La distanza tra me e i fiori

 

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Lo ammetto. Per un po’ di tempo non mi sono presa cura dei miei fiori, delle mie piante. Ci passavo davanti, notavo la terra secca, bisognosa di acqua, le foglie rinsecchite assumevano colori tetri, cupi, i moscerini iniziavano a volteggiare dispettosamente intorno agli steli. Riuscivo a innaffiare solo il bonsai. Non so perché. Forse per il fatto che vive in casa con noi. Nonostante la fragile cura, anche lui iniziava a perdere le sue foglie. Lo capiva che erano attenzioni distratte, stanche, disamorevoli. La rottura della normalità è una bestia feroce. Mi mancava fotografare la vita, le città, il movimento. Poi un giorno mi accorgo che, tra gli steli del ciclamino, ci sono delle gocce nascoste. E allora capisco che anche quella vita poteva essere fotografata, Quella vita fatta di tante minuscole particelle che, il più delle volte, non chiedono niente a nessuno. E se qualcuno si dimentica di loro, piangono di nascosto, dove tu non puoi vederle, e lentamente muoiono, senza chiederti nulla. Però, se guardi bene, lì dove devi usare le mani per spostare le foglie marce, c’è nuova vita che spunta. E silenziosamente cresce ciò che di nulla ha bisogno, mentre PJ Harvey e Nick Cave hanno sostituito clacson e voci di città.

I can’t get down and I won’t get down / And stay all night with thee / For the girl I have in that merry green land / I love far better than thee / And the wind did howl and the wind did blow.      

 

 

Mishima e la vita in vendita: l’inedito pubblicato da Gallimard

È sorprendente vedere pubblicati degli inediti di uno scrittore che ci ha lasciati tempo fa. In parte ci disorienta, in parte ci incuriosisce. Ormai pensiamo che quello che Mishima doveva dirci ce l’ha detto. Quindi cos’altro aveva da raccontarci di così bello, di così importante?
Vie à vendre, comparso per la prima volta in Giappone nel 1968, è stato pubblicato da Gallimard il 16 gennaio 2020 e tradotto da Dominique Palmé. In Italia dovrebbe uscire con il titolo Vita in vendita, edito da Feltrinelli.

Je propose une vie à vendre. À utiliser à votre guise. Homme, 27 ans. Confidentialité garantie. Aucune complication à craindre.

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Hanio Yamada, giovane pubblicitario, dopo aver fallito nel suo tentativo di suicidio, decide di pubblicare un annuncio su un giornale, in cui mette in vendita la propria vita: Après avoir raté son suicide, Hanio vit s’ouvrir devant lui un monde absolument vide, d’une liberté merveilleuse. Hanio si sente libero, dal momento che la sua vita è diventata una piacevole leggerezza, priva di ogni responsabilità umana e sociale. La sua idea scatena una serie di incontri improbabili, che lo spingeranno a un’esistenza rocambolesca. Sembra quasi un racconto allucinato, psichedelico, in cui ogni cosa appare attraverso forme fluide, sfocate e sfuggenti, parce que chacun d’entre nous a ses rêves.

Je vous conseille d’arrêter de considérer les choses de façon trop compliquée. La vie humaine, la politique, c’est beaucoup plus simple et plus superficiel que vous ne croyez. Mais à moins d’être prêt à mourir à n’importe quel moment, on ne peut pas adopter cet état d’esprit. C’est le désir de vivre qui nous pousse à voir les choses sous un jour beaucoup trop complexe.

Con questo libro Mishima disintegra la società e la politica giapponese dall’interno, lanciando una provocazione attraverso il commercio della vita. Non è in questione l’etica o l’ideologia, ma tutto un apparato che limita l’uomo nelle sue aspirazioni e nei suoi desideri. Appartenere a un gruppo, fare massa, non è forse un modo di cristallizzare il proprio io emotivo e creativo?

Dans ce monde il y a aussi des gens qui ne se rattachent à aucun groupe. Des gens qui vivent libres, et qui sont capables de mourir libres.

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In questo scenario grottesco, di personaggi fuori dall’ordinario, Hanio ha una naturale capacità di metamorfosi. Cambia pelle a ogni incontro, in ogni situazione. In questa discesa a spirale, l’uomo scopre il potere di vendere la propria vita, che non appartiene a nessuna organizzazione o gruppo politic0. Un potere che fa sicuramente terrore a molti, dal momento che l’essere umano non è prigioniero neanche della paura della propria morte: Tout ça est ridicule!

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Quando il calcio si faceva in sottana: “Ladies football club” di Stefano Massini

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Bacio tra le due capitane, Alice Kell e Madeline Bracquemond

Ci sono storie talmente incredibili e potenti che hanno bisogno di essere raccontate e ricordate. Storie che devono necessariamente entrare nella nostra storia di oggi, per completare il boom di informazioni che ci circonda, affinché nulla sia solo evento mediatico, ma anche analisi e comprensione dell’origine di un fenomeno in ascesa.

Stefano Massini ci introduce a qualcosa che in Italia, di recente, è emerso con inaspettata “prepotenza”: il calcio femminile. Ladies Football Club non ha la pretesa di essere un romanzo storico, dal momento che si ispira soltanto a ciò che accadde realmente a Londra, tra il 1914 e il 1919, in modo tale che l’autore potesse avere maggiore flessibilità narrativa nel raccontare non solo fatti ma anche vite, vite di donne straordinarie.

Siamo in pieno conflitto mondiale. Gli uomini sono impegnati al fronte. Le donne devono prendere il loro posto nella vita quotidiana, entrando in fabbrica per produrre munizioni. È una storia di forza, che urla al coraggio e alla resistenza, in un momento storico in cui l’arresa al potere e agli eventi si preannunciava obbligatoria.

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In questo clima di grigio umore, le fabbriche hanno pensato, per le donne lavoratrici, di creare dei diversivi: chissà, se le facciamo divertire si dimenticano che stanno fabbricando morte. Così il footbal entra a far da bilancino alla produzione bellica. Sebbene la prima partita di calcio femminile a essere documentata risalga al 1895, il clima di guerra non ha fatto altro che nutrire questa pratica, rinforzandola e incoraggiandola. Se ne formano di squadre femminili, ma la più forte è la Dick Kerr’s Ladies, della Dick, Kerr & Co., una fabbrica di tram e di sistemi di illuminazione, convertita alla produzione di munizioni, come spesso accadeva durante la guerra. Le operaie della Dick, Kerr & Co. sono anche le prime calciatrici inglesi a disputare un incontro internazionale con una squadra francese e a vincere l’incontro. Celebre è la foto delle due capitane che, dopo il fischio finale, si scambiano un bacio provocatorio. Ed è proprio in questo contesto storico che si inserisce la vicenda raccontata da Massini. Rosalyn, Violet, Olivia e altre donne lavorano alla Doyler & Walker Munizioni di Sheffield. In cortile trovano un pallone e decidono di disputare una vera e propria partita: […] dovevamo iniziare, era scritto non so dove, era deciso.

