Viaggio a Scampia. Terza parte

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La mattina del 14 ottobre ci rechiamo verso Le Vele di Scampia. Il sole è tenue e si sente l’umidità del primo mattino. Lì, proprio all’ombra di quegli enormi edifici divoranti, ha sede l’Albero delle Storie di Davide Cerullo. Giacomo, l’ideatore di #trekinscampia, non ci racconta in anticipo degli incontri che faremo, preferisce che li scopriamo sul momento, per non condizionarci. Così il nome di Davide mi risuona spesso nella memoria, come eco di un nome già sentito, fino a quando non ci apre le porte della sua ludoteca e ci invita a sederci.

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La coincidenza ha voluto che qualche settimana prima comprassi il libro Visages de Scampia, edito da Gallimard. Davide ha curato le foto e alcuni testi, insieme a Erri De Luca e Christian Bobin. Un libro prezioso, per qualità e testimonianza. Come accade spesso a chi compra molti libri, avevo dimenticato il nome di Davide fino a quando fu lui stesso a parlare della pubblicazione del libro in Francia.

Davide ci invita a toglierci le scarpe e sederci in cerchio, su sedie per bambini. La stanza sembra quasi un luogo sacro, pieno di libri, vecchie macchine fotografiche, scritte-slogan, giocattoli. Tutto all’Albero delle Storie profuma d’infanzia, bellezza e poesia. Davide mi colpisce subito per il suo modo di parlare sincero. Nei suoi discorsi sento tutta la bellezza di una letteratura sofferta e di una vita recuperata. Letteratura e vita che si annodano per farsi forza, coraggio, speranza.

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Davide ci racconta della sua esperienza a Scampia, fa un brevissimo riferimento alla sua vita dal passato difficile e insiste sul suo suo impegno con i bambini da 0 a 6 anni, perché è su quella fascia d’età che bisogna lavorare, per avere in futuro adulti responsabili e consapevoli. Sottolinea che non ha bisogno di gente che dice di fare ma di gente che fa. È importante trasformare la volontà in azione, quando c’è una necessità urgente di ricostruire e riparare. Ci dice anche che non si sente eccezionale, che quello che fa dovrebbe rientrare nella normalità. La sua storia proprio ordinaria non è: da membro della Camorra a uomo che è riuscito a uscire dal “sistema”, Davide trova nell’arte delle parole un rifugio e un luogo nuovo da cui rinascere, facendo “voto di vastità”. Una vastità che Davide si porta dentro, contagiante, con un carisma salvifico per tutte quelle madri, sorelle, per tutti quei padri, fratelli, che si rivolgono a lui, per aiutare i propri figli. Investe, Davide, soprattutto nei sogni da regalare ai bambini, affinché quelle Vele, da “architettura criminale”, si possano trasformare in vele vere, che portano lontano, nella fantasia, come accade proprio nella favola da lui scritta La ciurma dei bambini e la sfida al Pirata Ozi.

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Restiamo pochissimo all’interno. Davide ci porta subito al giardino/orto che diventerà presto una fattoria didattica. Cerchiamo di dare anche noi un piccolo contributo, ripulendolo da erbacce, carte e plastica. L’Albero delle Storie è un luogo suggestivo, che ti resta dentro per giorni, così come ti restano le parole di Davide, il suo sguardo e la sua forza.

A pranzo ci rechiamo da Chikù, uno spazio gastronimico e culturale a Scampia, che unisce cucina italiana e balcanica. Dopo aver pranzato, Emma Ferulano ci parla di come è nata quest’idea. La spinta è stata la cucina come mezzo contro il pregiudizio, perché tutto si fonda sul piacere di aiutare e sullo scambio, con l’obiettivo di mettere a disposizione il patrimonio personale, in questo caso la tradizione culinaria italiana e balcanica, a favore di un ideale.

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Chikù è anche luogo di aggregazione di altre realtà locali, dal momento che ospita l’impresa sociale La Kumpania, che valorizza la passione delle donne per la cucina, e Chi rom e… chi no, associazione che favorisce gli scambi tra la comunità rom e quella napoletana, attraverso attività pedagogiche ed educative molto significative.

