L’essenza del quotidiano: il tanka moderno di Tawara Machi


La poesia giapponese, nel corso dei secoli, ha subito continue trasformazioni. Dalle sue origini divine e sciamaniche, passando per la canonizzazione imperiale, fino alle influenze occidentali e alle nuove tendenze contemporanee, essa ha seguito un’evoluzione complessa, intrecciandosi con i mutamenti storici e culturali del Giappone.

Nei tentativi di demolire i canoni del waka, componimento di 31 more (sillabe), intriso di simbolismo, raffinatezza e oggettività,  lo spirito della poesia giapponese ha tentato di stare al passo con i tempi in continua metamorfosi. Tuttavia, con l’inizio dell’epoca Meiji (1868-1912) e l’apertura del Giappone al mondo occidentale, la poesia giapponese ha subito un cambiamento radicale. Si è passati da uno stile tradizionale, chiuso e altamente formale, a un approccio più diretto e sentimentale. Questo processo ha dato vita al tanka (poesia breve), che ha mantenuto la struttura sillabica del waka, ma con un linguaggio più moderno e vicino alla quotidianità.

In particolare, nel dopoguerra (1947), nascono nuove associazioni di poeti, come la Shin Kajin Shūdan (Gruppo dei Nuovi Poeti di Tanka) e si pubblicano saggi e manifesti su un nuovo modo di vedere il tanka, come l’Atarashiki tanka no kitei (Prescrizioni per un nuovo tanka), entrambi a opera di Kondō, il quale incoraggiava un uso meno stilizzato del tanka, a favore di immagini più immediate e legate alla vita moderna. 

Tra gli anni ’50 e ’60 nasce anche il Zen’ei Tanka Undō (Movimento del Tanka d’Avanguardia). Ed è nel successivo contesto di rinnovamento poetico che si colloca Tawara Machi, la quale pubblica nel 1987 la raccolta Sarada kinenbi (L’Anniversario dell’insalata), pubblicato in Italia di recente dalla casa editrice Interno Poesia, a cura di Damiana De Gennaro, alla quale va un sentito ringraziamento per lo sforzo di tradurre un’opera importante della poesia giapponese, giunta tra i nostri scaffali solo oggi. 

Perché L’anniversario dell’insalata è considerato un’opera di notevole rottura dei canoni giapponesi?

Rispetto al waka classico, il tanka di Tawara Machi utilizza un linguaggio pop, inserisce luoghi contemporanei, dipinge scene di vita quotidiana, gli stati d’animo cambiano continuamente, e la lirica si fa continua ricerca dell’ispirazione da attingere al quotidiano. 

Possiamo dire che con Tawara Machi la vita giovanile entra finalmente nel tanka, attraverso una lingua nuova, riflettendo la cultura moderna, con i suoi centri commerciali, la musica pop e le bevande americane.

La poesia di Tawara Machi non si limita a essere letta: si “passeggia”. Il lettore, come un flâneur, si smarrisce tra fast-food, negozi, musei, bagni pubblici, mercati, stadi. Questi non luoghi diventano il centro della sua espressione poetica, trasformandosi in luoghi di contemplazione e introspezione. 

Nella quotidianità – fonte indiscussa della sua ricerca lirica – i versi  della poetessa contemplano l’oggetto quotidiano, il quale, nel vivere frettoloso, potrebbe passare inosservato a chi non sa concedersi la lentezza dello sguardo.

Siamo, quindi, davanti a fotogrammi irripetibili della vita di tutti i giorni, che spesso dimentichiamo. Nella grazia del sentire e della sua spontaneità – e qui potrebbe essere utile il makoto della poesia classica – questi momenti diventano eterni, come istantanee che resistono all’oblio del tempo. 

In L’anniversario dell’insalata ogni tanka si configura come un diario dei sentimenti del presente, una celebrazione del “qui e ora”. Mentre il lettore sfoglia le pagine, può percepire un’immutabilità del sentire poetico che attraversa i secoli. Come le poetesse imperiali del passato, anche Tawara Machi esplora sentimenti malinconici, l’attesa di un amante o la solitudine. Tuttavia, ciò che spezza questo legame con la tradizione è il linguaggio iperrealistico e l’ambientazione dei suoi versi, che sostituisce i classici topoi del waka con spazi e oggetti contemporanei, ricordi personali dell’autrice che aprono a nuove suggestioni.

