento importante per il calcio femminile. Infatti, l’11 dicembre del 2019 viene approvato l’emendamento con il quale le atlete femminili sono riconosciute come professioniste: era una battaglia necessaria, imprescindibile, per la civiltà, l’avrebbero combattuta per le donne di tutto il mondo, che il nemico – quello vero – era a bordocampo. E così le atlete di calcio, strumentalizzate negli anni della guerra per distrarre dai suoi orrori, hanno conquistato i propri diritti, portando avanti una battaglia che non può dirsi, ancora, definitivamente conclusa. E così anch’io, oggi, posso tifare Barbara Bonansea.

Stefano Massini, Ladies Football Club, Mondadori, 2019.

Uno sguardo su “Impossibile” di Erri De Luca

DSC0445-684x1024Erri De Luca ritorna sulle scene letterarie con un libro “impossibile”, aggettivo-definizione che fa da sfondo all’intera narrazione. Si tratta di un dialogo-interrogatorio tra un anziano sospettato di aver ucciso un suo vecchio compagno di avventure rivoluzionarie e un giovane magistrato, instancabile nella ricerca della sua verità, che non crede alle coincidenze, anzi, la cui coincidenza rappresenta proprio un indizio. Per chi conosce la storia di Erri De Luca, molti sembrano gli echi al suo passato caso giudiziario (Erri De Luca assolto nel processo No Tav).

Tutta la vicenda parte da una grande passione dello scrittore: la montagna. Perché tutto accade proprio lì, sulla Cengia del Bandiarac, “un posto difficile e pericoloso”: Lassù sono un estraneo, senza invito e senza benvenuto. Un luogo ostile, ma necessario per l’accusato, in quanto componente estrema della sua esistenza

La montagna, immobile per costituzione, è movente. Proprio così: fa muovere verso di essa. Ognuno ha il proprio motivo per andarci. Il mio è dare le spalle a tutto, prendere distanza. Mi butto indietro il mondo intero. Mi sposto in uno spazio vuoto e anche in un tempo vuoto. Vedo com’era il mondo senza di noi, come sarà dopo. Un posto che non avrà bisogno di essere lasciato in pace.

Si tratta, dunque, di un rapporto univoco e di un bisogno unilaterale. Tant’è che questa volta la montagna, nella sua silente maestosità, fa da spettatrice a un incidente, così il protagonista definisce l’accaduto. Ma per l’accusato e il magistrato il termine non ha lo stesso significato e diventa per lo scrittore motivo di ribaltamento interpretativo e di contesta politica.

Voi siete disposti a definire incidenti sul lavoro quelli che sono invece omicidi di lavoratori, spinti oltre il limite delle resistenze e delle condizioni di sicurezza. Trattare da incidenti le decine di migliaia di feriti e il migliaio di uccisi da lavoro manuale ogni anno, in cambio di salario. Ma qui dubitate della parola incidente riferita a un’attività pericolosa, festiva, con rischi presi spontaneamente, in piena responsabilità del proprio azzardo.

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ph. Valerio Bispuri

Tra un dialogo e l’altro, leggiamo anche alcune lettere che l’accusato scrive alla sua donna dalla cella d’isolamento del carcere. Come in ogni lettera, assistiamo a un’esternazione esasperata di sentimenti e di nostalgica invocazione di ricordi. Non si tratta però solo di lettere sentimentali, hanno anche un forte valore politico e universale. Veniamo infatti a conoscenza della condizione psicologica di un detenuto e del suo modo di vivere e percepire la condizione di reclusione.

Ammoremio un’altra lettera, visto che devo stare qui. Uno s’immagina che l’isolamento sia silenzioso. Invece strepita il corridoio delle altre celle, rimbomba di grida e di ferraglie varie.

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ph. Valerio Bispuri

Con queste lettere private, Erri De Luca rompe un tabù sulle carceri, rendendoci partecipi in prima persona delle emozioni che prova una persona reclusa: Chissà perché all’interno di questi muri sigillati mi viene di scriverti cose che a voce non tirerei fuori. Mi aiuta forse il vuoto che mi avvolge. È diverso da quello in montagna, che mi ci muovo dentro mentre scalo. Qui il vuoto mi mantiene fermo. Più che con i sentimenti, l’accusato deve fare i conti con il tempo, perché in carcere ce n’è tanto, ma la vita fuori corre sempre più in fretta ed è soggetta a trasformazioni e cambiamenti che possono stravolgere definitivamente la vita di un uomo: Così è ammoremio, quando si tratta di separazioni lunghe, carcere o emigrazione, lasciamo fare al tempo e non ai giuramenti.