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Kerr’s Ladies Football Club

Nel romanzo di Massini il calcio supera l’idea di sport per diventare vero e proprio messaggio messianico-politico: […] altro che calciatrici: erano sacerdotesse. Le operaie si spogliano di tutte le preoccupazioni quotidiane “per lottare, per lottare, per lottare” attraverso il sogno di un pallone. La palla diventa metafora di un sistema che affligge e obbliga: Per questo prendo a calci la fottuta palla: è figlia dell’industria che ci sfrutta tutte, nella piramide sporca lurida del lavoro. La palla è l’apoteosi del sistema, della maggioranza.

Le partite di calcio rappresentano, per Massini, un modo per analizzare l’universo femminile delle operaie, che fino a quel momento non avevano voce, per noi abituati a pensarle senza desideri, senza sogni, chine su macchine a produrre munizioni: Perché una donna può anche volere qualcosa, con tutta se stessa, ma niente la smuove come sentire di perderlo, o ancor peggio: che è lei a giocarsi contro. Il football diventa, per queste undici donne, una forma di libertà, di riscoperta e di riconquista, non solo del proprio ruolo nella società, ma anche della propria troppo reclusa intimità.

Finita la guerra, si è fatto di tutto per sopprimere le squadre femminili, per ridare nuovamente spazio agli uomini, con scuse denigranti e oltraggiose: “il calcio è pericoloso per le donne a causa della loro inferiorità fisica” o “la femminilità è minata perché è uno sport per uomini”. Nel 1921 arriva addirittura il ban della Football Association: A causa dei reclami fatti a proposito del calcio femminile, il Consiglio si sente costretto ad esprimere il suo parere, ritenendo il calcio inadatto alle donne e per questo motivo non deve esserne incoraggiata la pratica. Il Consiglio richiede, quindi, alle squadre appartenenti all’Associazione di non far disputare tali incontri sui loro campi di gioco. Il ban viene tolto soltanto nel 1971, rallentando la possibilità di crescita del calcio femminile, non solo in Inghilterra, ma anche nel resto del mondo, dal momento ne fu pioniera.

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Gruppo Femminile Calcistico, nato a Milano nel 1930. Le donne giocano in sottana.

In Italia la prima aggregazione di calcio femminile nasce a Milano nel 1930 e le donne scendono in campo con la sottana, a differenza delle colleghe inglesi che avevano già una divisa. La notizia fa così clamore che il CONI, temendo che il calcio femminile potesse attirare troppe attenzioni, fa in modo di dirottare le donne verso altri sport. Per parlere di vere e proprie squadre dobbiamo aspettare il 1946, quando a Trieste si formano la Triestina e le ragazze di San Giusto, il cui scopo era più che altro patriottico.

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Barbara Bonansea “festaggiata” dalle colleghe in Nazionale

La storia di Massini si inserisce, nell’Italia di oggi, in un momento importante per il calcio femminile. Infatti, l’11 dicembre del 2019 viene approvato l’emendamento con il quale le atlete femminili sono riconosciute come professioniste: era una battaglia necessaria, imprescindibile, per la civiltà, l’avrebbero combattuta per le donne di tutto il mondo, che il nemico – quello vero – era a bordocampo. E così le atlete di calcio, strumentalizzate negli anni della guerra per distrarre dai suoi orrori, hanno conquistato i propri diritti, portando avanti una battaglia che non può dirsi, ancora, definitivamente conclusa. E così anch’io, oggi, posso tifare Barbara Bonansea.

Stefano Massini, Ladies Football Club, Mondadori, 2019.

Viaggio a Scampia. Terza parte

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La mattina del 14 ottobre ci rechiamo verso Le Vele di Scampia. Il sole è tenue e si sente l’umidità del primo mattino. Lì, proprio all’ombra di quegli enormi edifici divoranti, ha sede l’Albero delle Storie di Davide Cerullo. Giacomo, l’ideatore di #trekinscampia, non ci racconta in anticipo degli incontri che faremo, preferisce che li scopriamo sul momento, per non condizionarci. Così il nome di Davide mi risuona spesso nella memoria, come eco di un nome già sentito, fino a quando non ci apre le porte della sua ludoteca e ci invita a sederci.

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La coincidenza ha voluto che qualche settimana prima comprassi il libro Visages de Scampia, edito da Gallimard. Davide ha curato le foto e alcuni testi, insieme a Erri De Luca e Christian Bobin. Un libro prezioso, per qualità e testimonianza. Come accade spesso a chi compra molti libri, avevo dimenticato il nome di Davide fino a quando fu lui stesso a parlare della pubblicazione del libro in Francia.

Davide ci invita a toglierci le scarpe e sederci in cerchio, su sedie per bambini. La stanza sembra quasi un luogo sacro, pieno di libri, vecchie macchine fotografiche, scritte-slogan, giocattoli. Tutto all’Albero delle Storie profuma d’infanzia, bellezza e poesia. Davide mi colpisce subito per il suo modo di parlare sincero. Nei suoi discorsi sento tutta la bellezza di una letteratura sofferta e di una vita recuperata. Letteratura e vita che si annodano per farsi forza, coraggio, speranza.

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Davide ci racconta della sua esperienza a Scampia, fa un brevissimo riferimento alla sua vita dal passato difficile e insiste sul suo suo impegno con i bambini da 0 a 6 anni, perché è su quella fascia d’età che bisogna lavorare, per avere in futuro adulti responsabili e consapevoli. Sottolinea che non ha bisogno di gente che dice di fare ma di gente che fa. È importante trasformare la volontà in azione, quando c’è una necessità urgente di ricostruire e riparare. Ci dice anche che non si sente eccezionale, che quello che fa dovrebbe rientrare nella normalità. La sua storia proprio ordinaria non è: da membro della Camorra a uomo che è riuscito a uscire dal “sistema”, Davide trova nell’arte delle parole un rifugio e un luogo nuovo da cui rinascere, facendo “voto di vastità”. Una vastità che Davide si porta dentro, contagiante, con un carisma salvifico per tutte quelle madri, sorelle, per tutti quei padri, fratelli, che si rivolgono a lui, per aiutare i propri figli. Investe, Davide, soprattutto nei sogni da regalare ai bambini, affinché quelle Vele, da “architettura criminale”, si possano trasformare in vele vere, che portano lontano, nella fantasia, come accade proprio nella favola da lui scritta La ciurma dei bambini e la sfida al Pirata Ozi.

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Restiamo pochissimo all’interno. Davide ci porta subito al giardino/orto che diventerà presto una fattoria didattica. Cerchiamo di dare anche noi un piccolo contributo, ripulendolo da erbacce, carte e plastica. L’Albero delle Storie è un luogo suggestivo, che ti resta dentro per giorni, così come ti restano le parole di Davide, il suo sguardo e la sua forza.

A pranzo ci rechiamo da Chikù, uno spazio gastronimico e culturale a Scampia, che unisce cucina italiana e balcanica. Dopo aver pranzato, Emma Ferulano ci parla di come è nata quest’idea. La spinta è stata la cucina come mezzo contro il pregiudizio, perché tutto si fonda sul piacere di aiutare e sullo scambio, con l’obiettivo di mettere a disposizione il patrimonio personale, in questo caso la tradizione culinaria italiana e balcanica, a favore di un ideale.