Il lavoro di Chikù è importante, proprio perché nasce da una passione politica attiva sul territorio e da un interesse verso la pedagogia informale. In questo si inserisce la Scola giungla, che propone seminari per rom e non, al fine di incentivare l’incontro culturale tra rom e italiani.

La testardaggine di Chikù si nota dal fatto che, nonostante i continui furti (l’ultimo risale proprio a qualche giorno fa), non si arrende e va avanti, resistendo e armandosi di forza e solidarietà.

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Vista panoramica dalla terrazza di Chikù

Finisce con quest’incontro e con la cucina di Chikù #trekinscampia2019. Ringrazio Giacomo D’Alessandro per avermi coinvolta in questo viaggio sociale ricco e significativo, tutte le strutture che ci hanno ospitati, i compagni di viaggio (Giacomo, Barbara, Luca, Margherita, Letizia, Giovanni, Alice G. e Alice O.) con cui abbiamo condiviso riflessioni, strade, sacchi a pelo, poesie di Pasolini lette da Barbara e pizze che rischiavano di non arrivare.

C’è un’umanità forte e silenziosa laddove gli ipocriti hanno costruito pregiudizi che separano dalla vita reale, dal cuore delle cose… Davide Cerullo

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Treno della linea 1 che da Scampia-Piscinola va verso la stazione Garibaldi

L’impatto con l’estrema periferia Nord di Napoli è stato fortissimo. Non per i pregiudizi che si porta dietro a causa del suo passato e della speculazione mediatica, quanto per il sostrato di solidarietà e unione tra le persone: la spontaneità nel lavoro sociale, il coraggio di dare nuove prospettive, l’attivismo cristiano che si perde dinanzi a una Chiesa sempre più artificiale e incerta. Gente anonima, di cui forse mai sentiremo i nomi, che continua ad agire per il bene comune. Gente di Scampia, che avuto la forza di cercare l’oro in un ventre marcio e terrificante. Scampia diventa così, da piazza di spaccio internazionale, a modello sociale da importare. Ed è su questo che tutte le periferie del mondo devono puntare, se vogliono davvero il cambiamento.

Incontro con Erri De Luca all’Albero delle Storie di Scampia

72241103_2427805720769975_8355450294129131520_nSembra un sabato come tanti a Scampia. Macchine rumorose e frettolose circolano e si perdono nei lunghissimi stradoni di un paesaggio urbano come tanti, rompendo il silenzio di una periferia apparentemente solitaria. Pochissima gente si muove a piedi e i palazzi appaiono così enormi e distanti da sembrare disabitati. Una volante della polizia vigila sul quinto Ciro Day in Piazza Giovanni Paolo II, in ricordo del tifoso ucciso nel 2014 prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. Ed è in questo clima che Erri De Luca arriva all’Albero delle Storie di Davide Cerullo, in un’atmosfera sospesa, fatta di attese,  silenzi e speranze.

76784568_916795872037357_4778143957089517568_nIncontriamo Erri all’aperto, in compagnia di un ulivo e di animali quali conigli, papere, capre, che da lontano ci osservano, con alle spalle l’imponenza delle Vele. È lì per parlare del suo ultimo libro, Impossibile (ne parlo qui in un precedente articolo), ma anche per raccontarci della genesi e delle suggestioni di questo testo scomodo, che ci narra di un tempo in cui “quando era giovane lui le rivoluzioni brulicavano. Oggi la parola rivoluzione è politicamente scaduta. Si è diversificata in altri significati, come per la rivoluzione scientifica”. Far parte di una rivoluzione non voleva dire seguire una moda o un filone (come accade ultimamente nelle “rivoluzioni” social che non portano quasi mai a nulla, svanendo nel mirino effimero della pubblicità), ma essere numerosi, non avere fiducia nella sola individualità e utilizzare il “noi” come pronome politico.