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ph. Valerio Bispuri

Questa condizione intima viene di volta in volta interrotta dai dialoghi con il magistrato, che riportano alla realtà dei fatti. Una realtà che sembra impossibile, per i suoi paradossi e scontri verbali. In questo scambio di battute, ciò che viene fuori è la verità delle parole e l’utilizzo di una lingua che sembra perdere il suo reale significato, a favore di una strumentazione giudiziale, politica e giornalistica. Le parole sono diventate uno strumento, impiegate secondo i propri fini, dirottate e pilotate, per la conquista dell’opinione pubblica: La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. Si commercia parole, come se la società fosse un mercato dove vengono vendute al miglior offerente.

La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

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ph. Valerio Bispuri

In questo suo nuovo libro, Erri De Luca fa dell’impossibile un profilo dei giorni nostri, dove mancano “le felicità assortite” e le “uniformi interiori”, dove la “responsabilità individuale” prevarica su quella collettiva, favorendo egocentrismo e interesse personali. Perché tutto sembra girare intorno a questo, all’interesse personale, soprattutto nella giustizia, dove il potere, con la sua arma meno inaspettata che è l’incompetenza, decide su tutto.

Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, 2019.

Le foto in bianco e nero sono del fotografo Valerio Bispuri e fanno parte del progetto Prigionieri.

Evento: Il 23 novembre, alle 10:30, Erri De Luca presenterà il suo ultimo libro presso L’albero delle Storie di Davide Cerullo.

Viaggio a Scampia. Prima parte

74177317_770103793438411_8009413652492845056_nQualche mese fa, nell’immensa rete di immagini che è Instagram, mi colpisce una locandina che promuove un “Trek a Scampia“. Incuriosita, chiamo uno dei numeri indicati per le informazioni. Mi risponde Giacomo D’Alessandro, l’ideatore di questa iniziativa, che propone un insolito itinerario tra le associazioni che operano a Scampia, il tutto rigorosamente a piedi. Perché Scampia non è solo Gomorra.

Credo che l’aver scoperto il post non sia stata solo una piccola coincidenza. Da tempo frequento Napoli, con lo scopo di visitarne tutti i quartieri – il prossimo è il Sanità, il rione che ha dato i natali a Totò. Scampia era, quindi, già nei miei programmi. Ero a conoscenza degli enormi cambiamenti del quartiere, pertanto lo scenario Gomorra non mi inquietava affatto. Sapevo che la Scampia violenta, neorealisticamente reinventata dalla serie tv, non esisteva più, o almeno non a quei livelli drammatici. Giacomo mi ispira subito fiducia, tant’è che, dopo un paio di giorni, prenoto subito i biglietti.

73211014_554335051986920_4650827459850141696_nTrek in Scampia prevede di scoprire a piedi il quartiere, percorrendo il tragitto che porta dalla stazione centrale alla periferia, per osservare come cambia il paesaggio urbano.

Ci incontriamo tutti la mattina del 12 ottobre davanti al Museo Archeologico Nazionale e iniziamo la “scalata” verso Scampia. Facciamo una sosta al Parco di Capodimonte, dove ci liberiamo dei frastuoni e dello smog della città. L’erba sembra il luogo idele per raccontarci e conoscerci meglio. Quando riprendiamo il cammino, il sole continua a picchiare forte. Ci lasciamo alle spalle le meraviglie del bosco reale, con il suo verde, i suoi spazi aperti e i bambini che giocano spensierati. Veniamo catapultati, quasi con violenza, in uno scenario diverso. Ci sembra di lasciare Napoli alle spalle, così lontana, così diversa. Quella Napoli cui siamo abituati, con i suoi vicoli, pizzerie, madonne, chiese, musei, librerie, caffè. La Napoli turistica e intellettuale. La Napoli di Totò, la Napoli del Napoli e di San Gennaro. La Napoli che con la sua storia ci rassicura.

Siamo su Via Miano, l’importante stradone che collega Piscinola, Miano, Don Guanella, Secondigliano e naturalmente Scampia. Non abbiamo il tempo di pensare, di riflettere. Non abbiamo il tempo di abituarci a quello scenario svuotato di ogni immagine pittoresca. Siamo subito nella periferia nord di Napoli, dove scompare per magia tutta quella poesia, a volte anche un po’ stereotipata, che accompagna i nostri sogni sulla bella Napoli. Tante macchine percorrono la strada e poca la gente che decide di muoversi a piedi, gente che parla con il tipico accento del luogo, e allora penso: sì, anche questa è Napoli. E dobbiamo prendere confidenza con questo suo volto meno conosciuto.

73239917_531372744074678_3009408598473179136_nIl sole picchia sempre forte. È un sole di periferia: secco e spietato. In quel groviglio di stradoni e ponti, imbocchiamo una stradina quasi invisibile, che ci porterà direttamente alla nostra prima tappa: al Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno, situato all’interno dei locali abbandonati del Centro Sociale Ina di Secondigliano. Si è colpiti subito dal murale che ricopre la facciata esterna e dai murales che colorano gli interni. Nella sala più grande ci aspetta Mirella La Magna, una signora di ottant’anni sorridente e ancora nel pieno delle sue energie. Quello che ci racconterà sarà importante per proseguire il viaggio e vedere con occhi più consapevoli il paesaggio sociale di Scampia.