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Chikù è anche luogo di aggregazione di altre realtà locali, dal momento che ospita l’impresa sociale La Kumpania, che valorizza la passione delle donne per la cucina, e Chi rom e… chi no, associazione che favorisce gli scambi tra la comunità rom e quella napoletana, attraverso attività pedagogiche ed educative molto significative.

Il lavoro di Chikù è importante, proprio perché nasce da una passione politica attiva sul territorio e da un interesse verso la pedagogia informale. In questo si inserisce la Scola giungla, che propone seminari per rom e non, al fine di incentivare l’incontro culturale tra rom e italiani.

La testardaggine di Chikù si nota dal fatto che, nonostante i continui furti (l’ultimo risale proprio a qualche giorno fa), non si arrende e va avanti, resistendo e armandosi di forza e solidarietà.

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Vista panoramica dalla terrazza di Chikù

Finisce con quest’incontro e con la cucina di Chikù #trekinscampia2019. Ringrazio Giacomo D’Alessandro per avermi coinvolta in questo viaggio sociale ricco e significativo, tutte le strutture che ci hanno ospitati, i compagni di viaggio (Giacomo, Barbara, Luca, Margherita, Letizia, Giovanni, Alice G. e Alice O.) con cui abbiamo condiviso riflessioni, strade, sacchi a pelo, poesie di Pasolini lette da Barbara e pizze che rischiavano di non arrivare.

C’è un’umanità forte e silenziosa laddove gli ipocriti hanno costruito pregiudizi che separano dalla vita reale, dal cuore delle cose… Davide Cerullo

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Treno della linea 1 che da Scampia-Piscinola va verso la stazione Garibaldi

L’impatto con l’estrema periferia Nord di Napoli è stato fortissimo. Non per i pregiudizi che si porta dietro a causa del suo passato e della speculazione mediatica, quanto per il sostrato di solidarietà e unione tra le persone: la spontaneità nel lavoro sociale, il coraggio di dare nuove prospettive, l’attivismo cristiano che si perde dinanzi a una Chiesa sempre più artificiale e incerta. Gente anonima, di cui forse mai sentiremo i nomi, che continua ad agire per il bene comune. Gente di Scampia, che avuto la forza di cercare l’oro in un ventre marcio e terrificante. Scampia diventa così, da piazza di spaccio internazionale, a modello sociale da importare. Ed è su questo che tutte le periferie del mondo devono puntare, se vogliono davvero il cambiamento.

Incontro con Erri De Luca all’Albero delle Storie di Scampia

72241103_2427805720769975_8355450294129131520_nSembra un sabato come tanti a Scampia. Macchine rumorose e frettolose circolano e si perdono nei lunghissimi stradoni di un paesaggio urbano come tanti, rompendo il silenzio di una periferia apparentemente solitaria. Pochissima gente si muove a piedi e i palazzi appaiono così enormi e distanti da sembrare disabitati. Una volante della polizia vigila sul quinto Ciro Day in Piazza Giovanni Paolo II, in ricordo del tifoso ucciso nel 2014 prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. Ed è in questo clima che Erri De Luca arriva all’Albero delle Storie di Davide Cerullo, in un’atmosfera sospesa, fatta di attese,  silenzi e speranze.

76784568_916795872037357_4778143957089517568_nIncontriamo Erri all’aperto, in compagnia di un ulivo e di animali quali conigli, papere, capre, che da lontano ci osservano, con alle spalle l’imponenza delle Vele. È lì per parlare del suo ultimo libro, Impossibile (ne parlo qui in un precedente articolo), ma anche per raccontarci della genesi e delle suggestioni di questo testo scomodo, che ci narra di un tempo in cui “quando era giovane lui le rivoluzioni brulicavano. Oggi la parola rivoluzione è politicamente scaduta. Si è diversificata in altri significati, come per la rivoluzione scientifica”. Far parte di una rivoluzione non voleva dire seguire una moda o un filone (come accade ultimamente nelle “rivoluzioni” social che non portano quasi mai a nulla, svanendo nel mirino effimero della pubblicità), ma essere numerosi, non avere fiducia nella sola individualità e utilizzare il “noi” come pronome politico.

72479735_2532386830131386_4977192824853233664_nErri ricorda il suo periodo romano, quando si parlava di caos e costruzione. Roma era una città circondata da baracche. I nuovi edifici non venivano venduti e quindi neanche assegnati, in quanto il prezzo era ancora  troppo alto per la condizione economica di allora. Così quelle case iniziarono a occuparle. Le donne erano più decise e determinate, perché dovevano difendere la salute dei figli. Il caos diventava così sinonimo di costruzione a tutti i costi, con le dovute e dolorose resistenze contro gli sgomberi, se non fosse che a ogni sgombero coincideva una nuova occupazione. L’andirivieni tra dentro e fuori le case occupate costrinse l’amministrazione all’assegnazione. Secondo Erri “questo significava fare la rivoluzione”. La storia di Roma ci riporta inevitabilmente anche alla storia di Scampia.

Ed ecco che lo scrittore entra nel vivo del suo nuovo libro. Ci fa notare che l’impossibile capita sempre nelle nostre vite. Il posto dove siamo – l’Albero delle Storie – è impossibile così come la vita recuperata di Davide.

76697303_812541865844984_6873680512515309568_nImpossibile è un dialogo teso tra un giovane magistrato e un uomo di esperienza, accusato di aver ucciso un compagno che in passato lo aveva denunciato. Il nodo di questo testo è proprio l’interrogatorio e come il magistrato lo conduce. Secondo Erri “un interrogatorio non è una ricerca della verità, ma una conferma di ciò che si crede già. Non è affatto un’apertura o una dimostrazione d’interesse”.

L’altro nodo è la montagna, luogo difficile e misterioso. Le persone che ci vanno conoscono i rischi che corrono. E in montagna succedono solo incidenti, nessuna esperienza garantisce l’incolumità. Per il magistrato, invece, quell’incidente, inteso come coincidenza, è una prova della sua colpevolezza. Erri ne approfitta per sottolineare, come accade d’altronde anche nel libro, che le morti sul lavoro non si possono chiamare incidenti, perché lì il rischio non è ricercato ma obbligatorio.

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Con Erri e Davide

Tra un interrogatorio e l’altro, troviamo delle lettere che l’uomo, dalla cella d’isolamento, scrive alla sua donna, affrontando la questione della scrittura in carcere: “Quando scrivi a una persona, dalla cella, quella persona c’è, è lì con te. E più si ha un vocabolario ricercato, più sviluppi questa capacità. Attraverso la scrittura le persone vengono convocate, sono presenti. La fisicità nella scrittura, quindi l’utilizzo di molti verbi, sostantivi, aiuta a evocare le presenze. Scrivere di una persona significa stare lì con quella persona”.

Alla fine della presentazione, Erri viene circondato da un applauso affettuoso, a dimostrazione della gratitudine per quelle parole così preziose. Una donna del pubblico gli chiede: Come le è venuto in mente questo libro? Ed Erri risponde: Camminando. Il corpo si svuota e le idee entrano in testa.

