Koto e poesia giapponese al Teatrino di Villa Medici Giulini a Briosco

Da quando mi sono avvicinata alla cultura giapponese, circa vent’anni fa, ho capito che alcuni oggetti avrebbero conservato per me un fascino sempre misterioso: tra questi il koto, uno strumento a corde della musica classica giapponese, simile a una cetra. Pensavo anche che, in Italia, non avrei mai avuto l’opportunità di assistere a un concerto di questo strumento, dato l’interesse che riscuote solo tra i cultori di nicchia.

Qualche tempo fa, scopro che in un paese della provincia di Monza-Brianza, a Briosco, il Teatrino di Villa Medici Giulini avrebbe ospitato addirittura un ensemble, il Miu no Kai Koto ensemble, diretto dalla Maestra Minae Okazaki, dai-shihan della Miyagi Koto Association e docente al Nagoya College Music. Era l’occasione perfetta per realizzare un desiderio che avevo da tempo. 

Il 26 ottobre è una giornata piovosa. Fittissime goccioline d’acqua ci accompagnano fino all’ingresso di Villa Medici Giulini, una dimora storica, situata sulle colline della Brianza. Per accedere al teatrino bisogna attraversare un giardino all’italiana. Nonostante l’umidità e la foschia, posso apprezzare la bellezza decadente del luogo e i suoi colori autunnali. 

L’ingresso al teatrino è accompagnato da stupore e meraviglia. Le foto che avevo visto sul sito non rendevano la suggestione del luogo. L’interno e il palcoscenico di legno d’abete, e il grande pannello sullo sfondo dedicato al mito d’Orfeo, trasportano immediatamente lo spettatore in un’atmosfera idilliaca: ci si sente come dentro un canto orfico. Gli odori misti di pioggia, corpi umani a festa e legno vissuto, riportano alla realtà.

Il koto è uno strumento tradizionale, antico, di origine cinese, ed è stato introdotto in Giappone durante il periodo Nara, ci spiega la Maestra Okazaki. Ci svela anche che la sua forma ricorda quella di un drago cinese disteso, dove le corde, intrecciate a forma ovale, simboleggiano gli occhi e indicano, quindi, la testa (ryuto), mentre la coda (ryubi) è il punto in cui lo strumento si suona. Per suonarlo, i musicisti usano dei plettri chiamati tsume, indossati sulle dita della mano destra come unghie artificiali, che sono stati fatti provare ad alcuni spettatori, curiosi di entrare in contatto con lo strumento. 

Durante la serata, l’ensemble ha suonato sette opere rappresentative del repertorio del koto, dal periodo pre-moderno a quello contemporaneo. In alcuni brani, oltre al koto, era presente anche lo shakuhachi – flauto giapponese – suonato dai Maestri Sōzan Katō e Satomi Yamamoto, i quali ci hanno anche spiegato alcune tecniche per suonare tale strumento. Riporterò soltanto le suggestioni di alcuni di brani.

Il primo brano eseguito è stato Sakura Sakura, una melodia composta per studenti di koto in tarda epoca Edo. È diventata una canzone molto amata in Giappone, cantata soprattutto in eventi di rappresentanza. Vederla suonata dal vivo, per la prima volta, con il koto, resterà uno dei ricordi indimenticabili legati a questa cultura. 

Si è proseguito con uno dei brani più rappresentativi di musica koto in epoca Edo, il Chidori no Kyoku (La melodia dei piovanelli), composta dal musicista  Yoshizawa Kengyō. Il testo è composto da due poesie del Kokin Wakashū (794-1185) e Kinyō Wakashū (1127-1133) che si riferiscono al piovanello, insieme a un preludio  (maebiki) e a un interludio (tegoto). 

Il canto di apertura (mae-uta) è affidato alla poesia del Kokin Wakashū: Il piovanello che vive sugli scogli, ai piedi della montagna del mare, tu, con la tua meraviglia, chiami con voce chiara come una freccia, ma non rispondi. Il canto di chiusura (ato-uta) è della raccolta Kinyō Wakashū: Sull’isola di Awaji, il piovanello canta la sua voce, e io vado, incapace di dormire, per la guardia del passo di Suma. È stato sicuramente uno dei brani più suggestivi, grazie anche al canto eseguito dalla Maestra Okazaki. La profondità del canto, con il pizzicare ossessivo del Koto a rappresentare il canto stridulo dei piovanelli, restituiva la bellezza poetica delle parole e del loro simbolismo: il piovanello, simbolo di malinconia, desiderio e solitudine. 