Con la poesia di Tawara Machi, il tanka riscopre la magia della vita urbana, trasformandola in una celebrazione del presente, come un rituale essenziale. Spogliata di orpelli e artifici letterari, la parola poetica diventa un’espressione di pura immediatezza:  Negli anni, sono arrivata a considerare il tanka una sorta di formula magica, che mi permette di trasmettere ciò che voglio dire esattamente nel modo in cui vorrei (dall’intervista a corredo dell’edizione). 

Dopo aver letto e riletto questi tanka moderni, ci si domanda se la poesia non possa risiedere anche negli oggetti apparentemente insignificanti e commerciali che popolano la nostra vita. Si resta in silenzio, cercando di decifrare il nuovo mondo che si ricrea davanti ai nostri occhi, con una rapidità che sfugge alla nostra percezione. E, nonostante il passare del tempo, il mutare degli eventi, l’alternarsi di gioia e tristezza, la poesia rimane sempre, come diceva Ki no Tsurayuki nella prefazione al Kokin Waka Shū: Seppure il tempo cambi, i fatti passino, la gioia e la tristezza si avvicendino, sempre esistono, sì, queste lettere delle poesie!

Tawara Machi, L’anniversario dell’insalata, a cura di Damiana De Gennaro, Interno Poesia Editore, 2024. 

Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū: l’essenza dei samurai tra tecnica e vita quotidiana.

Parlare oggi dei leggendari samurai e delle loro antiche tradizioni può risultare complesso. L’immaginario collettivo, infatti, è spesso dominato da cliché e falsi miti. Tuttavia, esiste una preziosa controtendenza che mira a riscoprire la vera essenza di queste figure, restituendo loro una memoria storica più autentica e culturalmente accurata.

In questo contesto, le koryū (古流), le antiche scuole di arti marziali tradizionali giapponesi, svolgono un ruolo cruciale. Queste scuole, ancora esistenti, si dedicano alla preservazione e trasmissione delle tradizioni del passato. I loro maestri continuano a studiare e a perfezionare antiche tecniche di combattimento, e talvolta emergono nuove scoperte che arricchiscono il cammino dei praticanti.

Tra le koryū ancora attive spicca la Sekiguchi-ryū, le cui origini risalgono al periodo Edo. Fondata nel 1598 da Sekiguchi Yarokuemon Ujimume Jushin, la scuola ha attraversato i secoli sotto la guida di diversi clan, che ne hanno influenzato lo stile e l’evoluzione. Oggi, il maestro Toshiyasu Yamada è il 17° sōke (宗家), ossia il caposcuola della Sekiguchi-ryū. Grande appassionato di antiquariato e studioso del giapponese antico, Yamada è costantemente alla ricerca di documenti storici da decifrare e condividere con gli interessati. È anche uno dei pochi a possedere copie dei preziosi manoscritti legati al lignaggio della Sekiguchi-ryū sviluppatosi nella regione di Awa.

Grazie a Yamada è stato possibile tradurre in giapponese moderno e in inglese il Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū (関口流一騎勝負合之心得之事), che è stato poi tradotto e commentato in italiano dal Maestro Maurizio Colonna, il quale detiene la licenza Menkyo Okuden all’insegnamento della SKR, rilasciata dallo stesso Yamada. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

Il Manuale è in realtà un piccolo vademecum per i soldati principianti. Offre infatti una serie di consigli pratici da adoperare sul campo di battaglia, ma anche sull’equipaggiamento da indossare e sul materiale accessorio da portare in battaglia. 

La prima parte si concentra sulle tattiche di guerra da utilizzare a corpo nudo o sul cavallo, da soli o in gruppo. Rilevante, nell’introduzione, è il principio del metsuke: All’inizio della battaglia un numero di [di soldati] di entrambi gli eserciti si incrocia sul campo. La maggior parte dei soldati più giovani che cercano di prendere parte allo scontro è troppo esagitata. Di conseguenza essi saranno uccisi immediatamente, senza neanche poter attaccare. Dovrete focalizzarvi su una sola persona, anche se ci sono un milione di soldati di fronte a voi. Questo è il metsuke. Dovete rammentarlo. 