72479735_2532386830131386_4977192824853233664_nErri ricorda il suo periodo romano, quando si parlava di caos e costruzione. Roma era una città circondata da baracche. I nuovi edifici non venivano venduti e quindi neanche assegnati, in quanto il prezzo era ancora  troppo alto per la condizione economica di allora. Così quelle case iniziarono a occuparle. Le donne erano più decise e determinate, perché dovevano difendere la salute dei figli. Il caos diventava così sinonimo di costruzione a tutti i costi, con le dovute e dolorose resistenze contro gli sgomberi, se non fosse che a ogni sgombero coincideva una nuova occupazione. L’andirivieni tra dentro e fuori le case occupate costrinse l’amministrazione all’assegnazione. Secondo Erri “questo significava fare la rivoluzione”. La storia di Roma ci riporta inevitabilmente anche alla storia di Scampia.

Ed ecco che lo scrittore entra nel vivo del suo nuovo libro. Ci fa notare che l’impossibile capita sempre nelle nostre vite. Il posto dove siamo – l’Albero delle Storie – è impossibile così come la vita recuperata di Davide.

76697303_812541865844984_6873680512515309568_nImpossibile è un dialogo teso tra un giovane magistrato e un uomo di esperienza, accusato di aver ucciso un compagno che in passato lo aveva denunciato. Il nodo di questo testo è proprio l’interrogatorio e come il magistrato lo conduce. Secondo Erri “un interrogatorio non è una ricerca della verità, ma una conferma di ciò che si crede già. Non è affatto un’apertura o una dimostrazione d’interesse”.

L’altro nodo è la montagna, luogo difficile e misterioso. Le persone che ci vanno conoscono i rischi che corrono. E in montagna succedono solo incidenti, nessuna esperienza garantisce l’incolumità. Per il magistrato, invece, quell’incidente, inteso come coincidenza, è una prova della sua colpevolezza. Erri ne approfitta per sottolineare, come accade d’altronde anche nel libro, che le morti sul lavoro non si possono chiamare incidenti, perché lì il rischio non è ricercato ma obbligatorio.

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Con Erri e Davide

Tra un interrogatorio e l’altro, troviamo delle lettere che l’uomo, dalla cella d’isolamento, scrive alla sua donna, affrontando la questione della scrittura in carcere: “Quando scrivi a una persona, dalla cella, quella persona c’è, è lì con te. E più si ha un vocabolario ricercato, più sviluppi questa capacità. Attraverso la scrittura le persone vengono convocate, sono presenti. La fisicità nella scrittura, quindi l’utilizzo di molti verbi, sostantivi, aiuta a evocare le presenze. Scrivere di una persona significa stare lì con quella persona”.

Alla fine della presentazione, Erri viene circondato da un applauso affettuoso, a dimostrazione della gratitudine per quelle parole così preziose. Una donna del pubblico gli chiede: Come le è venuto in mente questo libro? Ed Erri risponde: Camminando. Il corpo si svuota e le idee entrano in testa.

All’incontro era presente l’immancabile Raimondo Di Maio della Libreria Dante & Descartes, con i libri di Erri De Luca e Davide Cerullo, ma anche con dei libri di piccolissimo formato, autoprodotti, da leggere, toccare, collezionare: delle vere chicche per chi ama il libro-oggetto.

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Viaggio a Scampia. Seconda parte

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La mattina del 13 ottobre incontriamo al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza Aldo Bifulco, un insegnante di scienze in pensione, che ha aperto a Scampia il circolo di Legambiente La Gru, coinvolgendo centinaia di studenti nella realizzazione di aree verdi e aiuole.

Con Aldo ci addentriamo tra i palazzoni di Scampia, per andare a fare colazione alla “Pasticceria del Sole”, un luogo storico, che si perde tra “vicoli” urbani e soffocante cemento. Si tratta di un posto non turistico, molto frequentato dai locali, soprattutto la domenica, per fare rifornimento di dolci.