Segue  l’esecuzione che s’intitola Haru no umi (Mare di primavera) e i suoi suoni lievi ricordano il mare interno di Seto durante la primavera. Utilizza una struttura ABA, nuova per il Giappone in quanto importata dalla pratica compositiva classica europea. Il tema A, più lento, rappresenta i suoni delle onde che si infrangono sulla riva, mentre il tema B, relativamente più veloce, ritrae un barcaiolo che canta mentre pagaia sull’acqua. 

Il brano Sarashifū Tegoto (Il vento che scompiglia il lavoro a mano) è stata composta nel 1952 da Miyagi Michio per due parti di koto, una in registro alto e una in registro basso. La composizione è tra le più accattivanti in quanto prende come motivo di ispirazione musicale la lavorazione del sarashi (panno bianco), antica pratica tessile in cui il tessuto veniva lavato nel fiume dopo essere stato bollito con carbone. Il procedimento avveniva in grandi e vivaci gruppi e i suoni prodotti da questa pratica hanno ispirato a lungo i compositori. Sembrava di vederle quelle lavoratrici e quei lavoratori, uniti dal ritmo dello sbiancamento, lungo gli argini di fiumi solitari, a suonare melodie inconsapevoli, felici nella fatica. 

Infine, degno di nota è il brano Bambù di Hōzan Yamamoto, realizzato in tre movimenti. Il primo movimento (Bambù a guscio di tartaruga) impiega tecniche del honkyoku, il repertorio di opere meditative soliste per shakuhachi, e riflette la natura misteriosa del bambù a guscio di tartaruga che cresce nelle profondità delle montagne. Il secondo movimento (Germogli di bambù) evoca un giardino giapponese, dove, dopo la pioggia, si possono ammirare due germogli di bambù appena spuntati. Nel terzo movimento (Bambù dorato) il ritmo veloce cattura l’aspetto umoristico e giocoso dell’ultima varietà di bambù. 

Nell’ascoltare questa varietà musicale durante la serata, non ho potuto fare a meno di notare i corpi dei suonatori che accompagnavano lo strumento: compostezza, ritualità, eleganza e forma. La Maestra Okazaki indossava un kimono azzurro per omaggiare l’Italia e il suo mare. Casualmente, conservavo in tasca l’origami di una gru blu, preparata per donargliela. 

Anche dopo questa serata, piena di note di corde e di bambù, di poesia e di nostalgia, il koto resterà uno strumento misterioso, che continuerà a narrarmi di principesse e principi splendenti del periodo Nara che non ho mai conosciuto. 

Ringrazio i miei compagni di viaggio Barbara, Sabrina e Luca. 

Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū: l’essenza dei samurai tra tecnica e vita quotidiana.

Parlare oggi dei leggendari samurai e delle loro antiche tradizioni può risultare complesso. L’immaginario collettivo, infatti, è spesso dominato da cliché e falsi miti. Tuttavia, esiste una preziosa controtendenza che mira a riscoprire la vera essenza di queste figure, restituendo loro una memoria storica più autentica e culturalmente accurata.

In questo contesto, le koryū (古流), le antiche scuole di arti marziali tradizionali giapponesi, svolgono un ruolo cruciale. Queste scuole, ancora esistenti, si dedicano alla preservazione e trasmissione delle tradizioni del passato. I loro maestri continuano a studiare e a perfezionare antiche tecniche di combattimento, e talvolta emergono nuove scoperte che arricchiscono il cammino dei praticanti.

Tra le koryū ancora attive spicca la Sekiguchi-ryū, le cui origini risalgono al periodo Edo. Fondata nel 1598 da Sekiguchi Yarokuemon Ujimume Jushin, la scuola ha attraversato i secoli sotto la guida di diversi clan, che ne hanno influenzato lo stile e l’evoluzione. Oggi, il maestro Toshiyasu Yamada è il 17° sōke (宗家), ossia il caposcuola della Sekiguchi-ryū. Grande appassionato di antiquariato e studioso del giapponese antico, Yamada è costantemente alla ricerca di documenti storici da decifrare e condividere con gli interessati. È anche uno dei pochi a possedere copie dei preziosi manoscritti legati al lignaggio della Sekiguchi-ryū sviluppatosi nella regione di Awa.