All’incontro era presente l’immancabile Raimondo Di Maio della Libreria Dante & Descartes, con i libri di Erri De Luca e Davide Cerullo, ma anche con dei libri di piccolissimo formato, autoprodotti, da leggere, toccare, collezionare: delle vere chicche per chi ama il libro-oggetto.

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Viaggio a Scampia. Seconda parte

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La mattina del 13 ottobre incontriamo al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza Aldo Bifulco, un insegnante di scienze in pensione, che ha aperto a Scampia il circolo di Legambiente La Gru, coinvolgendo centinaia di studenti nella realizzazione di aree verdi e aiuole.

Con Aldo ci addentriamo tra i palazzoni di Scampia, per andare a fare colazione alla “Pasticceria del Sole”, un luogo storico, che si perde tra “vicoli” urbani e soffocante cemento. Si tratta di un posto non turistico, molto frequentato dai locali, soprattutto la domenica, per fare rifornimento di dolci.

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Colpisce questa zona di Scampia per gli opposti che la rendono così affascinante e misteriosa. Nonostante gli enormi palazzi che sembrano annientare la presenza umana, scopriamo che Scampia è ricca di verde e di progetti volti al recupero ambientale. Tra questi rientra Parco Maltese, dedicato allo storico personaggio di Hugo Pratt.

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Il parco ricopre una superficie di 22 mila metri quadri ed è ‘protetto’ da palazzoni. Per anni è stato una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Grazie all’Associazione Pollici Verdi Scampia, il luogo viene restituito ai cittadini, in tutta la sua bellezza reinventata. Ci sono murales e fiori ovunque, è presente una zona protetta per far giocare i cani e a breve vi sorgerà anche un laghetto.

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La nostra passeggiata continua per fare ritorno al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza, diventato ormai uno dei simboli della Nuova Scampia. Fino a quattro anni fa, al posto di aiuole e murales, sorgevano sei discariche. Grazie al Progetto Pangea, anche questo luogo è stato restituito ai cittadini. Ciò che colpisce subito di quest’area sono i murales sul muro dello stadio Landieri, dove notiamo volti conosciuti, come quello di Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, e volti meno conosciuti della storia non-violenta, tra cui Malala Yousafzai (attivista pakistana attiva sin da giovanissima nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne nel suo paese), Rigoberta Menchù (esponente del movimento di liberazione degli Indios del Guatemala), Claudio Miccoli (pacifista e ambientalista, ucciso da un gruppo di neofascisti il 30 settembre 1978), Maria Occhipinti (anarchica e femminista ragusana), Marco Mascagna (ambientalista napoletano), e il volto di un aborigeno Maori.

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Le aiuole del giardino sono dedicate ai cinque continenti, dove troviamo piante e fiori appartenenti a ciascun continente, arricchite da immagini di personaggi legati alla storia non-violenta, tra cui quella di Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola il 3 maggio 2014, prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.

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Qui incontriamo la Comunità cristiana di base del Cassano (Napoli) e alcuni suoi esponenti. Ai giorni nostri si sente parlare poco delle Comunità di base, eppure, in passato, avevano un ruolo rilevante nella comunità cristiana. Nascono nel ’68, dopo il Concilio Vaticano II, e rappresentano un vero percorso alternativo cristiano alla Chiesa istituzionale, in quanto più aperte e attente alle diversità, con una vera pratica evangelica a scopo sociale. Si tratta di comunità prive di ordine gerarchico e celebrano la messa senza prete. I loro propositi sono la laicità, l’amicizia nella comunità, attenzione alle differenze e cura degli ultimi. Le Comunità di base mirano a una piena separazione tra Stato e Chiesa e all’affermazione della laicità.

Sempre al Giardino dei Cinque Continenti incontriamo Andrea, un ragazzo di Scampia, che ha aperto il blog Dimmi di Scampia, dove parla degli aspetti culturali del suo quartiere. Il blog rappresenta una vera e propria fonte narrativa per chi vuole scoprire i nuovi volti della periferia Nord di Napoli.

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ph. Giacomo D’Alessandro

Nel pomeriggio ci dirigiamo al Campo Rom di Cupa Perillo, ora Viale della Resistenza, accompagnati da Sonia Rescigno, volontaria che si dedica al campo da anni. Ci accolgono Riccardo, Cristian, Giuseppe, Angelo, Vanessa, Cristina, tutti bambini e ragazzi rom con nomi italiani. L’impatto non è stato semplice, dal momento che ci hanno letteralmente travolti con la loro energia. Sono vivacissimi e soprattutto contenti che qualcuno stesse dedicando loro del tempo. Ogni volto ci racconta una storia, che il più delle volte è rimasta silenziosa. Parlano un italiano perfetto e qualche volta si fanno scappare anche delle espressioni in napoletano, conoscono gli antichi romani e gli egiziani, amano la pizza e il calcio. Si accontentano di giochi semplici e amano lanciarsi in racconti ricchi di fantasia, con Goku spesso protagonista. Cristina, otto anni, ci parla della sua famiglia, della scuola, di cosa le piacerebbere fare da grande – l’estetista – e ci disegna un cuore.

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ph. Giacomo D’Alessandro

Grazie a Sonia riusciamo a sapere di più su come vivono i Rom in questa zona di Napoli. Ricevono assistenza ai più svariati bisogni, immediati e a lungo termine. I volontari offrono il loro aiuto in termini materiali, con vestiti e cibo, ma il lavoro più grande che cercano di fare è di creare un ponte tra le due culture. Sonia ci tiene a sottolineare che anche noi abbiamo da imparare dalle loro vite e che, attraverso una relazione di fiducia, possiamo accompagnarli in un percorso di speranza verso un futuro migliore, con l’inserimento nel mondo lavorativo e scolastico, senza fare dell’assistenzialismo una condizione di vita. La gente del posto si è attivata molto per i loro diritti, soprattutto se consideriamo che i Rom di Cupa Perillo vivono riparati sotto un ponte, in baracche poco solide, circondati da una discarica e in perenne minaccia di roghi. I bambini giocano tra i rifiuti abbandonati come se fosse un’attività normale. Per noi che li guardiamo, abituati al nostro mondo ordinato e pulito, è un colpo al cuore. Viene da chiedersi com’è possibile che qualcuno permetta a dei bambini di considerare naturale vivere in queste condizioni.

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Dopo appena due ore l’aria inizia a farsi pesante. La puzza della discarica, con il calare dell’umidità, si appiccica ai polmoni e ai vestiti. Quella puzza i bambini se la portano ovunque, a scuola e nelle attività ricreative, come un marchio della loro condizione non riconosciuta.

Verso il tramonto lasciamo il campo, con un velo di rabbia e di tristezza. Cristina non vuole farci partire. Si aggrappa al finestrino. Per loro Sonia è una figura importante. E come lei, gli innumerevoli volontari della Caritas, i gesuiti, le suore, che fanno rete per creare un piccolo spiraglio nelle loro fragili vite.