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Colpisce questa zona di Scampia per gli opposti che la rendono così affascinante e misteriosa. Nonostante gli enormi palazzi che sembrano annientare la presenza umana, scopriamo che Scampia è ricca di verde e di progetti volti al recupero ambientale. Tra questi rientra Parco Maltese, dedicato allo storico personaggio di Hugo Pratt.

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Il parco ricopre una superficie di 22 mila metri quadri ed è ‘protetto’ da palazzoni. Per anni è stato una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Grazie all’Associazione Pollici Verdi Scampia, il luogo viene restituito ai cittadini, in tutta la sua bellezza reinventata. Ci sono murales e fiori ovunque, è presente una zona protetta per far giocare i cani e a breve vi sorgerà anche un laghetto.

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La nostra passeggiata continua per fare ritorno al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza, diventato ormai uno dei simboli della Nuova Scampia. Fino a quattro anni fa, al posto di aiuole e murales, sorgevano sei discariche. Grazie al Progetto Pangea, anche questo luogo è stato restituito ai cittadini. Ciò che colpisce subito di quest’area sono i murales sul muro dello stadio Landieri, dove notiamo volti conosciuti, come quello di Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, e volti meno conosciuti della storia non-violenta, tra cui Malala Yousafzai (attivista pakistana attiva sin da giovanissima nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne nel suo paese), Rigoberta Menchù (esponente del movimento di liberazione degli Indios del Guatemala), Claudio Miccoli (pacifista e ambientalista, ucciso da un gruppo di neofascisti il 30 settembre 1978), Maria Occhipinti (anarchica e femminista ragusana), Marco Mascagna (ambientalista napoletano), e il volto di un aborigeno Maori.

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Le aiuole del giardino sono dedicate ai cinque continenti, dove troviamo piante e fiori appartenenti a ciascun continente, arricchite da immagini di personaggi legati alla storia non-violenta, tra cui quella di Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola il 3 maggio 2014, prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.

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Qui incontriamo la Comunità cristiana di base del Cassano (Napoli) e alcuni suoi esponenti. Ai giorni nostri si sente parlare poco delle Comunità di base, eppure, in passato, avevano un ruolo rilevante nella comunità cristiana. Nascono nel ’68, dopo il Concilio Vaticano II, e rappresentano un vero percorso alternativo cristiano alla Chiesa istituzionale, in quanto più aperte e attente alle diversità, con una vera pratica evangelica a scopo sociale. Si tratta di comunità prive di ordine gerarchico e celebrano la messa senza prete. I loro propositi sono la laicità, l’amicizia nella comunità, attenzione alle differenze e cura degli ultimi. Le Comunità di base mirano a una piena separazione tra Stato e Chiesa e all’affermazione della laicità.

Sempre al Giardino dei Cinque Continenti incontriamo Andrea, un ragazzo di Scampia, che ha aperto il blog Dimmi di Scampia, dove parla degli aspetti culturali del suo quartiere. Il blog rappresenta una vera e propria fonte narrativa per chi vuole scoprire i nuovi volti della periferia Nord di Napoli.

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ph. Giacomo D’Alessandro

Nel pomeriggio ci dirigiamo al Campo Rom di Cupa Perillo, ora Viale della Resistenza, accompagnati da Sonia Rescigno, volontaria che si dedica al campo da anni. Ci accolgono Riccardo, Cristian, Giuseppe, Angelo, Vanessa, Cristina, tutti bambini e ragazzi rom con nomi italiani. L’impatto non è stato semplice, dal momento che ci hanno letteralmente travolti con la loro energia. Sono vivacissimi e soprattutto contenti che qualcuno stesse dedicando loro del tempo. Ogni volto ci racconta una storia, che il più delle volte è rimasta silenziosa. Parlano un italiano perfetto e qualche volta si fanno scappare anche delle espressioni in napoletano, conoscono gli antichi romani e gli egiziani, amano la pizza e il calcio. Si accontentano di giochi semplici e amano lanciarsi in racconti ricchi di fantasia, con Goku spesso protagonista. Cristina, otto anni, ci parla della sua famiglia, della scuola, di cosa le piacerebbere fare da grande – l’estetista – e ci disegna un cuore.