Grazie a Yamada è stato possibile tradurre in giapponese moderno e in inglese il Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū (関口流一騎勝負合之心得之事), che è stato poi tradotto e commentato in italiano dal Maestro Maurizio Colonna, il quale detiene la licenza Menkyo Okuden all’insegnamento della SKR, rilasciata dallo stesso Yamada. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

Il Manuale è in realtà un piccolo vademecum per i soldati principianti. Offre infatti una serie di consigli pratici da adoperare sul campo di battaglia, ma anche sull’equipaggiamento da indossare e sul materiale accessorio da portare in battaglia. 

La prima parte si concentra sulle tattiche di guerra da utilizzare a corpo nudo o sul cavallo, da soli o in gruppo. Rilevante, nell’introduzione, è il principio del metsuke: All’inizio della battaglia un numero di [di soldati] di entrambi gli eserciti si incrocia sul campo. La maggior parte dei soldati più giovani che cercano di prendere parte allo scontro è troppo esagitata. Di conseguenza essi saranno uccisi immediatamente, senza neanche poter attaccare. Dovrete focalizzarvi su una sola persona, anche se ci sono un milione di soldati di fronte a voi. Questo è il metsuke. Dovete rammentarlo. 

Nella seconda parte troviamo indicazioni su come portare la lancia sul campo di battaglia e a cavallo, su come estrarre la spada quando si è a cavallo e su come equipaggiarsi. Questi ultimi paragrafi sono fondamentali per scoprire quali tessuti si preferivano all’epoca. Si prediligeva infatti il lino al cotone o il sarashi (tipico tessuto bianco usato per cingere il torace). Era uso comune utilizzare più strani di lino a seconda delle variazioni meteorologiche durante la giornata. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

La terza e ultima parte è decisamente la più curiosa ed è quella che ci svela le abitudini dei samurai sul campo di battaglia. Il bagaglio doveva contenere sicuramente una bottiglia d’acqua, un piccolo stendardo per identificarsi, stoffa sfusa, corde, sottomaniche. Importanti sono anche i set per l’incenso per tenere lontani gli insetti e gli elisir in caso di emergenza che hanno ricette segrete. Inoltre, sono indicati anche dei cibi da portare con sé, come riso bollito essiccato, pesce essiccato, umeboshi per quando si è assetati e il pepe per quando è inverno. 

La lettura di questo Manuale catapulta il lettore in un tempo leggendario. Ogni pagina riporta alla luce la storia autentica dei samurai, evocando un’epoca in cui il gusto della polvere si intrecciava all’odore dei fiori di ciliegio, simbolo per eccellenza della caducità dei guerrieri. Inoltre, questo Manuale rappresenta un diario di stile di vita recuperato e ci fa comprendere come, nel pieno senso della cultura giapponese, ogni dettaglio non ha solo un senso estetico ma anche pratico. E la praticità per i samurai è strettamente connessa anche alla vita. Una spada indossata male o non ben legata, uno strato di tessuto di troppo, una mossa avventata o addirittura uno sguardo posato male possono costare la vita. Infine, non va dimenticato il profondo significato che il combattimento aveva per i samurai: una dedizione totale all’onore della propria casa e del daimyō, il signore a cui erano legati.

Non fa differenza combattere

da leone o tigre.

Se è per la patria,

anche la vita del guerriero

e’ accolta tra gli dei.

(Hiroyasu Koga)

“Perfect days”di Wim Wenders: la sublimazione della banalità delle piccole cose

Sarà un pomeriggio di pioggia. Quella poggia sottile, che accompagna le domeniche malinconiche prima della fine delle vacanze natalizie.

In bocca ancora il sapore del sushi all’avocado e del moji al tè verde. Sapori che accompagneranno la visione del film Perfect days di Wim Wenders, che ritorna al cinema dopo anni di silenzio creativo.

La pellicola, che si apre in 4:3, mi fa subito pensare ai film di Ozu e alla sua indimenticabile delicatezza. E penso, mentre la pellicola scorre, che i film di Ozu non si dimenticano mai.

Sarà così anche per Perfect days?