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Anche questo secondo giorno di Trek in Scampia passa velocemente. La sensazione di ricchezza che si ha dopo ogni incontro non lascia spazio a riflessioni immediate. Scampia è un quartiere che ha fatto della perdita una fonte di ricostituzione, con il tentativo di creare un efficace modello sociale utile a chi si trova nelle stesse condizioni. Le poche risorse diponibili, prevalentemente umane, si sono rafforzate nella condivisione e nella dinamica del dono, poiché il bene offerto da un cittadino diventa privilegio della comunità. Ed è proprio questa la parola chiave che rende forte la nuova identià di Scampia: la Comunità, nel senso recuperato di koinonia, e quindi di unione, dove il singolo è una parte del tutto. Una Comunità sempre in movimento, che utilizza l’intercultura come atteggiamento mentale e l’unione come forza necessaria per ricostruire lì dove ogni cosa sembrava perduta.

Uno sguardo su “Impossibile” di Erri De Luca

DSC0445-684x1024Erri De Luca ritorna sulle scene letterarie con un libro “impossibile”, aggettivo-definizione che fa da sfondo all’intera narrazione. Si tratta di un dialogo-interrogatorio tra un anziano sospettato di aver ucciso un suo vecchio compagno di avventure rivoluzionarie e un giovane magistrato, instancabile nella ricerca della sua verità, che non crede alle coincidenze, anzi, la cui coincidenza rappresenta proprio un indizio. Per chi conosce la storia di Erri De Luca, molti sembrano gli echi al suo passato caso giudiziario (Erri De Luca assolto nel processo No Tav).

Tutta la vicenda parte da una grande passione dello scrittore: la montagna. Perché tutto accade proprio lì, sulla Cengia del Bandiarac, “un posto difficile e pericoloso”: Lassù sono un estraneo, senza invito e senza benvenuto. Un luogo ostile, ma necessario per l’accusato, in quanto componente estrema della sua esistenza

La montagna, immobile per costituzione, è movente. Proprio così: fa muovere verso di essa. Ognuno ha il proprio motivo per andarci. Il mio è dare le spalle a tutto, prendere distanza. Mi butto indietro il mondo intero. Mi sposto in uno spazio vuoto e anche in un tempo vuoto. Vedo com’era il mondo senza di noi, come sarà dopo. Un posto che non avrà bisogno di essere lasciato in pace.

Si tratta, dunque, di un rapporto univoco e di un bisogno unilaterale. Tant’è che questa volta la montagna, nella sua silente maestosità, fa da spettatrice a un incidente, così il protagonista definisce l’accaduto. Ma per l’accusato e il magistrato il termine non ha lo stesso significato e diventa per lo scrittore motivo di ribaltamento interpretativo e di contesta politica.

Voi siete disposti a definire incidenti sul lavoro quelli che sono invece omicidi di lavoratori, spinti oltre il limite delle resistenze e delle condizioni di sicurezza. Trattare da incidenti le decine di migliaia di feriti e il migliaio di uccisi da lavoro manuale ogni anno, in cambio di salario. Ma qui dubitate della parola incidente riferita a un’attività pericolosa, festiva, con rischi presi spontaneamente, in piena responsabilità del proprio azzardo.

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ph. Valerio Bispuri

Tra un dialogo e l’altro, leggiamo anche alcune lettere che l’accusato scrive alla sua donna dalla cella d’isolamento del carcere. Come in ogni lettera, assistiamo a un’esternazione esasperata di sentimenti e di nostalgica invocazione di ricordi. Non si tratta però solo di lettere sentimentali, hanno anche un forte valore politico e universale. Veniamo infatti a conoscenza della condizione psicologica di un detenuto e del suo modo di vivere e percepire la condizione di reclusione.

Ammoremio un’altra lettera, visto che devo stare qui. Uno s’immagina che l’isolamento sia silenzioso. Invece strepita il corridoio delle altre celle, rimbomba di grida e di ferraglie varie.

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ph. Valerio Bispuri

Con queste lettere private, Erri De Luca rompe un tabù sulle carceri, rendendoci partecipi in prima persona delle emozioni che prova una persona reclusa: Chissà perché all’interno di questi muri sigillati mi viene di scriverti cose che a voce non tirerei fuori. Mi aiuta forse il vuoto che mi avvolge. È diverso da quello in montagna, che mi ci muovo dentro mentre scalo. Qui il vuoto mi mantiene fermo. Più che con i sentimenti, l’accusato deve fare i conti con il tempo, perché in carcere ce n’è tanto, ma la vita fuori corre sempre più in fretta ed è soggetta a trasformazioni e cambiamenti che possono stravolgere definitivamente la vita di un uomo: Così è ammoremio, quando si tratta di separazioni lunghe, carcere o emigrazione, lasciamo fare al tempo e non ai giuramenti.

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ph. Valerio Bispuri

Questa condizione intima viene di volta in volta interrotta dai dialoghi con il magistrato, che riportano alla realtà dei fatti. Una realtà che sembra impossibile, per i suoi paradossi e scontri verbali. In questo scambio di battute, ciò che viene fuori è la verità delle parole e l’utilizzo di una lingua che sembra perdere il suo reale significato, a favore di una strumentazione giudiziale, politica e giornalistica. Le parole sono diventate uno strumento, impiegate secondo i propri fini, dirottate e pilotate, per la conquista dell’opinione pubblica: La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. Si commercia parole, come se la società fosse un mercato dove vengono vendute al miglior offerente.

La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

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ph. Valerio Bispuri

In questo suo nuovo libro, Erri De Luca fa dell’impossibile un profilo dei giorni nostri, dove mancano “le felicità assortite” e le “uniformi interiori”, dove la “responsabilità individuale” prevarica su quella collettiva, favorendo egocentrismo e interesse personali. Perché tutto sembra girare intorno a questo, all’interesse personale, soprattutto nella giustizia, dove il potere, con la sua arma meno inaspettata che è l’incompetenza, decide su tutto.

Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, 2019.

Le foto in bianco e nero sono del fotografo Valerio Bispuri e fanno parte del progetto Prigionieri.

Evento: Il 23 novembre, alle 10:30, Erri De Luca presenterà il suo ultimo libro presso L’albero delle Storie di Davide Cerullo.

Viaggio a Scampia. Prima parte

74177317_770103793438411_8009413652492845056_nQualche mese fa, nell’immensa rete di immagini che è Instagram, mi colpisce una locandina che promuove un “Trek a Scampia“. Incuriosita, chiamo uno dei numeri indicati per le informazioni. Mi risponde Giacomo D’Alessandro, l’ideatore di questa iniziativa, che propone un insolito itinerario tra le associazioni che operano a Scampia, il tutto rigorosamente a piedi. Perché Scampia non è solo Gomorra.

Credo che l’aver scoperto il post non sia stata solo una piccola coincidenza. Da tempo frequento Napoli, con lo scopo di visitarne tutti i quartieri – il prossimo è il Sanità, il rione che ha dato i natali a Totò. Scampia era, quindi, già nei miei programmi. Ero a conoscenza degli enormi cambiamenti del quartiere, pertanto lo scenario Gomorra non mi inquietava affatto. Sapevo che la Scampia violenta, neorealisticamente reinventata dalla serie tv, non esisteva più, o almeno non a quei livelli drammatici. Giacomo mi ispira subito fiducia, tant’è che, dopo un paio di giorni, prenoto subito i biglietti.