74230421_446078866020161_1777705067101552640_nLa storia del Gridas è legata alla storia di Scampia. I suoi fondatori, Mirella e suo marito Felice Pignataro, decidono di avviare questo progetto nel 1981. Ma la loro storia inizia molto prima. Lui è pugliese e proviene da Mola di Bari. Si è trasferito a Napoli per studiare architettura. Lei è originaria del Vomero, il quartiere “perbene” di Napoli, tant’è che in casa il napoletano non si parlava affatto. Mirella si abilita presto in greco antico e non è mai stata un giorno senza insegnare. Anche se si considera una privilegiata, presto rinuncia a quello che ha avuto per intraprendere un percorso più complesso e fuori dal comune. Allontana da sé l’idea di pensare alle troppe differenze per agire esclusivamente sulle cose comuni. Anche Felice lascia i suoi studi e frequenta la Facoltà di Teologia a Posillipo. Deluso dall’ambiente, si avvicina agli insegnamenti  di Don Milani.

73155713_1436625406502564_6666903838944919552_nMirella insegna al liceo e scopre presto che proprio lì vicino alla scuola ci sono delle baracche: è il campo ARAR di Poggioreale, il più grosso insediamento di baraccopoli a Napoli, che nasce durante la Seconda Guerra Mondiale come deposito di residuati bellici. Dopo la guerra, molti approfittano di quei rottami per fare commercio e iniziano a costruire le prime baracche. Si crea così un piccolo sistema economico, con negozietti improvvisati, tirati su per vendere materiale utile alla costruzione delle baracche, ma anche negozietti per commerciare fiori, dato che il campo era in prossimità del cimitero, e piccole attività domestiche che forniscono pochi beni alimentari. Non si butta nulla al campo, neanche il letame, che veniva venduto ai contadini come fertilizzante. Siamo già verso la fine degli anni ’60. Lo Stato è ancora assente. La gente deve rimboccarsi le maniche per sopravvivere alla povertà, all’abbandono e al degrado sociale. In quel campo dove la creatività per la sopravvivenza non mancava, Mirella e Felice decidono di dedicarsi al doposcuola, e devono reinventarsi un nuovo spazio dove poter insegnare, fatto prevalentemente con materiali di riciclo. Non ci sono servizi nella nuova baracca-scuola. Bambini e ragazzi sono disposti a rinunciare alle necessità primarie pur di avere un minimo di istruzione.

75398155_489647014974335_5507735862751789056_nMirella continua a raccontarci di un aspetto importante di Scampia, da cui probabilmente partono tutti i disagi che l’hanno resa il quartiere che conosciamo oggi: l’urbanistica. Dopo il primo nucleo di case sorte negli anni ’50, nella zona in cui attualmente ha sede il Gridas, compare un secondo nucleo di case. Verso la fine degli anni ’60, nella periferia nord di Napoli, si costruivano case popolari ovunque, concepite come immensi contenitori di umanità varia, all’ interno di un contesto urbano privo di spazi aggregativi e attività commerciali. Sorgono così enormi palazzoni, simili a piccole città sviluppate in verticale. Solo case su case, case dopo case, case dentro case. Ed è la prima condizione che favorisce l’illegalità, dal momento che molti iniziano a mettere su negozi abusivi di beni primari, spinti dalla necessità. I palazzi però rimangono vuoti, perché il Comune ci mette molto ad assegnare le abitazioni ai beneficiari. 73423471_2467941029992674_8335050599632470016_nCosì alcuni, evidentemente i più bisognosi, coloro che si erano stancati di vivere nelle baracche, iniziano a occuparle abusivamente, senza che fossero ancora del tutto terminate. Poi le case occupate vengono abbandonate proprio per l’assenza di servizi e, quando i destinatari finalmente vi entrano, trovano case già degradate e ancora da finire. Si sviluppa così una sorta di invidualismo che porta gli abitanti del quartiere a curare e rifinire le proprie case ma non lo spazio condiviso. E così lo spazio pubblico non viene mai visto come un bene qda rispettare, ma come un luogo di servizio che non appartiene a nessuno.

75442896_426724724680939_8201789244885172224_nIl terremoto degli anni ’80 rimette in gioco tutto. Occorre ricostruire ciò che la natura ha distrutto. I soldi a disposizione sono tanti ma vengono gestiti illegalmente attraverso la camorra.

