L’incanto nascosto di Scampia: il racconto di Davide Cerullo

Ci sono luoghi che meritano di essere raccontati per le vite che ospitano e le storie che sembrano nascondersi agli occhi di tutti. Ci sono luoghi che appaiono distanti, tumefatti, incancreniti e, per questo, stigmatizzati e dimenticati. Ci sono luoghi dove la politica si è fermata, come Cristo a Eboli, dove la cultura fatica ad essere attraente, dove un libro muore sotto la pioggia senza che qualcuno l’abbia mai letto. Uno di questi luoghi è Scampia, un territorio che un tempo è stato dominato dalla droga e dalla violenza, ma che oggi alza la voce per rivendicare il proprio riscatto, anche attraverso i graffiti sui muri dei suoi edifici fatiscenti.

Molti hanno raccontato la Scampia che tutti conosciamo, enfatizzando la sua storia cruenta, creando nuovi “eroi” negativi da emulare e nuove tendenze, portando avanti una narrazione della violenza e del crimine che, però, ahimè, non redime.  

Tra i tanti narratori che rimpastano fatti di cronaca, Davide Cerullo emerge con una voce autentica, scavando con le proprie mani nel ventre di Scampia per riportare alla luce non solo la sua realtà tangibile, ma anche le radici storiche che l’hanno resa uno dei luoghi più pericolosi del sud Italia. 

Davide, uomo che riuscito a scampare al fascino maledetto della Camorra, si racconta ne L’orrore e la bellezza. Storia di una storia (AnimaMundi Edizioni, 2021). E lo fa come non lo ha mai fatto prima. Raccoglie i suoi appunti sparsi di vita, di una vita al margine, cocciuta, impastata d’illegalità e miseria, e li mette insieme, cercando di dare un senso al caos del passato. Raccoglie brandelli, intesse ricordi e frasi, compone e scompone la sua famiglia, e ne fa racconto organico. E come lui stesso afferma, sicuramente non basterà a raccogliere un’intera vita. 

La sua è una storia di mancanze, di vuoti che cercano di essere colmati nella desolazione di una periferia che offre poco più dell’illusione di una vita migliore. Se ci fosse stata bellezza non ci sarebbe stato inganno. Mancavano gli affetti, la motivazione allo studio, le strutture, i servizi. Mancava soprattutto l’amore. Ed è in carcere che Davide scopre la Poesia. Scopre la salvezza delle parole e il loro incanto. Rinasce tra i libri e diventa avido di letture. Prende coscienza del fatto che altri mondi sono possibili e che dall’orrore si può fuggire. 

In quest’ultimo lavoro Davide Cerullo, cresciuto nelle viscere di un territorio ostile, racconta con grazia e “poesia cruda” la storia di Scampia che fa da sfondo a vicende personali e famigliari. Il luogo si intreccia alla vita e la vita si intreccia al luogo, in una stretta asfissiante dalla quale è difficile uscire. Davide ci restituisce così un miracolo e una speranza. 

Il poeta francese Christian Bobin afferma che “noi nasciamo più dagli incontri che facciamo che dai libri che leggiamo”. Non posso che dargli ragione. Io avevo bisogno di incontrare le persone giuste, quelle che ti riportano semplicemente a te, quelle che riaccendono in te la possibilità di un ancora, di un altrove, di essere accolti in un muto gesto di perdono.

Viaggio a Scampia. Terza parte

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La mattina del 14 ottobre ci rechiamo verso Le Vele di Scampia. Il sole è tenue e si sente l’umidità del primo mattino. Lì, proprio all’ombra di quegli enormi edifici divoranti, ha sede l’Albero delle Storie di Davide Cerullo. Giacomo, l’ideatore di #trekinscampia, non ci racconta in anticipo degli incontri che faremo, preferisce che li scopriamo sul momento, per non condizionarci. Così il nome di Davide mi risuona spesso nella memoria, come eco di un nome già sentito, fino a quando non ci apre le porte della sua ludoteca e ci invita a sederci.

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La coincidenza ha voluto che qualche settimana prima comprassi il libro Visages de Scampia, edito da Gallimard. Davide ha curato le foto e alcuni testi, insieme a Erri De Luca e Christian Bobin. Un libro prezioso, per qualità e testimonianza. Come accade spesso a chi compra molti libri, avevo dimenticato il nome di Davide fino a quando fu lui stesso a parlare della pubblicazione del libro in Francia.

Davide ci invita a toglierci le scarpe e sederci in cerchio, su sedie per bambini. La stanza sembra quasi un luogo sacro, pieno di libri, vecchie macchine fotografiche, scritte-slogan, giocattoli. Tutto all’Albero delle Storie profuma d’infanzia, bellezza e poesia. Davide mi colpisce subito per il suo modo di parlare sincero. Nei suoi discorsi sento tutta la bellezza di una letteratura sofferta e di una vita recuperata. Letteratura e vita che si annodano per farsi forza, coraggio, speranza.