73211014_554335051986920_4650827459850141696_nTrek in Scampia prevede di scoprire a piedi il quartiere, percorrendo il tragitto che porta dalla stazione centrale alla periferia, per osservare come cambia il paesaggio urbano.

Ci incontriamo tutti la mattina del 12 ottobre davanti al Museo Archeologico Nazionale e iniziamo la “scalata” verso Scampia. Facciamo una sosta al Parco di Capodimonte, dove ci liberiamo dei frastuoni e dello smog della città. L’erba sembra il luogo idele per raccontarci e conoscerci meglio. Quando riprendiamo il cammino, il sole continua a picchiare forte. Ci lasciamo alle spalle le meraviglie del bosco reale, con il suo verde, i suoi spazi aperti e i bambini che giocano spensierati. Veniamo catapultati, quasi con violenza, in uno scenario diverso. Ci sembra di lasciare Napoli alle spalle, così lontana, così diversa. Quella Napoli cui siamo abituati, con i suoi vicoli, pizzerie, madonne, chiese, musei, librerie, caffè. La Napoli turistica e intellettuale. La Napoli di Totò, la Napoli del Napoli e di San Gennaro. La Napoli che con la sua storia ci rassicura.

Siamo su Via Miano, l’importante stradone che collega Piscinola, Miano, Don Guanella, Secondigliano e naturalmente Scampia. Non abbiamo il tempo di pensare, di riflettere. Non abbiamo il tempo di abituarci a quello scenario svuotato di ogni immagine pittoresca. Siamo subito nella periferia nord di Napoli, dove scompare per magia tutta quella poesia, a volte anche un po’ stereotipata, che accompagna i nostri sogni sulla bella Napoli. Tante macchine percorrono la strada e poca la gente che decide di muoversi a piedi, gente che parla con il tipico accento del luogo, e allora penso: sì, anche questa è Napoli. E dobbiamo prendere confidenza con questo suo volto meno conosciuto.

73239917_531372744074678_3009408598473179136_nIl sole picchia sempre forte. È un sole di periferia: secco e spietato. In quel groviglio di stradoni e ponti, imbocchiamo una stradina quasi invisibile, che ci porterà direttamente alla nostra prima tappa: al Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno, situato all’interno dei locali abbandonati del Centro Sociale Ina di Secondigliano. Si è colpiti subito dal murale che ricopre la facciata esterna e dai murales che colorano gli interni. Nella sala più grande ci aspetta Mirella La Magna, una signora di ottant’anni sorridente e ancora nel pieno delle sue energie. Quello che ci racconterà sarà importante per proseguire il viaggio e vedere con occhi più consapevoli il paesaggio sociale di Scampia.

74230421_446078866020161_1777705067101552640_nLa storia del Gridas è legata alla storia di Scampia. I suoi fondatori, Mirella e suo marito Felice Pignataro, decidono di avviare questo progetto nel 1981. Ma la loro storia inizia molto prima. Lui è pugliese e proviene da Mola di Bari. Si è trasferito a Napoli per studiare architettura. Lei è originaria del Vomero, il quartiere “perbene” di Napoli, tant’è che in casa il napoletano non si parlava affatto. Mirella si abilita presto in greco antico e non è mai stata un giorno senza insegnare. Anche se si considera una privilegiata, presto rinuncia a quello che ha avuto per intraprendere un percorso più complesso e fuori dal comune. Allontana da sé l’idea di pensare alle troppe differenze per agire esclusivamente sulle cose comuni. Anche Felice lascia i suoi studi e frequenta la Facoltà di Teologia a Posillipo. Deluso dall’ambiente, si avvicina agli insegnamenti  di Don Milani.

73155713_1436625406502564_6666903838944919552_nMirella insegna al liceo e scopre presto che proprio lì vicino alla scuola ci sono delle baracche: è il campo ARAR di Poggioreale, il più grosso insediamento di baraccopoli a Napoli, che nasce durante la Seconda Guerra Mondiale come deposito di residuati bellici. Dopo la guerra, molti approfittano di quei rottami per fare commercio e iniziano a costruire le prime baracche. Si crea così un piccolo sistema economico, con negozietti improvvisati, tirati su per vendere materiale utile alla costruzione delle baracche, ma anche negozietti per commerciare fiori, dato che il campo era in prossimità del cimitero, e piccole attività domestiche che forniscono pochi beni alimentari. Non si butta nulla al campo, neanche il letame, che veniva venduto ai contadini come fertilizzante. Siamo già verso la fine degli anni ’60. Lo Stato è ancora assente. La gente deve rimboccarsi le maniche per sopravvivere alla povertà, all’abbandono e al degrado sociale. In quel campo dove la creatività per la sopravvivenza non mancava, Mirella e Felice decidono di dedicarsi al doposcuola, e devono reinventarsi un nuovo spazio dove poter insegnare, fatto prevalentemente con materiali di riciclo. Non ci sono servizi nella nuova baracca-scuola. Bambini e ragazzi sono disposti a rinunciare alle necessità primarie pur di avere un minimo di istruzione.

75398155_489647014974335_5507735862751789056_nMirella continua a raccontarci di un aspetto importante di Scampia, da cui probabilmente partono tutti i disagi che l’hanno resa il quartiere che conosciamo oggi: l’urbanistica. Dopo il primo nucleo di case sorte negli anni ’50, nella zona in cui attualmente ha sede il Gridas, compare un secondo nucleo di case. Verso la fine degli anni ’60, nella periferia nord di Napoli, si costruivano case popolari ovunque, concepite come immensi contenitori di umanità varia, all’ interno di un contesto urbano privo di spazi aggregativi e attività commerciali. Sorgono così enormi palazzoni, simili a piccole città sviluppate in verticale. Solo case su case, case dopo case, case dentro case. Ed è la prima condizione che favorisce l’illegalità, dal momento che molti iniziano a mettere su negozi abusivi di beni primari, spinti dalla necessità. I palazzi però rimangono vuoti, perché il Comune ci mette molto ad assegnare le abitazioni ai beneficiari. 73423471_2467941029992674_8335050599632470016_nCosì alcuni, evidentemente i più bisognosi, coloro che si erano stancati di vivere nelle baracche, iniziano a occuparle abusivamente, senza che fossero ancora del tutto terminate. Poi le case occupate vengono abbandonate proprio per l’assenza di servizi e, quando i destinatari finalmente vi entrano, trovano case già degradate e ancora da finire. Si sviluppa così una sorta di invidualismo che porta gli abitanti del quartiere a curare e rifinire le proprie case ma non lo spazio condiviso. E così lo spazio pubblico non viene mai visto come un bene qda rispettare, ma come un luogo di servizio che non appartiene a nessuno.

75442896_426724724680939_8201789244885172224_nIl terremoto degli anni ’80 rimette in gioco tutto. Occorre ricostruire ciò che la natura ha distrutto. I soldi a disposizione sono tanti ma vengono gestiti illegalmente attraverso la camorra.