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ph. Giacomo D’Alessandro

Grazie a Sonia riusciamo a sapere di più su come vivono i Rom in questa zona di Napoli. Ricevono assistenza ai più svariati bisogni, immediati e a lungo termine. I volontari offrono il loro aiuto in termini materiali, con vestiti e cibo, ma il lavoro più grande che cercano di fare è di creare un ponte tra le due culture. Sonia ci tiene a sottolineare che anche noi abbiamo da imparare dalle loro vite e che, attraverso una relazione di fiducia, possiamo accompagnarli in un percorso di speranza verso un futuro migliore, con l’inserimento nel mondo lavorativo e scolastico, senza fare dell’assistenzialismo una condizione di vita. La gente del posto si è attivata molto per i loro diritti, soprattutto se consideriamo che i Rom di Cupa Perillo vivono riparati sotto un ponte, in baracche poco solide, circondati da una discarica e in perenne minaccia di roghi. I bambini giocano tra i rifiuti abbandonati come se fosse un’attività normale. Per noi che li guardiamo, abituati al nostro mondo ordinato e pulito, è un colpo al cuore. Viene da chiedersi com’è possibile che qualcuno permetta a dei bambini di considerare naturale vivere in queste condizioni.

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Dopo appena due ore l’aria inizia a farsi pesante. La puzza della discarica, con il calare dell’umidità, si appiccica ai polmoni e ai vestiti. Quella puzza i bambini se la portano ovunque, a scuola e nelle attività ricreative, come un marchio della loro condizione non riconosciuta.

Verso il tramonto lasciamo il campo, con un velo di rabbia e di tristezza. Cristina non vuole farci partire. Si aggrappa al finestrino. Per loro Sonia è una figura importante. E come lei, gli innumerevoli volontari della Caritas, i gesuiti, le suore, che fanno rete per creare un piccolo spiraglio nelle loro fragili vite.

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Anche questo secondo giorno di Trek in Scampia passa velocemente. La sensazione di ricchezza che si ha dopo ogni incontro non lascia spazio a riflessioni immediate. Scampia è un quartiere che ha fatto della perdita una fonte di ricostituzione, con il tentativo di creare un efficace modello sociale utile a chi si trova nelle stesse condizioni. Le poche risorse diponibili, prevalentemente umane, si sono rafforzate nella condivisione e nella dinamica del dono, poiché il bene offerto da un cittadino diventa privilegio della comunità. Ed è proprio questa la parola chiave che rende forte la nuova identià di Scampia: la Comunità, nel senso recuperato di koinonia, e quindi di unione, dove il singolo è una parte del tutto. Una Comunità sempre in movimento, che utilizza l’intercultura come atteggiamento mentale e l’unione come forza necessaria per ricostruire lì dove ogni cosa sembrava perduta.

Viaggio a Scampia. Prima parte

74177317_770103793438411_8009413652492845056_nQualche mese fa, nell’immensa rete di immagini che è Instagram, mi colpisce una locandina che promuove un “Trek a Scampia“. Incuriosita, chiamo uno dei numeri indicati per le informazioni. Mi risponde Giacomo D’Alessandro, l’ideatore di questa iniziativa, che propone un insolito itinerario tra le associazioni che operano a Scampia, il tutto rigorosamente a piedi. Perché Scampia non è solo Gomorra.

Credo che l’aver scoperto il post non sia stata solo una piccola coincidenza. Da tempo frequento Napoli, con lo scopo di visitarne tutti i quartieri – il prossimo è il Sanità, il rione che ha dato i natali a Totò. Scampia era, quindi, già nei miei programmi. Ero a conoscenza degli enormi cambiamenti del quartiere, pertanto lo scenario Gomorra non mi inquietava affatto. Sapevo che la Scampia violenta, neorealisticamente reinventata dalla serie tv, non esisteva più, o almeno non a quei livelli drammatici. Giacomo mi ispira subito fiducia, tant’è che, dopo un paio di giorni, prenoto subito i biglietti.