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Davide ci racconta della sua esperienza a Scampia, fa un brevissimo riferimento alla sua vita dal passato difficile e insiste sul suo suo impegno con i bambini da 0 a 6 anni, perché è su quella fascia d’età che bisogna lavorare, per avere in futuro adulti responsabili e consapevoli. Sottolinea che non ha bisogno di gente che dice di fare ma di gente che fa. È importante trasformare la volontà in azione, quando c’è una necessità urgente di ricostruire e riparare. Ci dice anche che non si sente eccezionale, che quello che fa dovrebbe rientrare nella normalità. La sua storia proprio ordinaria non è: da membro della Camorra a uomo che è riuscito a uscire dal “sistema”, Davide trova nell’arte delle parole un rifugio e un luogo nuovo da cui rinascere, facendo “voto di vastità”. Una vastità che Davide si porta dentro, contagiante, con un carisma salvifico per tutte quelle madri, sorelle, per tutti quei padri, fratelli, che si rivolgono a lui, per aiutare i propri figli. Investe, Davide, soprattutto nei sogni da regalare ai bambini, affinché quelle Vele, da “architettura criminale”, si possano trasformare in vele vere, che portano lontano, nella fantasia, come accade proprio nella favola da lui scritta La ciurma dei bambini e la sfida al Pirata Ozi.

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Restiamo pochissimo all’interno. Davide ci porta subito al giardino/orto che diventerà presto una fattoria didattica. Cerchiamo di dare anche noi un piccolo contributo, ripulendolo da erbacce, carte e plastica. L’Albero delle Storie è un luogo suggestivo, che ti resta dentro per giorni, così come ti restano le parole di Davide, il suo sguardo e la sua forza.

A pranzo ci rechiamo da Chikù, uno spazio gastronimico e culturale a Scampia, che unisce cucina italiana e balcanica. Dopo aver pranzato, Emma Ferulano ci parla di come è nata quest’idea. La spinta è stata la cucina come mezzo contro il pregiudizio, perché tutto si fonda sul piacere di aiutare e sullo scambio, con l’obiettivo di mettere a disposizione il patrimonio personale, in questo caso la tradizione culinaria italiana e balcanica, a favore di un ideale.

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Chikù è anche luogo di aggregazione di altre realtà locali, dal momento che ospita l’impresa sociale La Kumpania, che valorizza la passione delle donne per la cucina, e Chi rom e… chi no, associazione che favorisce gli scambi tra la comunità rom e quella napoletana, attraverso attività pedagogiche ed educative molto significative.

Il lavoro di Chikù è importante, proprio perché nasce da una passione politica attiva sul territorio e da un interesse verso la pedagogia informale. In questo si inserisce la Scola giungla, che propone seminari per rom e non, al fine di incentivare l’incontro culturale tra rom e italiani.

La testardaggine di Chikù si nota dal fatto che, nonostante i continui furti (l’ultimo risale proprio a qualche giorno fa), non si arrende e va avanti, resistendo e armandosi di forza e solidarietà.

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Vista panoramica dalla terrazza di Chikù

Finisce con quest’incontro e con la cucina di Chikù #trekinscampia2019. Ringrazio Giacomo D’Alessandro per avermi coinvolta in questo viaggio sociale ricco e significativo, tutte le strutture che ci hanno ospitati, i compagni di viaggio (Giacomo, Barbara, Luca, Margherita, Letizia, Giovanni, Alice G. e Alice O.) con cui abbiamo condiviso riflessioni, strade, sacchi a pelo, poesie di Pasolini lette da Barbara e pizze che rischiavano di non arrivare.

C’è un’umanità forte e silenziosa laddove gli ipocriti hanno costruito pregiudizi che separano dalla vita reale, dal cuore delle cose… Davide Cerullo

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Treno della linea 1 che da Scampia-Piscinola va verso la stazione Garibaldi

L’impatto con l’estrema periferia Nord di Napoli è stato fortissimo. Non per i pregiudizi che si porta dietro a causa del suo passato e della speculazione mediatica, quanto per il sostrato di solidarietà e unione tra le persone: la spontaneità nel lavoro sociale, il coraggio di dare nuove prospettive, l’attivismo cristiano che si perde dinanzi a una Chiesa sempre più artificiale e incerta. Gente anonima, di cui forse mai sentiremo i nomi, che continua ad agire per il bene comune. Gente di Scampia, che avuto la forza di cercare l’oro in un ventre marcio e terrificante. Scampia diventa così, da piazza di spaccio internazionale, a modello sociale da importare. Ed è su questo che tutte le periferie del mondo devono puntare, se vogliono davvero il cambiamento.