Scampia diventa un luogo di spaccio perfetto. Vie di fuga larghe, gente abituata all’illegalità e ragazzini senza istruzione, quindi senza aspettative di crescita o di cambiamento. Lo Stato continua a essere assente. Così passano venticinque anni senza che nessuno sappia cosa accade a Scampia. Le istituzioni vengono viste come nemiche, dal momento che non hanno mai offerto il loro aiuto. Tra il 2004-2005 la lotta tra il clan Di Lauro e gli scissionisti apre una lunga stagione si sangue e di terrore a Scampia, il cui risvolto della medaglia porterà, inaspettatamente, a un piccolo spiraglio di cambiamento e risanamento.

73342862_516421025877287_4353216595951091712_nDopo l’esaustivo racconto di Mirella, abbiamo l’occasione di parlare con un’altra istituzione di Scampia, il gesuita Fabrizio Valletti. Il suo discorso è meno storico e tecnico di Mirella. Ci interroghiamo sui bambini e giovani di oggi e sul ruolo dell’educazione, e su come avvicinarsi ai loro bisogni e necessità che spesso nascodono problematiche silenti. Valletti consiglia di capire sempre se la loro affettività accompagna la loro conoscenza, per comprendere al meglio in che modo affrontano gli eventi e quali sono i risultati sulle loro emozioni. Occorre commuovere i ragazzi, oggi più che mai.

A Scampia l’attività di volontariato è tanta, proprio per l’assenza dello Stato. Valletti propone di trasformare il volontariato in un vero progetto politico, proprio per ‘fare istituzione’. Alla fine dell’incontro, Valletti ci regala il suo libro Un gesuita a Scampia, che è una rilettura del quartiere in una chiave più positiva e di speranza, soprattutto dopo gli ultimi eventi, perché “anche a Scampia si può sognare, si può cercare di vivere insieme nella legalità e nella libertà”.

76200723_2732879276938837_5078117040116465664_nTerminata la nostra visita culturale al Gridas, ci rechiamo al Centro Alberto Hurtado, un luogo di formazione culturale e professionale, curato dai padri gesuiti, che unisce l’azione religiosa a quella sociale. Il Centro propone cineforum, mostre incontri culturali e caffè letterari. Abbiamo l’opportunità di partecipare a uno di questi caffè, in cui viene presentato il libro Dopo la pioggia le foglie sono verdi di Salvatore D’Antona, che si ispira alla storia di Claudio Miccoli, giovane ambientalista, morto in seguito all’aggressione avvenuta il 30 settembre 1978 a Napoli in Piazza Sannazzaro a opera di un gruppo di neofascisti.

73349211_461970264418514_7259286455921410048_nIn tarda serata abbiamo la fortuna di incontrare la giornalista Ilaria Urbani, dopo aver visto il suo documentario Luci sulla frontiera, con la voce narrante di Roberto Saviano. È un documentario che dà voce a cinque preti di strada che operano in condizioni a margine, il cui lavoro è spesso silenzioso, nascosto, non con lo scopo di fare notizia ma con l’unico obiettivo di salvare e ricreare. Conosciamo così Don Franco Esposito, che lavora con i detenuti del carcere di Poggioreale e che si trova spesso a gestire le loro emozioni, bisogni, necessità; Padre Antonio Loffredo, che coinvolge i giovani del rione Sanità attraverso lavori creativi, per una fantasia possibile anche nei luoghi difficili; Don Gaetano Romano, attivo nell’ex quartiere operaio di San Giovanni a Teduccio, dove si occupa di formazione dei figli delle famiglie più povere, in modo tale che l’istruzione sia davvero un diritto che garantisce il proprio essere al mondo con gli altri, nel rispetto e nella bellezza; Don Felix Ngolo, un prete che viene dal Congo, che si occupa dei ragazzi della baraccoppoli di Puteoli e ha imparato il napoletano per potersi avvicinare alle persone in difficoltà e comunicare nella stessa lingua; e infine l’anziano Padre gesuita Domenico Pizzuti, da sempre vicino alla comunità rom e alla sua integrazione nel tessuto napoletano.

73204021_532641450859653_5002207942745784320_n(1)Dalle loro testimonianze scopriamo che “l’illegalità ti entra talmente nella testa che non ci fai più caso”, rendendo difficile il lavoro di rottura di una “normalità violenta” e il lavoro di antistigma nei confronti dei detenuti che, una volta fuori, non hanno molte scelte, dopo che il carcere ha tolto loro ogni affetto e speranza d’amore. “Se cambiamo il nostro pensiero e il nostro linguaggio possiamo aiutare la gente”: sono questi i propositi che dovrebbero spingere a ripensare la narrazione delle periferie difficili, maggiormente esposte alla criminalità. Più periferie umane ed esistenziali, quindi, dove la cultura diventa l’ottavo sacramento e dove “il futuro è anche il diritto a sperare nel futuro”.

“I Testamenti” di Margaret Atwood. Un libro necessario?

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Una scena della serie tv

Da poco fresco di stampa, I Testamenti di Margaret Atwood si propone come sequel a Il racconto dell’Ancella, pubblicato nel 1985. Nello sfogliare le pagine il lettore si accorge subito di trovarsi dinanzi a un libro diverso dal precendente, che si presenta come una raccolta di testimonianze ben catalogate e numerate. Un documento, dunque, che allontana l’idea di fiction e avvicina il lettore all’idea di reperto storico raro. Le voci narranti sono affidate a Zia Lydia, Agnes e Daisy, che si incontreranno/scontreranno nelle vicende di Gilead, attraverso le loro storie personali e i loro punti di vista diversi. Zia Lydia rappresenta l’autorità e la forza espressiva che ne deriva. Agnes è la voce dell’innocente che cresce a Gilead, con una dottria rigida che le modella la coscienza. Daisy, invece, vive in Canada ed è il punto di rottura, l’anello mancante che serviva al Mayday per distruggere Gilead. Saranno proprio le tre donne a provocare, consapevolmente e inconsapevolmente, la caduta del regime.

Contrariamente a quel che potresti pensare, mio lettore, Gilead ha conosciuto la bellezza. Perché non avremmo dovuto desiderarla?

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ph. Svetlana Bulatova

Sono passati molti anni da quando l’ancella Offred è riuscita a varcare il confine di Gilead, portando con sé Baby Nicole. La neonata più ricercata del mondo è diventata un simbolo del paese e del nuovo regime. I bambini vengono cresciuti con la paura di fare la fine di Baby Nicole, quindi di essere portati altrove, in un mondo non protetto, peccatore e sconosciuto. Un mondo che non è sicuro e puro come Gilead eche offre, agli occhi di chi vi abita, benessere, bellezza e protezione.

In questo nuovo scritto della Atwood siamo dentro la mente di Gilead. Nel suo modo di vivere e di gestire l’economia e la società, le relazioni e i rapporti famigliari, siamo dentro al suo modo di pensare, nel suo credo, nella sua filosofia. Siamo nella mente del ‘mostro’, all’interno dei suoi meccanismi complessi, perversi e contraddittori. Siamo all’interno di tutto ciò che ancora non si sapeva su Gilead.

La mia vita avrebbe potuto essere molto diversa. Se solo mi fossi guardata attorno, se avessi capito la situazione. Se solo avessi fatto le valigie in tempo, come fece qualcuno, e avessi lasciato il Paese.