Scampia diventa un luogo di spaccio perfetto. Vie di fuga larghe, gente abituata all’illegalità e ragazzini senza istruzione, quindi senza aspettative di crescita o di cambiamento. Lo Stato continua a essere assente. Così passano venticinque anni senza che nessuno sappia cosa accade a Scampia. Le istituzioni vengono viste come nemiche, dal momento che non hanno mai offerto il loro aiuto. Tra il 2004-2005 la lotta tra il clan Di Lauro e gli scissionisti apre una lunga stagione si sangue e di terrore a Scampia, il cui risvolto della medaglia porterà, inaspettatamente, a un piccolo spiraglio di cambiamento e risanamento.

73342862_516421025877287_4353216595951091712_nDopo l’esaustivo racconto di Mirella, abbiamo l’occasione di parlare con un’altra istituzione di Scampia, il gesuita Fabrizio Valletti. Il suo discorso è meno storico e tecnico di Mirella. Ci interroghiamo sui bambini e giovani di oggi e sul ruolo dell’educazione, e su come avvicinarsi ai loro bisogni e necessità che spesso nascodono problematiche silenti. Valletti consiglia di capire sempre se la loro affettività accompagna la loro conoscenza, per comprendere al meglio in che modo affrontano gli eventi e quali sono i risultati sulle loro emozioni. Occorre commuovere i ragazzi, oggi più che mai.

A Scampia l’attività di volontariato è tanta, proprio per l’assenza dello Stato. Valletti propone di trasformare il volontariato in un vero progetto politico, proprio per ‘fare istituzione’. Alla fine dell’incontro, Valletti ci regala il suo libro Un gesuita a Scampia, che è una rilettura del quartiere in una chiave più positiva e di speranza, soprattutto dopo gli ultimi eventi, perché “anche a Scampia si può sognare, si può cercare di vivere insieme nella legalità e nella libertà”.

76200723_2732879276938837_5078117040116465664_nTerminata la nostra visita culturale al Gridas, ci rechiamo al Centro Alberto Hurtado, un luogo di formazione culturale e professionale, curato dai padri gesuiti, che unisce l’azione religiosa a quella sociale. Il Centro propone cineforum, mostre incontri culturali e caffè letterari. Abbiamo l’opportunità di partecipare a uno di questi caffè, in cui viene presentato il libro Dopo la pioggia le foglie sono verdi di Salvatore D’Antona, che si ispira alla storia di Claudio Miccoli, giovane ambientalista, morto in seguito all’aggressione avvenuta il 30 settembre 1978 a Napoli in Piazza Sannazzaro a opera di un gruppo di neofascisti.

73349211_461970264418514_7259286455921410048_nIn tarda serata abbiamo la fortuna di incontrare la giornalista Ilaria Urbani, dopo aver visto il suo documentario Luci sulla frontiera, con la voce narrante di Roberto Saviano. È un documentario che dà voce a cinque preti di strada che operano in condizioni a margine, il cui lavoro è spesso silenzioso, nascosto, non con lo scopo di fare notizia ma con l’unico obiettivo di salvare e ricreare. Conosciamo così Don Franco Esposito, che lavora con i detenuti del carcere di Poggioreale e che si trova spesso a gestire le loro emozioni, bisogni, necessità; Padre Antonio Loffredo, che coinvolge i giovani del rione Sanità attraverso lavori creativi, per una fantasia possibile anche nei luoghi difficili; Don Gaetano Romano, attivo nell’ex quartiere operaio di San Giovanni a Teduccio, dove si occupa di formazione dei figli delle famiglie più povere, in modo tale che l’istruzione sia davvero un diritto che garantisce il proprio essere al mondo con gli altri, nel rispetto e nella bellezza; Don Felix Ngolo, un prete che viene dal Congo, che si occupa dei ragazzi della baraccoppoli di Puteoli e ha imparato il napoletano per potersi avvicinare alle persone in difficoltà e comunicare nella stessa lingua; e infine l’anziano Padre gesuita Domenico Pizzuti, da sempre vicino alla comunità rom e alla sua integrazione nel tessuto napoletano.

73204021_532641450859653_5002207942745784320_n(1)Dalle loro testimonianze scopriamo che “l’illegalità ti entra talmente nella testa che non ci fai più caso”, rendendo difficile il lavoro di rottura di una “normalità violenta” e il lavoro di antistigma nei confronti dei detenuti che, una volta fuori, non hanno molte scelte, dopo che il carcere ha tolto loro ogni affetto e speranza d’amore. “Se cambiamo il nostro pensiero e il nostro linguaggio possiamo aiutare la gente”: sono questi i propositi che dovrebbero spingere a ripensare la narrazione delle periferie difficili, maggiormente esposte alla criminalità. Più periferie umane ed esistenziali, quindi, dove la cultura diventa l’ottavo sacramento e dove “il futuro è anche il diritto a sperare nel futuro”.

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