
La mattina del 13 ottobre incontriamo al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza Aldo Bifulco, un insegnante di scienze in pensione, che ha aperto a Scampia il circolo di Legambiente La Gru, coinvolgendo centinaia di studenti nella realizzazione di aree verdi e aiuole.
Con Aldo ci addentriamo tra i palazzoni di Scampia, per andare a fare colazione alla “Pasticceria del Sole”, un luogo storico, che si perde tra “vicoli” urbani e soffocante cemento. Si tratta di un posto non turistico, molto frequentato dai locali, soprattutto la domenica, per fare rifornimento di dolci.

Colpisce questa zona di Scampia per gli opposti che la rendono così affascinante e misteriosa. Nonostante gli enormi palazzi che sembrano annientare la presenza umana, scopriamo che Scampia è ricca di verde e di progetti volti al recupero ambientale. Tra questi rientra Parco Maltese, dedicato allo storico personaggio di Hugo Pratt.

Il parco ricopre una superficie di 22 mila metri quadri ed è ‘protetto’ da palazzoni. Per anni è stato una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Grazie all’Associazione Pollici Verdi Scampia, il luogo viene restituito ai cittadini, in tutta la sua bellezza reinventata. Ci sono murales e fiori ovunque, è presente una zona protetta per far giocare i cani e a breve vi sorgerà anche un laghetto.

La nostra passeggiata continua per fare ritorno al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza, diventato ormai uno dei simboli della Nuova Scampia. Fino a quattro anni fa, al posto di aiuole e murales, sorgevano sei discariche. Grazie al Progetto Pangea, anche questo luogo è stato restituito ai cittadini. Ciò che colpisce subito di quest’area sono i murales sul muro dello stadio Landieri, dove notiamo volti conosciuti, come quello di Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, e volti meno conosciuti della storia non-violenta, tra cui Malala Yousafzai (attivista pakistana attiva sin da giovanissima nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne nel suo paese), Rigoberta Menchù (esponente del movimento di liberazione degli Indios del Guatemala), Claudio Miccoli (pacifista e ambientalista, ucciso da un gruppo di neofascisti il 30 settembre 1978), Maria Occhipinti (anarchica e femminista ragusana), Marco Mascagna (ambientalista napoletano), e il volto di un aborigeno Maori.

Le aiuole del giardino sono dedicate ai cinque continenti, dove troviamo piante e fiori appartenenti a ciascun continente, arricchite da immagini di personaggi legati alla storia non-violenta, tra cui quella di Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola il 3 maggio 2014, prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.

Qui incontriamo la Comunità cristiana di base del Cassano (Napoli) e alcuni suoi esponenti. Ai giorni nostri si sente parlare poco delle Comunità di base, eppure, in passato, avevano un ruolo rilevante nella comunità cristiana. Nascono nel ’68, dopo il Concilio Vaticano II, e rappresentano un vero percorso alternativo cristiano alla Chiesa istituzionale, in quanto più aperte e attente alle diversità, con una vera pratica evangelica a scopo sociale. Si tratta di comunità prive di ordine gerarchico e celebrano la messa senza prete. I loro propositi sono la laicità, l’amicizia nella comunità, attenzione alle differenze e cura degli ultimi. Le Comunità di base mirano a una piena separazione tra Stato e Chiesa e all’affermazione della laicità.
Sempre al Giardino dei Cinque Continenti incontriamo Andrea, un ragazzo di Scampia, che ha aperto il blog Dimmi di Scampia, dove parla degli aspetti culturali del suo quartiere. Il blog rappresenta una vera e propria fonte narrativa per chi vuole scoprire i nuovi volti della periferia Nord di Napoli.

Nel pomeriggio ci dirigiamo al Campo Rom di Cupa Perillo, ora Viale della Resistenza, accompagnati da Sonia Rescigno, volontaria che si dedica al campo da anni. Ci accolgono Riccardo, Cristian, Giuseppe, Angelo, Vanessa, Cristina, tutti bambini e ragazzi rom con nomi italiani. L’impatto non è stato semplice, dal momento che ci hanno letteralmente travolti con la loro energia. Sono vivacissimi e soprattutto contenti che qualcuno stesse dedicando loro del tempo. Ogni volto ci racconta una storia, che il più delle volte è rimasta silenziosa. Parlano un italiano perfetto e qualche volta si fanno scappare anche delle espressioni in napoletano, conoscono gli antichi romani e gli egiziani, amano la pizza e il calcio. Si accontentano di giochi semplici e amano lanciarsi in racconti ricchi di fantasia, con Goku spesso protagonista. Cristina, otto anni, ci parla della sua famiglia, della scuola, di cosa le piacerebbere fare da grande – l’estetista – e ci disegna un cuore.

Grazie a Sonia riusciamo a sapere di più su come vivono i Rom in questa zona di Napoli. Ricevono assistenza ai più svariati bisogni, immediati e a lungo termine. I volontari offrono il loro aiuto in termini materiali, con vestiti e cibo, ma il lavoro più grande che cercano di fare è di creare un ponte tra le due culture. Sonia ci tiene a sottolineare che anche noi abbiamo da imparare dalle loro vite e che, attraverso una relazione di fiducia, possiamo accompagnarli in un percorso di speranza verso un futuro migliore, con l’inserimento nel mondo lavorativo e scolastico, senza fare dell’assistenzialismo una condizione di vita. La gente del posto si è attivata molto per i loro diritti, soprattutto se consideriamo che i Rom di Cupa Perillo vivono riparati sotto un ponte, in baracche poco solide, circondati da una discarica e in perenne minaccia di roghi. I bambini giocano tra i rifiuti abbandonati come se fosse un’attività normale. Per noi che li guardiamo, abituati al nostro mondo ordinato e pulito, è un colpo al cuore. Viene da chiedersi com’è possibile che qualcuno permetta a dei bambini di considerare naturale vivere in queste condizioni.

Dopo appena due ore l’aria inizia a farsi pesante. La puzza della discarica, con il calare dell’umidità, si appiccica ai polmoni e ai vestiti. Quella puzza i bambini se la portano ovunque, a scuola e nelle attività ricreative, come un marchio della loro condizione non riconosciuta.
Verso il tramonto lasciamo il campo, con un velo di rabbia e di tristezza. Cristina non vuole farci partire. Si aggrappa al finestrino. Per loro Sonia è una figura importante. E come lei, gli innumerevoli volontari della Caritas, i gesuiti, le suore, che fanno rete per creare un piccolo spiraglio nelle loro fragili vite.

Anche questo secondo giorno di Trek in Scampia passa velocemente. La sensazione di ricchezza che si ha dopo ogni incontro non lascia spazio a riflessioni immediate. Scampia è un quartiere che ha fatto della perdita una fonte di ricostituzione, con il tentativo di creare un efficace modello sociale utile a chi si trova nelle stesse condizioni. Le poche risorse diponibili, prevalentemente umane, si sono rafforzate nella condivisione e nella dinamica del dono, poiché il bene offerto da un cittadino diventa privilegio della comunità. Ed è proprio questa la parola chiave che rende forte la nuova identià di Scampia: la Comunità, nel senso recuperato di koinonia, e quindi di unione, dove il singolo è una parte del tutto. Una Comunità sempre in movimento, che utilizza l’intercultura come atteggiamento mentale e l’unione come forza necessaria per ricostruire lì dove ogni cosa sembrava perduta.