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ph. Lauren DeCicca

Gilead è uno stato mentale. È come un morbo che ti corrode la libertà, i sentimenti, le emozioni, al servizio di un ideale, al servizio del Paese. Le figure più penalizzate sono le donne, costrette a subire in silenzio, private della loro libertà, dei diritti conquistati nella storia, private dell’arma più forte: della parola. Non solo le ancelle vivono in una condizione di violenza continua, ma anche le mogli dei Comandanti, imbellite di piacevole apparenza, sono costrette a tacere e a morire, spesso in circostanze misteriose. Questo fa capire che la donna, a Gilead, non gode di status privilegiati, ed è soltanto un mezzo istituzionale – le mogli dei comandanti – o riproduttivo – le ancelle.

Stiamo costruendo una società coerente con l’Ordine Divino – una città posta sopra un monte, la luce delle nazioni – e agiamo spinti dallo spirito di carità.

Tutto è giusto, tutto è caritatevole a Gilead. Lì dove c’è intento divino c’è sicuramente buona azione. Ogni cosa è in ordine, equilibrata e segue una meccanica perfetta. Ma il caos soggiace, come un fantasma, sempre pronto a riapparire e a rimettere in discussione il tutto, poiché la fragilità fa parte di ogni condizione umana, politica e sociale.

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Donne combattenti di Kobane

Ciò che colpisce particolarmente di questo libro è il potere affidato alle donne che si ribellano, alla loro forza e alla loro collaborazione anche a costo della propria vita. La speranza è sempre per un mondo diverso e migliore, non solo per i propri figli, ma che per i figli degli altri. I Testamenti celebra sicuramente la lotta femminile e riporta con forza all’attualità del momento, ma a livello di continuazione storico-narrativa era realmente necessario?

Margaret Atwood, I Testamenti, trad. Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2019

Guido Piovene nel suo viaggio in Italia tra Bari e Matera negli anni ’50

72464105_664984573988691_8696112544403685376_nQualche tempo fa la libreria Bari Ignota aveva pubblicato sui propri canali social alcuni libretti che mi avevano incuriosita, appartenenti alla collana Cultural Tour della casa editrice Kurumuny di Calimera (Le), dedicata a viaggiatori in Puglia e Basilicata. Tra i vari titoli, mi colpisce subito il nome di Guido Piovene, che scrive di due città che mi appartengono: Bari e Matera.

Il punto di vista dell’autore vicentino, di cui ho apprezzato i romanzi Lettere di una novizia, Le Furie e soprattutto Le Stelle Fredde, rappresenta sicuramente una visione unica e originale delle due città.

I racconti dei viaggi contenuti nei libretti sono stati raccolti nel volume Viaggio in Italia (1957), che voleva essere una guida dell’Italia industrializzata negli anni del boom economico.

Una pianura arida e semidesertica a quattrocento metri sul livello del mare è improvvisamente interrotta da un baratro tra le rocce, in fondo a cui corre un torrente.

71689336_539486876809027_1024332086435119104_nCosì Piovene introduce Matera, non potendo fare a meno del suo forte impatto paesaggistico. Lo scrittore è colpito dai due volti della città, quella moderna e quasi anonima, e quella vecchia, scavata nelle rocce, probabilmente per cercare acqua.

 

L’impressione che danno i Sassi nel loro insieme è quello d’un presepio napoletano, ma illividito e quasi stravolto da un fondo spiritico.

Siamo lontani dalla Matera che conosciamo oggi. Lo scrittore ne parla come di un paese immerso nella sua ruralità chiusa, popolata da pastori e contadini girovaghi che non hanno conosciuto altre terre se non nella fantasia, animata dalla suggestione di luoghi ancora incontaminati e sconosciuti: […] Saverio diceva di aver viaggiato in paesi lontani senza muoversi dalla sua grotta, e infatti sapeva descriverli.

Piovene resta affascinato dai contadini lucani e ne traccia un ritratto antropologico preciso, sollevando una questione mai risolta, quella del legame interrotto tra terra e abitante lavoratore: Si incontra in tutto il Sud, ma in nessun luogo forse come in Lucania, un tipo di contadino quale si è formata nei secoli. Un essere, per così dire, fluido, indefinito, e sradicato dal paese […]. Rimaneva un perpetuo estraneo, un uomo di nessuna terra. Ciò che si fa nel Sud ha, tra gli alri scopi, quello di fornire agli uomini una patria non nominale, un ambiente nel quale possano definirsi, istituendo un legame d’affetto con i luoghi in cui vivono.

Siamo alla fine degli ’50. La questione meridionale resta ancora una piaga da affrontare. Le strategie di bonifica e scolarizzazione sono lente, l’industria fatica a insediarsi, nonostante nel resto d’Italia si parli di boom economico. Ma Piovene è fiducioso. Sa che questo paese, un giorno, diventerà una città e un vero punto di riferimento culturale per il Sud. Possiamo dire oggi che la sua visione è stata profetica?

Diverso e non meno affascinante è il punto di vista dell’autore su Bari, città commerciale già avviata, punto di approdo per scambi levantini, grazie soprattutto alla Fiera del Levante, avviata nel 1930.

La Puglia è la nostra regione in cui più si avverte l’Oriente. I baresi ricordano come una favola recente gli anni in cui gli albanesi traversano il mare carichi di monete d’oro; giacché gli albanesi allora consideravano Bari il proprio mercato e vi scendevano anche a comperare un cappello.

71336898_403886370304646_9061111982047887360_nLo scrittore vicentino è attratto dalla gestione commerciale della città e dai suoi abitanti il cui animo orientale resta “avviluppato in uno spesso involucro che si direbbe derivato dal Nord”. Bari è una città che spezza le convinzioni dell’epoca sul Mezzogiorno, in quanto città tipicamente commerciale e borghese, con pochissime tradizioni di aristocrazia terriera ed è paragonata, da Piovene, a Genova.

Altro carattere orientale […] è la segretezza di cui rimane ancora avvolta la vita femminile.

Piovene nota poca presenza femminile nei caffè, tra le strade, ed è “poco diffusa l’abitudine di mandare le donne a lavorare i campi”. Anche i matrimoni sembrano affidati a “trattative segrete”, fatte da intermediari: “Rimane il complesso dell’harem, senza l’antica rigidezza”.

Per chi conosce le due città oggi, è affascinante riviverle nel passato attraverso le parole di uno scrittore come Guido Piovene. Con precisione storica e lucidità letteraria, l’autore ci regala pagine di storia geografica e antropologica. Leggiamo delle nostre città e ci sembrano, stranamente, così lontane e così vicine. Tanto è cambiato. Tanto è rimasto così com’era. Questi libretti sono importanti per capire il nostro Sud, le radici, la storia che lo attraversa, le persone. E concordo con Indro Montanelli quando sosteneva che Viaggio in Italia doveva essere adottato come testo d’obbligo nelle scuole, per conoscere le pieghe delle nostre città e regioni, e affidarle così alla responsabilità critica delle nuove generazioni per rimediare e creare un nuovo Sud, che apre finalmente le sue tradizioni all’Europa, perché c’è ancora tanta bellezza da creare e da far scoprire.

Guido Piovene, Bari, Kurumuny Edizioni, 2017

Guido Piovene, Matera, Kurumuny Edizioni, 2018

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