Incontro con Erri De Luca all’Albero delle Storie di Scampia

72241103_2427805720769975_8355450294129131520_nSembra un sabato come tanti a Scampia. Macchine rumorose e frettolose circolano e si perdono nei lunghissimi stradoni di un paesaggio urbano come tanti, rompendo il silenzio di una periferia apparentemente solitaria. Pochissima gente si muove a piedi e i palazzi appaiono così enormi e distanti da sembrare disabitati. Una volante della polizia vigila sul quinto Ciro Day in Piazza Giovanni Paolo II, in ricordo del tifoso ucciso nel 2014 prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. Ed è in questo clima che Erri De Luca arriva all’Albero delle Storie di Davide Cerullo, in un’atmosfera sospesa, fatta di attese,  silenzi e speranze.

76784568_916795872037357_4778143957089517568_nIncontriamo Erri all’aperto, in compagnia di un ulivo e di animali quali conigli, papere, capre, che da lontano ci osservano, con alle spalle l’imponenza delle Vele. È lì per parlare del suo ultimo libro, Impossibile (ne parlo qui in un precedente articolo), ma anche per raccontarci della genesi e delle suggestioni di questo testo scomodo, che ci narra di un tempo in cui “quando era giovane lui le rivoluzioni brulicavano. Oggi la parola rivoluzione è politicamente scaduta. Si è diversificata in altri significati, come per la rivoluzione scientifica”. Far parte di una rivoluzione non voleva dire seguire una moda o un filone (come accade ultimamente nelle “rivoluzioni” social che non portano quasi mai a nulla, svanendo nel mirino effimero della pubblicità), ma essere numerosi, non avere fiducia nella sola individualità e utilizzare il “noi” come pronome politico.

72479735_2532386830131386_4977192824853233664_nErri ricorda il suo periodo romano, quando si parlava di caos e costruzione. Roma era una città circondata da baracche. I nuovi edifici non venivano venduti e quindi neanche assegnati, in quanto il prezzo era ancora  troppo alto per la condizione economica di allora. Così quelle case iniziarono a occuparle. Le donne erano più decise e determinate, perché dovevano difendere la salute dei figli. Il caos diventava così sinonimo di costruzione a tutti i costi, con le dovute e dolorose resistenze contro gli sgomberi, se non fosse che a ogni sgombero coincideva una nuova occupazione. L’andirivieni tra dentro e fuori le case occupate costrinse l’amministrazione all’assegnazione. Secondo Erri “questo significava fare la rivoluzione”. La storia di Roma ci riporta inevitabilmente anche alla storia di Scampia.

Ed ecco che lo scrittore entra nel vivo del suo nuovo libro. Ci fa notare che l’impossibile capita sempre nelle nostre vite. Il posto dove siamo – l’Albero delle Storie – è impossibile così come la vita recuperata di Davide.

76697303_812541865844984_6873680512515309568_nImpossibile è un dialogo teso tra un giovane magistrato e un uomo di esperienza, accusato di aver ucciso un compagno che in passato lo aveva denunciato. Il nodo di questo testo è proprio l’interrogatorio e come il magistrato lo conduce. Secondo Erri “un interrogatorio non è una ricerca della verità, ma una conferma di ciò che si crede già. Non è affatto un’apertura o una dimostrazione d’interesse”.

L’altro nodo è la montagna, luogo difficile e misterioso. Le persone che ci vanno conoscono i rischi che corrono. E in montagna succedono solo incidenti, nessuna esperienza garantisce l’incolumità. Per il magistrato, invece, quell’incidente, inteso come coincidenza, è una prova della sua colpevolezza. Erri ne approfitta per sottolineare, come accade d’altronde anche nel libro, che le morti sul lavoro non si possono chiamare incidenti, perché lì il rischio non è ricercato ma obbligatorio.

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Con Erri e Davide

Tra un interrogatorio e l’altro, troviamo delle lettere che l’uomo, dalla cella d’isolamento, scrive alla sua donna, affrontando la questione della scrittura in carcere: “Quando scrivi a una persona, dalla cella, quella persona c’è, è lì con te. E più si ha un vocabolario ricercato, più sviluppi questa capacità. Attraverso la scrittura le persone vengono convocate, sono presenti. La fisicità nella scrittura, quindi l’utilizzo di molti verbi, sostantivi, aiuta a evocare le presenze. Scrivere di una persona significa stare lì con quella persona”.

Alla fine della presentazione, Erri viene circondato da un applauso affettuoso, a dimostrazione della gratitudine per quelle parole così preziose. Una donna del pubblico gli chiede: Come le è venuto in mente questo libro? Ed Erri risponde: Camminando. Il corpo si svuota e le idee entrano in testa.

All’incontro era presente l’immancabile Raimondo Di Maio della Libreria Dante & Descartes, con i libri di Erri De Luca e Davide Cerullo, ma anche con dei libri di piccolissimo formato, autoprodotti, da leggere, toccare, collezionare: delle vere chicche per chi ama il libro-oggetto.

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