Nella seconda parte troviamo indicazioni su come portare la lancia sul campo di battaglia e a cavallo, su come estrarre la spada quando si è a cavallo e su come equipaggiarsi. Questi ultimi paragrafi sono fondamentali per scoprire quali tessuti si preferivano all’epoca. Si prediligeva infatti il lino al cotone o il sarashi (tipico tessuto bianco usato per cingere il torace). Era uso comune utilizzare più strani di lino a seconda delle variazioni meteorologiche durante la giornata. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

La terza e ultima parte è decisamente la più curiosa ed è quella che ci svela le abitudini dei samurai sul campo di battaglia. Il bagaglio doveva contenere sicuramente una bottiglia d’acqua, un piccolo stendardo per identificarsi, stoffa sfusa, corde, sottomaniche. Importanti sono anche i set per l’incenso per tenere lontani gli insetti e gli elisir in caso di emergenza che hanno ricette segrete. Inoltre, sono indicati anche dei cibi da portare con sé, come riso bollito essiccato, pesce essiccato, umeboshi per quando si è assetati e il pepe per quando è inverno. 

La lettura di questo Manuale catapulta il lettore in un tempo leggendario. Ogni pagina riporta alla luce la storia autentica dei samurai, evocando un’epoca in cui il gusto della polvere si intrecciava all’odore dei fiori di ciliegio, simbolo per eccellenza della caducità dei guerrieri. Inoltre, questo Manuale rappresenta un diario di stile di vita recuperato e ci fa comprendere come, nel pieno senso della cultura giapponese, ogni dettaglio non ha solo un senso estetico ma anche pratico. E la praticità per i samurai è strettamente connessa anche alla vita. Una spada indossata male o non ben legata, uno strato di tessuto di troppo, una mossa avventata o addirittura uno sguardo posato male possono costare la vita. Infine, non va dimenticato il profondo significato che il combattimento aveva per i samurai: una dedizione totale all’onore della propria casa e del daimyō, il signore a cui erano legati.

Non fa differenza combattere

da leone o tigre.

Se è per la patria,

anche la vita del guerriero

e’ accolta tra gli dei.

(Hiroyasu Koga)

“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

Oltre il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese: “Onibaba” di Rossella Marangoni, tra mito, mistero e storia

È difficile trovare in Italia libri sul lato più oscuro del Giappone. È più facile commercializzare prodotti che risaltino l’inconfondibile estetica nipponica,  siano essi oggetti, libri, costumi. C’è chi, fortunatamente, non si arrende e ci prospetta punti di vista che aprono scenari diversi. Anche in questo caso possiamo parlare di diritto all’informazione. È giusto che del Giappone ci arrivi soltanto la sua facciata più curata ed attraente?

Rossella Marangoni, studiosa del Paese del Sol Levante da numerosi anni, si lancia nella mirabolante impresa di voler tracciare con Onibaba (Mimesis Edizioni, 2023) le origini del mostruoso femminile nell’immaginario giapponese, contestualizzandolo nelle varie epoche. Un lavoro che richiede conoscenze in ogni campo: nella lingua, nella  storia, nella letteratura, nella società, nella religione e nella mitologia giapponese. L’esplorazione di tutti questi campi – che si evince anche dalla corposa bibliografia – rende lo studio solido e affidabile.

Già nell’accurata prefazione sono tante le domande che l’autrice si pone: Cosa spaventa nella donna, cosa minaccia? Perché è così massiccia la presenza di mostri femminili nel folclore giapponese? Sono forse l’incarnazione di paure malcelate, di arcaici timori di cui non ci si è mai liberati? (p. 10). Per dare una risposta a tutti questi interrogativi, bisognerà andare alle origini del mondo antico giapponese, quando il Giappone ancora non esisteva, del quale sappiamo poco, perché mancava la scrittura e quando la scrittura è arrivata, probabilmente, era già troppo tardi per evitare contaminazioni infauste con la vicina Cina. Ne è la dimostrazione lo stesso Kojiki (712 d. C.), uno dei libri più antichi sulla mitologia nipponica, nel quale Izanami, divinità femminile, passa dal dare la vita al dare la morte, peraltro con ferocia: Nel Giappone antico la donna è regina sciamano, la donna è imperatrice, la donna ha un ruolo fondamentale nella ritualità legata al culto dei kami, la donna gestisce il potere politico, militare e religioso. Poi tutto sembra precipitare, come una palla che, lasciata andare lungo un pendio, acquisendo velocità, si abbatte rovinosamente sul cammino delle donne: è la fine (p. 17).