Più numerose le primavere,
più i lunghi dì
recano lacrime e lamenti —
Kobayashi Issa

Siamo a Tokyō ed entriamo subito nella vita quotidiana di Hirayama. L’uomo svolge quotidianamente le sue azioni: si alza al rumore di una scopa che spazza foglie per strada, si lava i denti, indossa la divisa, scende in strada, prende una lattina dal distributore, si mette in macchina, ascolta cassette di musica occidentale – Lou Reed, The Smith, Van Morrison – e fa il giro dei bagni pubblici per pulirli. Adora il suo lavoro e lo fa con cura perché sa di offrire un importante servizio per la collettività. 

Oltre al lavoro, Hirayama legge Faulkner e letteratura giapponese, coltiva piantine di momiji – foglie d’acero – e scatta fotografie con un’analogica. La sua vita fluisce semplice, in una Tokyō caotica seppur inafferrabile, la cui tridimensionalità di palazzi e strade si intreccia con un groviglio di urbanità decadente. 

Così, osserviamo ripetutamente il quotidiano di Hirayama, ipnotizzati dalla grazia con cui l’attore – Kojî Yakusho – si dedica al suo personaggio. Movimenti pacati, sorrisi, bellezza delle piccole cose. 

E così il film prosegue, per più di due ore. 

Tal quale una parola,
mangia un chicco d’uva,
un altro,
e un altro ancora
Nakamura Kusatao

La vita di Hirayama si fa narrazione semplice e immediata. Wenders non cerca colpi di scena, l’azione è Hirayama stesso che con la sua vita semplice e rispettosa si sublima a poesia. Il regista si dedica alla ricerca di quella “complessa semplicità orientale” che tanto spaventa e confonde noi occidentali. 

Hirayama è come le parole di un haiku: mostra e dice un universo in poche sillabe. Il suo volto ci accompagna per tutto il film ed è come se l’uomo ci prendesse per mano e ci dicesse: guarda, questa è la mia invisibile ma utile vita. Esaltare la trasparenza dell’esistenza, tramite l’armonia e la purificazione da un mondo che non ci appartiene.

Con la sua divisa blu, il tenugui al collo per asciugare il sudore e quei baffetti sempre curati, Hirayama sembra provenire da un mondo per noi, frenetici donne e uomini di oggi, lontano e sconosciuto. 

Non dovremmo, forse, salvarci in una stanza di pochi tatami e continuare a leggere fino a che il caos non si tramuti in silenzio?


La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Bashō

Yukio Mishima: tra eleganza e brutalità in difesa della cultura

È l’8 luglio del 1853 quando le ‘Navi nere’ (kuro fune, ribattezzate così dai giapponesi per sottolinearne la minaccia e la pericolosità) del commodoro Matthew Perry si ancorano alla baia di Uraga, Tokyo. L’intento degli americani è quello di infrangere il sakoku, un editto che proibiva agli stranieri l’ingresso e limitava gli scambi commerciali alla Cina e ai Paesi Bassi. L’anno successivo, nel 1854, Perry vi ritorna con il doppio delle navi. Lo shōgun Tokugawa Iesada accoglie tutte le richieste degli americani, aprendo così le proprie frontiere e segnando l’apertura del Giappone all’Occidente.

L’episodio rappresenta un ricordo indelebile nella storia dei giapponesi e uno spaccato storico non indifferente, che apre il grande dibattito tra modernizzazione e occidentalizzazione del Paese: quali sono stati gli effetti di questa apertura? A cosa è andato incontro il Giappone? Cosa voleva dire essere e sentirsi giapponesi?

A queste domande, Yukio Mishima risponde con la raccolta di saggi La difesa della cultura, pubblicato nel 2020, per la prima volta in Italia, da Idrovolante Edizioni, e tradotto da Silvio Vita e Romano Vulpitta.

Perché questi scritti sono così importanti? Grazie ad essi, conosciamo più a fondo l’uomo Mishima, il Mishima politico, l’uomo che si divideva tra la via della penna e la via della spada, scegliendo quest’ultima, attraverso una rappresentazione estrema della sua morte, avvenuta il 25 novembre 1970, tramite il seppuku che molti, all’epoca, giudicarono di aver portato indietro il Giappone di duecento anni.  Infatti, il modo con cui Mishima morì e l’occupazione dell’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, con i membri più fidati del Tate no Kai la lui fondato, provocò disonore alla comunità giapponese e per anni l’argomento venne considerato un tabù. Ci volle del tempo per riflettere e dare una spiegazione a quanto successo.