73211014_554335051986920_4650827459850141696_nTrek in Scampia prevede di scoprire a piedi il quartiere, percorrendo il tragitto che porta dalla stazione centrale alla periferia, per osservare come cambia il paesaggio urbano.

Ci incontriamo tutti la mattina del 12 ottobre davanti al Museo Archeologico Nazionale e iniziamo la “scalata” verso Scampia. Facciamo una sosta al Parco di Capodimonte, dove ci liberiamo dei frastuoni e dello smog della città. L’erba sembra il luogo idele per raccontarci e conoscerci meglio. Quando riprendiamo il cammino, il sole continua a picchiare forte. Ci lasciamo alle spalle le meraviglie del bosco reale, con il suo verde, i suoi spazi aperti e i bambini che giocano spensierati. Veniamo catapultati, quasi con violenza, in uno scenario diverso. Ci sembra di lasciare Napoli alle spalle, così lontana, così diversa. Quella Napoli cui siamo abituati, con i suoi vicoli, pizzerie, madonne, chiese, musei, librerie, caffè. La Napoli turistica e intellettuale. La Napoli di Totò, la Napoli del Napoli e di San Gennaro. La Napoli che con la sua storia ci rassicura.

Siamo su Via Miano, l’importante stradone che collega Piscinola, Miano, Don Guanella, Secondigliano e naturalmente Scampia. Non abbiamo il tempo di pensare, di riflettere. Non abbiamo il tempo di abituarci a quello scenario svuotato di ogni immagine pittoresca. Siamo subito nella periferia nord di Napoli, dove scompare per magia tutta quella poesia, a volte anche un po’ stereotipata, che accompagna i nostri sogni sulla bella Napoli. Tante macchine percorrono la strada e poca la gente che decide di muoversi a piedi, gente che parla con il tipico accento del luogo, e allora penso: sì, anche questa è Napoli. E dobbiamo prendere confidenza con questo suo volto meno conosciuto.

73239917_531372744074678_3009408598473179136_nIl sole picchia sempre forte. È un sole di periferia: secco e spietato. In quel groviglio di stradoni e ponti, imbocchiamo una stradina quasi invisibile, che ci porterà direttamente alla nostra prima tappa: al Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno, situato all’interno dei locali abbandonati del Centro Sociale Ina di Secondigliano. Si è colpiti subito dal murale che ricopre la facciata esterna e dai murales che colorano gli interni. Nella sala più grande ci aspetta Mirella La Magna, una signora di ottant’anni sorridente e ancora nel pieno delle sue energie. Quello che ci racconterà sarà importante per proseguire il viaggio e vedere con occhi più consapevoli il paesaggio sociale di Scampia.

74230421_446078866020161_1777705067101552640_nLa storia del Gridas è legata alla storia di Scampia. I suoi fondatori, Mirella e suo marito Felice Pignataro, decidono di avviare questo progetto nel 1981. Ma la loro storia inizia molto prima. Lui è pugliese e proviene da Mola di Bari. Si è trasferito a Napoli per studiare architettura. Lei è originaria del Vomero, il quartiere “perbene” di Napoli, tant’è che in casa il napoletano non si parlava affatto. Mirella si abilita presto in greco antico e non è mai stata un giorno senza insegnare. Anche se si considera una privilegiata, presto rinuncia a quello che ha avuto per intraprendere un percorso più complesso e fuori dal comune. Allontana da sé l’idea di pensare alle troppe differenze per agire esclusivamente sulle cose comuni. Anche Felice lascia i suoi studi e frequenta la Facoltà di Teologia a Posillipo. Deluso dall’ambiente, si avvicina agli insegnamenti  di Don Milani.