Probabilmente questa lenta discesa della figura femminile agli inferi è da ricondurre proprio alla filosofia del sacro che arriva in Giappone con il confucianesimo e il buddismo. Successivamente anche lo shintoismo farà la sua parte. A partire, quindi, dall’VIII secolo, i numerosi scambi con la Cina rendono il Giappone un paese sempre meno aperto nei confronti della donna e dei suoi diritti. Fioccano così, nel corso del tempo, mostri femminili di ogni tipo: Kijo (orchesse), Kuchisake Onda (donna dalla bocca tagliata), Nukekubi (mostro femminile dal collo staccabile), Yukionna (donna di neve), Shitanagabaasan (essere mostruoso in forma di vecchia cannibale dalla lingua lunghissima).

Nei sette capitoli successivi all’introduzione, Rossella Marangoni traccia l’intero immaginario femminile che attraversa il Giappone nei secoli, dal cui studio emerge una desacralizzazione della figura femminile a favore di una confortevole mostruosità che ha posto le basi per una solida società patriarcale nipponica di stampo filocinese. Una società che, ahimè, continua, seppur con delle migliorie, fino ai giorni nostri.

La ricerca dell’autrice si rivela di notevole importanza, dal momento che mancava nel panorama nazionale italiano uno studio di tale portata. Ci fa comprendere, anche, che la mitologia, così come la percepiamo oggi, non è mero racconto fantastico. Anzi, le contraddizioni del Giappone vanno cercate proprio lì, in quell’immaginario fantastico che nasconde un pericoloso mondo reale in cui tutto della donna è mostruoso: dalla fecondità al desiderio, dal concepimento alla gravidanza. La verità è che dietro donne-serpente e donne di neve, si nasconde la paura dell’uomo di perdere la propria egemonia sulla società, sempre più soffocata da univoche visioni maschili. 

Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese è dunque un lavoro che scardina alcuni cliché sul Giappone e ci restituisce uno di quei volti che tutt’oggi si tende a non mostrare. Nonostante i progressi, l’apertura all’Occidente e alle nuove visioni della democrazia, il Paese del Sol Levante continua a proteggere le proprie profondità, le quali saranno, probabilmente, sempre inaccessibili. Ed è forse questa la nostra vera attrazione e il suo intramontabile fascino. 

“Perfect days”di Wim Wenders: la sublimazione della banalità delle piccole cose

Sarà un pomeriggio di pioggia. Quella poggia sottile, che accompagna le domeniche malinconiche prima della fine delle vacanze natalizie.

In bocca ancora il sapore del sushi all’avocado e del moji al tè verde. Sapori che accompagneranno la visione del film Perfect days di Wim Wenders, che ritorna al cinema dopo anni di silenzio creativo.

La pellicola, che si apre in 4:3, mi fa subito pensare ai film di Ozu e alla sua indimenticabile delicatezza. E penso, mentre la pellicola scorre, che i film di Ozu non si dimenticano mai.

Sarà così anche per Perfect days?

Più numerose le primavere,
più i lunghi dì
recano lacrime e lamenti —
Kobayashi Issa

Siamo a Tokyō ed entriamo subito nella vita quotidiana di Hirayama. L’uomo svolge quotidianamente le sue azioni: si alza al rumore di una scopa che spazza foglie per strada, si lava i denti, indossa la divisa, scende in strada, prende una lattina dal distributore, si mette in macchina, ascolta cassette di musica occidentale – Lou Reed, The Smith, Van Morrison – e fa il giro dei bagni pubblici per pulirli. Adora il suo lavoro e lo fa con cura perché sa di offrire un importante servizio per la collettività. 

Oltre al lavoro, Hirayama legge Faulkner e letteratura giapponese, coltiva piantine di momiji – foglie d’acero – e scatta fotografie con un’analogica. La sua vita fluisce semplice, in una Tokyō caotica seppur inafferrabile, la cui tridimensionalità di palazzi e strade si intreccia con un groviglio di urbanità decadente. 

Così, osserviamo ripetutamente il quotidiano di Hirayama, ipnotizzati dalla grazia con cui l’attore – Kojî Yakusho – si dedica al suo personaggio. Movimenti pacati, sorrisi, bellezza delle piccole cose. 

E così il film prosegue, per più di due ore. 