La difesa della cultura rappresenta una raccolta fondamentale per capire cosa motivò Mishima a spingersi così oltre, oltre la tradizione stessa. Si è parlato di fanatismo, di estremismo, di nazionalismo efferato. In realtà, Mishima viveva un vero e proprio disagio esistenziale, “qualcosa si è rotto” scrive, legato alla perdita di tradizione, intesa come insieme di valori e di simboli di unità del popolo, e ricerca di un ideale e di sacralità: Le passioni sono inaridite […] Che tempi siano piuttosto quelli in cui viviamo dovrebbe essere un assoluto enigma, ma ciò nonostante traspare, potremmo dire, con una nitidezza che non lascia adito a dubbi. Perché sia avvenuto questo declino io me lo sono domandato a lungo (pp. 37-38). L’Occidente, con tutte le sue affascinanti novità, stava conquistando il Giappone. Anche Mishima ne venne stregato: vestiva in modo occidentale, prediligeva la letteratura francese, americana e inglese, era affascinato dall’Antica Grecia e si fece costruire una casa in completo stile occidentale. Quindi, Mishima era semplicemente un uomo che non aveva rinnegato il fascino delle mode in arrivo da oltremare, pur conservando dentro di sé un autentico spirito giapponese che si manifestava, in particolar modo, nei suoi scritti, nei suoi romanzi e nella pratica delle arti marziali giapponesi.

Molte pagine della raccolta sono dedicate ad ampie riflessioni sulla natura dell’Imperatore, che perde la sua origine divina, sui fatti del 26 febbraio accaduti in Giappone – che potrebbero costituire un antefatto all’occupazione dell’ufficio di Mashita da parte di Mishima -, sui fatti della Cecoslovacchia, sulle rivolte studentesche, sulla poesia e sul teatro.

L’ultimo scritto, Una promessa che non ho potuto mantenere, chiude la raccolta. Il testo, elaborato pochi mesi prima della sua morte, viene considerato il suo testamento politico e spirituale. L’ottimismo iniziale dell’uomo d’azione, impegnato a difendere la propria cultura a favore di una cultura nazionale, lascia spazio a un pessimismo senza ritorno: Riflettendo su cos’abbiano rappresentato per me gli ultimi venticinque anni della mia vita solo ora mi stupisco del loro senso di vuoto. Non posso dire di aver “vissuto” (p. 187). La passione dei primi anni giovanili, la stessa che troviamo nei romanzi della giovinezza, si appassisce. Il principio di lotta perde il suo senso primario. Mishima è stanco: Io la vita non riesco ad amarla quasi per niente. Combattere in continuazione contro i mulini a vento, può forse voler dire amare la vita? (p. 191).

A distanza di anni, e col senno di poi, avvertiamo sottopelle le parole di Mishima. Quel destino preannunciato del Giappone, svuotato delle sue bellezze più antiche a favore di superpotenza economica, riguarda tutti noi. Forse una morte trasformata in spettacolo era necessaria per lanciare un grido, anche se nel vuoto dei tempi moderni. Un grido rimasto inascoltato, frainteso, giudicato.

La difesa della cultura potrebbe apparire un testo molto tecnico, intriso di fatti politici specifici e sconosciuti agli occidentali, soprattutto quando Mishima sprofonda in riflessioni molto personali, evocando persone e simboli. Le ricche note a piè di pagina e la cura editoriale rendono sicuramente la comprensione più agile, senza ricorrere a ricerche su Google.

Mi piacerebbe finire questa riflessione su La difesa della cultura con le parole che chiudono l’ultimo romanzo di Mishima, Lo specchio degli inganni, che segna la fine della trilogia Il Mare della Fertilità, in quanto lasciano un grande silenzio e un’impareggiabile sensazione di pace, come se ogni cosa fosse compiuta: Era un giardino pacificante e sereno, senza niente di particolare. Come un rosario che scorra tra le dita, vi regnava, assordante, il canto delle cicale. Nessun rumore al di fuori di quello. Il giardino era vuoto. Era venuto, rifletteva Honda, nel luogo del nulla, ove ogni ricordo è cancellato. Il sole estivo inondava la pace del giardino (p.238).

Yukio Mishima, La difesa della cultura, trad. Silvio Vita e Romano Vulpitta, Idrovolante Edizioni, 2020.

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