73155713_1436625406502564_6666903838944919552_nMirella insegna al liceo e scopre presto che proprio lì vicino alla scuola ci sono delle baracche: è il campo ARAR di Poggioreale, il più grosso insediamento di baraccopoli a Napoli, che nasce durante la Seconda Guerra Mondiale come deposito di residuati bellici. Dopo la guerra, molti approfittano di quei rottami per fare commercio e iniziano a costruire le prime baracche. Si crea così un piccolo sistema economico, con negozietti improvvisati, tirati su per vendere materiale utile alla costruzione delle baracche, ma anche negozietti per commerciare fiori, dato che il campo era in prossimità del cimitero, e piccole attività domestiche che forniscono pochi beni alimentari. Non si butta nulla al campo, neanche il letame, che veniva venduto ai contadini come fertilizzante. Siamo già verso la fine degli anni ’60. Lo Stato è ancora assente. La gente deve rimboccarsi le maniche per sopravvivere alla povertà, all’abbandono e al degrado sociale. In quel campo dove la creatività per la sopravvivenza non mancava, Mirella e Felice decidono di dedicarsi al doposcuola, e devono reinventarsi un nuovo spazio dove poter insegnare, fatto prevalentemente con materiali di riciclo. Non ci sono servizi nella nuova baracca-scuola. Bambini e ragazzi sono disposti a rinunciare alle necessità primarie pur di avere un minimo di istruzione.

75398155_489647014974335_5507735862751789056_nMirella continua a raccontarci di un aspetto importante di Scampia, da cui probabilmente partono tutti i disagi che l’hanno resa il quartiere che conosciamo oggi: l’urbanistica. Dopo il primo nucleo di case sorte negli anni ’50, nella zona in cui attualmente ha sede il Gridas, compare un secondo nucleo di case. Verso la fine degli anni ’60, nella periferia nord di Napoli, si costruivano case popolari ovunque, concepite come immensi contenitori di umanità varia, all’ interno di un contesto urbano privo di spazi aggregativi e attività commerciali. Sorgono così enormi palazzoni, simili a piccole città sviluppate in verticale. Solo case su case, case dopo case, case dentro case. Ed è la prima condizione che favorisce l’illegalità, dal momento che molti iniziano a mettere su negozi abusivi di beni primari, spinti dalla necessità. I palazzi però rimangono vuoti, perché il Comune ci mette molto ad assegnare le abitazioni ai beneficiari. 73423471_2467941029992674_8335050599632470016_nCosì alcuni, evidentemente i più bisognosi, coloro che si erano stancati di vivere nelle baracche, iniziano a occuparle abusivamente, senza che fossero ancora del tutto terminate. Poi le case occupate vengono abbandonate proprio per l’assenza di servizi e, quando i destinatari finalmente vi entrano, trovano case già degradate e ancora da finire. Si sviluppa così una sorta di invidualismo che porta gli abitanti del quartiere a curare e rifinire le proprie case ma non lo spazio condiviso. E così lo spazio pubblico non viene mai visto come un bene qda rispettare, ma come un luogo di servizio che non appartiene a nessuno.

75442896_426724724680939_8201789244885172224_nIl terremoto degli anni ’80 rimette in gioco tutto. Occorre ricostruire ciò che la natura ha distrutto. I soldi a disposizione sono tanti ma vengono gestiti illegalmente attraverso la camorra.

Scampia diventa un luogo di spaccio perfetto. Vie di fuga larghe, gente abituata all’illegalità e ragazzini senza istruzione, quindi senza aspettative di crescita o di cambiamento. Lo Stato continua a essere assente. Così passano venticinque anni senza che nessuno sappia cosa accade a Scampia. Le istituzioni vengono viste come nemiche, dal momento che non hanno mai offerto il loro aiuto. Tra il 2004-2005 la lotta tra il clan Di Lauro e gli scissionisti apre una lunga stagione si sangue e di terrore a Scampia, il cui risvolto della medaglia porterà, inaspettatamente, a un piccolo spiraglio di cambiamento e risanamento.