Tal quale una parola,
mangia un chicco d’uva,
un altro,
e un altro ancora
Nakamura Kusatao

La vita di Hirayama si fa narrazione semplice e immediata. Wenders non cerca colpi di scena, l’azione è Hirayama stesso che con la sua vita semplice e rispettosa si sublima a poesia. Il regista si dedica alla ricerca di quella “complessa semplicità orientale” che tanto spaventa e confonde noi occidentali. 

Hirayama è come le parole di un haiku: mostra e dice un universo in poche sillabe. Il suo volto ci accompagna per tutto il film ed è come se l’uomo ci prendesse per mano e ci dicesse: guarda, questa è la mia invisibile ma utile vita. Esaltare la trasparenza dell’esistenza, tramite l’armonia e la purificazione da un mondo che non ci appartiene.

Con la sua divisa blu, il tenugui al collo per asciugare il sudore e quei baffetti sempre curati, Hirayama sembra provenire da un mondo per noi, frenetici donne e uomini di oggi, lontano e sconosciuto. 

Non dovremmo, forse, salvarci in una stanza di pochi tatami e continuare a leggere fino a che il caos non si tramuti in silenzio?


La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Bashō

Yukio Mishima: tra eleganza e brutalità in difesa della cultura

È l’8 luglio del 1853 quando le ‘Navi nere’ (kuro fune, ribattezzate così dai giapponesi per sottolinearne la minaccia e la pericolosità) del commodoro Matthew Perry si ancorano alla baia di Uraga, Tokyo. L’intento degli americani è quello di infrangere il sakoku, un editto che proibiva agli stranieri l’ingresso e limitava gli scambi commerciali alla Cina e ai Paesi Bassi. L’anno successivo, nel 1854, Perry vi ritorna con il doppio delle navi. Lo shōgun Tokugawa Iesada accoglie tutte le richieste degli americani, aprendo così le proprie frontiere e segnando l’apertura del Giappone all’Occidente.

L’episodio rappresenta un ricordo indelebile nella storia dei giapponesi e uno spaccato storico non indifferente, che apre il grande dibattito tra modernizzazione e occidentalizzazione del Paese: quali sono stati gli effetti di questa apertura? A cosa è andato incontro il Giappone? Cosa voleva dire essere e sentirsi giapponesi?

A queste domande, Yukio Mishima risponde con la raccolta di saggi La difesa della cultura, pubblicato nel 2020, per la prima volta in Italia, da Idrovolante Edizioni, e tradotto da Silvio Vita e Romano Vulpitta.

Perché questi scritti sono così importanti? Grazie ad essi, conosciamo più a fondo l’uomo Mishima, il Mishima politico, l’uomo che si divideva tra la via della penna e la via della spada, scegliendo quest’ultima, attraverso una rappresentazione estrema della sua morte, avvenuta il 25 novembre 1970, tramite il seppuku che molti, all’epoca, giudicarono di aver portato indietro il Giappone di duecento anni.  Infatti, il modo con cui Mishima morì e l’occupazione dell’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, con i membri più fidati del Tate no Kai la lui fondato, provocò disonore alla comunità giapponese e per anni l’argomento venne considerato un tabù. Ci volle del tempo per riflettere e dare una spiegazione a quanto successo.

La difesa della cultura rappresenta una raccolta fondamentale per capire cosa motivò Mishima a spingersi così oltre, oltre la tradizione stessa. Si è parlato di fanatismo, di estremismo, di nazionalismo efferato. In realtà, Mishima viveva un vero e proprio disagio esistenziale, “qualcosa si è rotto” scrive, legato alla perdita di tradizione, intesa come insieme di valori e di simboli di unità del popolo, e ricerca di un ideale e di sacralità: Le passioni sono inaridite […] Che tempi siano piuttosto quelli in cui viviamo dovrebbe essere un assoluto enigma, ma ciò nonostante traspare, potremmo dire, con una nitidezza che non lascia adito a dubbi. Perché sia avvenuto questo declino io me lo sono domandato a lungo (pp. 37-38). L’Occidente, con tutte le sue affascinanti novità, stava conquistando il Giappone. Anche Mishima ne venne stregato: vestiva in modo occidentale, prediligeva la letteratura francese, americana e inglese, era affascinato dall’Antica Grecia e si fece costruire una casa in completo stile occidentale. Quindi, Mishima era semplicemente un uomo che non aveva rinnegato il fascino delle mode in arrivo da oltremare, pur conservando dentro di sé un autentico spirito giapponese che si manifestava, in particolar modo, nei suoi scritti, nei suoi romanzi e nella pratica delle arti marziali giapponesi.

Molte pagine della raccolta sono dedicate ad ampie riflessioni sulla natura dell’Imperatore, che perde la sua origine divina, sui fatti del 26 febbraio accaduti in Giappone – che potrebbero costituire un antefatto all’occupazione dell’ufficio di Mashita da parte di Mishima -, sui fatti della Cecoslovacchia, sulle rivolte studentesche, sulla poesia e sul teatro.

L’ultimo scritto, Una promessa che non ho potuto mantenere, chiude la raccolta. Il testo, elaborato pochi mesi prima della sua morte, viene considerato il suo testamento politico e spirituale. L’ottimismo iniziale dell’uomo d’azione, impegnato a difendere la propria cultura a favore di una cultura nazionale, lascia spazio a un pessimismo senza ritorno: Riflettendo su cos’abbiano rappresentato per me gli ultimi venticinque anni della mia vita solo ora mi stupisco del loro senso di vuoto. Non posso dire di aver “vissuto” (p. 187). La passione dei primi anni giovanili, la stessa che troviamo nei romanzi della giovinezza, si appassisce. Il principio di lotta perde il suo senso primario. Mishima è stanco: Io la vita non riesco ad amarla quasi per niente. Combattere in continuazione contro i mulini a vento, può forse voler dire amare la vita? (p. 191).

A distanza di anni, e col senno di poi, avvertiamo sottopelle le parole di Mishima. Quel destino preannunciato del Giappone, svuotato delle sue bellezze più antiche a favore di superpotenza economica, riguarda tutti noi. Forse una morte trasformata in spettacolo era necessaria per lanciare un grido, anche se nel vuoto dei tempi moderni. Un grido rimasto inascoltato, frainteso, giudicato.

La difesa della cultura potrebbe apparire un testo molto tecnico, intriso di fatti politici specifici e sconosciuti agli occidentali, soprattutto quando Mishima sprofonda in riflessioni molto personali, evocando persone e simboli. Le ricche note a piè di pagina e la cura editoriale rendono sicuramente la comprensione più agile, senza ricorrere a ricerche su Google.

Mi piacerebbe finire questa riflessione su La difesa della cultura con le parole che chiudono l’ultimo romanzo di Mishima, Lo specchio degli inganni, che segna la fine della trilogia Il Mare della Fertilità, in quanto lasciano un grande silenzio e un’impareggiabile sensazione di pace, come se ogni cosa fosse compiuta: Era un giardino pacificante e sereno, senza niente di particolare. Come un rosario che scorra tra le dita, vi regnava, assordante, il canto delle cicale. Nessun rumore al di fuori di quello. Il giardino era vuoto. Era venuto, rifletteva Honda, nel luogo del nulla, ove ogni ricordo è cancellato. Il sole estivo inondava la pace del giardino (p.238).

Yukio Mishima, La difesa della cultura, trad. Silvio Vita e Romano Vulpitta, Idrovolante Edizioni, 2020.

Confessioni d’autore: Nicolas Gaudemet incontra Yukio Mishima

Capita a molti autori o anche a semplici lettori di parlare con il proprio scrittore preferito. A volte in gran segreto, a volte alla luce del sole. Con Mishima, Nicolas Gaudemet ci racconta del suo incontro con lo scrittore giapponese, a sedici anni, quando, per la prima volta, legge Confessioni di una maschera: 1995, Il est là. Son titre me hante. Depuis des années: d’abord chez nous, en banlieue sud de Paris, puis dans la maison de mes grands-parents à Tours, où ma mère l’a apporté. Je m’assois sur le couvre-lit de jacquard bleu. Le murmure étouffé des tourterelles résonne à travers le toit. Un nuage étend son ombre sur les mirabelliers du jardin. Le livre patiente dans l’étagère au parfum de bois ancien, enchâssée dans le panneau aux reflets sombres. La descrizione così dettagliata del momento, dai suoni esterni ai colori, pone l’accento sull’importanza di questo incontro unico, rimasto nella memoria in tutta la sua complessità. Confessioni di una maschera è forse il primo libro di Mishima che tutti abbiamo letto prima di comprarci in modo ossessivo il resto dei suoi testi. Chi non si è innamorato di quel giovane senza nome, che confessa i suoi desideri nascosti, con sensualità e candore? E quell’incipit, così diretto, così evocativo, senza filtri e compromessi, che tanto ci rimanda a un altro autore – Marcel Proust – da cui sicuramente siamo tutti passati per necessità di buona e profonda lettura?: Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste alla mia nascita. Da principio, ogni volta che lo dicevo, i grandi si mettevano a ridere, ma poi, sospettando velleità di raggirarli, guardavano con astio la faccia pallida di quel fanciullino senza fanciullezza.