73342862_516421025877287_4353216595951091712_nDopo l’esaustivo racconto di Mirella, abbiamo l’occasione di parlare con un’altra istituzione di Scampia, il gesuita Fabrizio Valletti. Il suo discorso è meno storico e tecnico di Mirella. Ci interroghiamo sui bambini e giovani di oggi e sul ruolo dell’educazione, e su come avvicinarsi ai loro bisogni e necessità che spesso nascodono problematiche silenti. Valletti consiglia di capire sempre se la loro affettività accompagna la loro conoscenza, per comprendere al meglio in che modo affrontano gli eventi e quali sono i risultati sulle loro emozioni. Occorre commuovere i ragazzi, oggi più che mai.

A Scampia l’attività di volontariato è tanta, proprio per l’assenza dello Stato. Valletti propone di trasformare il volontariato in un vero progetto politico, proprio per ‘fare istituzione’. Alla fine dell’incontro, Valletti ci regala il suo libro Un gesuita a Scampia, che è una rilettura del quartiere in una chiave più positiva e di speranza, soprattutto dopo gli ultimi eventi, perché “anche a Scampia si può sognare, si può cercare di vivere insieme nella legalità e nella libertà”.

76200723_2732879276938837_5078117040116465664_nTerminata la nostra visita culturale al Gridas, ci rechiamo al Centro Alberto Hurtado, un luogo di formazione culturale e professionale, curato dai padri gesuiti, che unisce l’azione religiosa a quella sociale. Il Centro propone cineforum, mostre incontri culturali e caffè letterari. Abbiamo l’opportunità di partecipare a uno di questi caffè, in cui viene presentato il libro Dopo la pioggia le foglie sono verdi di Salvatore D’Antona, che si ispira alla storia di Claudio Miccoli, giovane ambientalista, morto in seguito all’aggressione avvenuta il 30 settembre 1978 a Napoli in Piazza Sannazzaro a opera di un gruppo di neofascisti.

73349211_461970264418514_7259286455921410048_nIn tarda serata abbiamo la fortuna di incontrare la giornalista Ilaria Urbani, dopo aver visto il suo documentario Luci sulla frontiera, con la voce narrante di Roberto Saviano. È un documentario che dà voce a cinque preti di strada che operano in condizioni a margine, il cui lavoro è spesso silenzioso, nascosto, non con lo scopo di fare notizia ma con l’unico obiettivo di salvare e ricreare. Conosciamo così Don Franco Esposito, che lavora con i detenuti del carcere di Poggioreale e che si trova spesso a gestire le loro emozioni, bisogni, necessità; Padre Antonio Loffredo, che coinvolge i giovani del rione Sanità attraverso lavori creativi, per una fantasia possibile anche nei luoghi difficili; Don Gaetano Romano, attivo nell’ex quartiere operaio di San Giovanni a Teduccio, dove si occupa di formazione dei figli delle famiglie più povere, in modo tale che l’istruzione sia davvero un diritto che garantisce il proprio essere al mondo con gli altri, nel rispetto e nella bellezza; Don Felix Ngolo, un prete che viene dal Congo, che si occupa dei ragazzi della baraccoppoli di Puteoli e ha imparato il napoletano per potersi avvicinare alle persone in difficoltà e comunicare nella stessa lingua; e infine l’anziano Padre gesuita Domenico Pizzuti, da sempre vicino alla comunità rom e alla sua integrazione nel tessuto napoletano.

73204021_532641450859653_5002207942745784320_n(1)Dalle loro testimonianze scopriamo che “l’illegalità ti entra talmente nella testa che non ci fai più caso”, rendendo difficile il lavoro di rottura di una “normalità violenta” e il lavoro di antistigma nei confronti dei detenuti che, una volta fuori, non hanno molte scelte, dopo che il carcere ha tolto loro ogni affetto e speranza d’amore. “Se cambiamo il nostro pensiero e il nostro linguaggio possiamo aiutare la gente”: sono questi i propositi che dovrebbero spingere a ripensare la narrazione delle periferie difficili, maggiormente esposte alla criminalità. Più periferie umane ed esistenziali, quindi, dove la cultura diventa l’ottavo sacramento e dove “il futuro è anche il diritto a sperare nel futuro”.

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