Nicolas Gaudemet sembra ricordare il protagonista di Confessioni di una maschera, soprattutto quando, in piena fase adolescenziale, controcorrente, si sente lontano dai suoi compagni di classe: Ils ne devinent pas que je rêve de me purifier. Changer: je passe mon temps à vouloir changer. Camaleontico, soffoca nelle lenzuola i suoi primi desideri di ragazzo alla ricerca della sensualità. Una ricerca che si completa solo quando inizierà a leggere Mishima. Così l’autore giapponese diventa il suo Cicerone nella vita. Ma non sarà una passeggiata piacevole. Ogni confessione nasconde un fondo di verità, anche se filtrata con menzogna. La maschera diventa irrimediabilmente uno specchio in cui riflettersi e scoprirsi: Moi qui ai possédé en rêve tous mes camarades de collège, lycée, certains de mes professeurs, je suis comme brisé.

I libri di Mishima che Nicolas Gaudemet leggerà in futuro, lo accompagneranno nei pensieri e nella fantasia: J’ai tant revé de me réfugier dans le Japon de Mishima. E lo condurranno anche alla sua natura di scrittore e di osservatore del mondo. L’adolescente, che restava estasiato davanti alle prime pagine di Confessioni di una maschera, si completa, reinventandosi attraverso nuove letture e nuovi personaggi.

In questo breve testo ritroviamo, dunque, tutti i meccanismi che scatenano un colpo di fulmine verso un autore. Meccanismi che sono noti e analizzabili solo nel tempo che passa, perché in quel momento preciso, quando conservi il primo libro tra le mani, puoi anche ricordare tutto – dove sei, dove hai comprato il libro, i suoni, i colori – ma quel sentimento che ti avvicina all’autore resterà per sempre inafferrabile e misterioso.

Nicolas Gaudemet, Mishima, Nouvelles Lectures, 2020.

La prima volta di Kabi Nagata

Ci sono tanti modi per definire un manga. Raramente pensiamo che possa essere autobiografico eppure il Jiden Manga ultimamente è molto apprezzato e discusso, perché il confine tra finzione e autobiografia è sempre labile. Entrambe ci lasciano sempre con dubbi e incertezze. Qu51052005_1993582337603108_4867386909279649792_nesto confine è ben rappresentato dal manga di Kabi Nagata La mia prima volta. My lesbian experience with loneliness (appena tradotto e pubblicato da J-Pop nella collana Seinen Manga). La stessa autrice lo definisce così: Report di quando mi sono sentita così sola che ho chiamato un servizio di escort lesbo. La pratica appare normale. Così come accade agli uomini, anche alle donne capita di rivolgersi a servizi di questo tipo. In realtà la storia della escort è solo un pretesto per far partire una lunga riflessione del rapporto tra la giovane donna e la società. Un rapporto che conosciamo tutti, fatto di maschere, pretese, debolezze nascoste, rotture, vittoria da parte del sistema sulla personalità di un individuo in crescita. Come posso definirmi se il mio io diventa argilla nelle mani della famiglia, dell’ambiente di lavoro, degli altri in genere?

Attraverso i disegni e i testi di Kabi Nagata, si può entrare nel vortice di pensieri che affollano la protagonista e si viaggia nella sua pelle fino all’ultima pagina. Non ci sono filtri o scuse: assistiamo a una narrazione nuda e cruda che ci mette di fronte anche a noi stessi. Una manga che, nonostante la sua giapponesità, arriva a parlare a tutti. Crudele e delicato, rivoluzionario e tradizionale, ci porta man mano nella vita di Kabi Nagata senza farci sentire in colpa per averla, in un certo senso, spiata nella sua intimità più profonda.

Si chiamava Tomoji

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Ci sono storie che raccontano tutto. Storie che cercano di colpire il lettore, storie complesse, piene di colpi di scena, imprevisti, intrighi psicologici, interpretazioni a più livelli, storie con un finale aperto. Poi ci sono le storie lineari, che incantano il lettore per la semplice bellezza di leggerle. È il caso di Si chiamava Tomoji di Jirō Taniguchi, scritta con un intento preciso: far conoscere la figura di Tomoji Uchida e la storia legata alla nascita di un tempio buddista nella regione di Tokyo. Un racconto che colpisce per la sua delicatezza, in cui l’amore viene dipinto come uno sguardo fugace tra due amanti che un giorno diventeranno marito e moglie.

Le stagioni si alternano, quasi a scansionare cicli di vita che determinano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui la presa di coscienza delle proprie responsabilità ad opera di Tomoji è sintomo di coraggio e forza. Tutto sembra scorrere nella più corretta normalità, persino la morte di persone care e l’abbandono della madre. Sembra quasi che dietro il dolore umano, dietro la violenza dei sentimenti, ci sia una volontà che determina il dovere alla vita e il dovere all’amore.

Ancora una volta, Jirō Taniguchi dimostra di possedere quella grande qualità di raccontare con semplicità la semplicità, contraddistinta dal tratto pulito del disegno che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.

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Una storia da ricordare, quando tutto ci appare troppo complesso o difficile da districare, in memoria di quel percorso di vita che si deve compiere, a tutti i costi.

Datsuzoku. Ricordi dal Giappone – Abeditore

44077217_710884102609255_3213743467171676160_nRaramente ci capita di avere un libro tra le mani – un libro-feticcio, una di quelle cose che vogliamo a tutti i costi non solo per il contenuto, ma anche per la qualità della fattura – e avere timore di leggerlo per non rovinarlo. Ed è ciò che mi è capitato quando ho sfogliato per la prima volta Datsuzoku, una raccolta di fiabe e leggende giapponesi, curate da Valentina Avallone, edite dall’originalissima Abeditore. Le fiabe tradotte fanno parte di un’opera più ampia che risale al 1910, dal titolo Green Willow and other Japanese Fairy Tales di Grace James (che non può mancare nella nostra biblioteca per la sua bellezza estetica. Una dimostrazione qui).

La parola giapponese datsuzoku appartiene a quella famiglia di sostantivi che in altre lingue non hanno una traduzione corrispondente.

44060339_276249279677687_5983363908365189120_nVuol dire, infatti, “slegato dalle convenzioni”, interpretato come fuga dalla propria routine quotidiana. I cinque racconti all’interno della raccolta fanno proprio questo: rompono le convenzioni e le certezze umane, slegano l’uomo dalle sicurezze del suo vissuto per collocarlo in una dimensione trascendentale in cui nulla può se non farsi trasportare dalla corrente e accettare il volere dei Kami.

Bianco e bello era il suo viso; bianche erano le sue vesti struscianti; i suoi capelli erano bianchi come la neve che vi era caduta sopra, il suo alito era chiaramente visibile mentre usciva dalle labbra socchiuse, simile a un bel fumo candido

I primi tre racconti – La ragazza della luna, La lanterna di peonie e Yuki Onna – evocano figure femminili, storie d’amore e di tristezza, in cui l’amore non si limita alla sola ricerca terrena ma viene stimolato da suggestioni e immagini di altri mondi sovrannaturali.

44093836_1969729383084414_3064355940452007936_nGli ultimi due racconti – La Terra di Yomi e La Storia di Susanoo, l’impetuoso – sono legati al Kojiki, antico testo giapponese che narra della mitologia shintoista. Uno dei testi più importanti della letteratura giapponese classica. Qui sono le divinità a essere protagoniste, con le loro forze e il loro dominio sull’uomo. Forze impetuose, inaccessibili, così lontane tanto da essere temute. Eppure, queste figure mitologiche mettono le basi per la cultura giapponese, con le sue credenze e ritualità anche attuali.

La bellezza dei dipinti alla fine dei racconti ricostruisce l’immaginario del lettore e lo segna attraverso segni, tratti, colori.

Per gli amanti del Giappone e della sua letteratura, Datsuzoku non può mancare nella collezione. E in questo si apprezza la cura di Abeditore nel considerare i libri un oggetto prezioso, di cui non possiamo farne a meno.

E immediatamente Susanoo tirò via il velo e vide il volto della sua sposa, pallida come la luna d’inverno; le toccò la fronte e disse: “Mia adorata e bellissima, mia adorata e bellissima…”

 

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