“Perfect days”di Wim Wenders: la sublimazione della banalità delle piccole cose

Sarà un pomeriggio di pioggia. Quella poggia sottile, che accompagna le domeniche malinconiche prima della fine delle vacanze natalizie.

In bocca ancora il sapore del sushi all’avocado e del moji al tè verde. Sapori che accompagneranno la visione del film Perfect days di Wim Wenders, che ritorna al cinema dopo anni di silenzio creativo.

La pellicola, che si apre in 4:3, mi fa subito pensare ai film di Ozu e alla sua indimenticabile delicatezza. E penso, mentre la pellicola scorre, che i film di Ozu non si dimenticano mai.

Sarà così anche per Perfect days?

Più numerose le primavere,
più i lunghi dì
recano lacrime e lamenti —
Kobayashi Issa

Siamo a Tokyō ed entriamo subito nella vita quotidiana di Hirayama. L’uomo svolge quotidianamente le sue azioni: si alza al rumore di una scopa che spazza foglie per strada, si lava i denti, indossa la divisa, scende in strada, prende una lattina dal distributore, si mette in macchina, ascolta cassette di musica occidentale – Lou Reed, The Smith, Van Morrison – e fa il giro dei bagni pubblici per pulirli. Adora il suo lavoro e lo fa con cura perché sa di offrire un importante servizio per la collettività. 

Oltre al lavoro, Hirayama legge Faulkner e letteratura giapponese, coltiva piantine di momiji – foglie d’acero – e scatta fotografie con un’analogica. La sua vita fluisce semplice, in una Tokyō caotica seppur inafferrabile, la cui tridimensionalità di palazzi e strade si intreccia con un groviglio di urbanità decadente. 

Così, osserviamo ripetutamente il quotidiano di Hirayama, ipnotizzati dalla grazia con cui l’attore – Kojî Yakusho – si dedica al suo personaggio. Movimenti pacati, sorrisi, bellezza delle piccole cose. 

E così il film prosegue, per più di due ore. 

Tal quale una parola,
mangia un chicco d’uva,
un altro,
e un altro ancora
Nakamura Kusatao

La vita di Hirayama si fa narrazione semplice e immediata. Wenders non cerca colpi di scena, l’azione è Hirayama stesso che con la sua vita semplice e rispettosa si sublima a poesia. Il regista si dedica alla ricerca di quella “complessa semplicità orientale” che tanto spaventa e confonde noi occidentali. 

Hirayama è come le parole di un haiku: mostra e dice un universo in poche sillabe. Il suo volto ci accompagna per tutto il film ed è come se l’uomo ci prendesse per mano e ci dicesse: guarda, questa è la mia invisibile ma utile vita. Esaltare la trasparenza dell’esistenza, tramite l’armonia e la purificazione da un mondo che non ci appartiene.

Con la sua divisa blu, il tenugui al collo per asciugare il sudore e quei baffetti sempre curati, Hirayama sembra provenire da un mondo per noi, frenetici donne e uomini di oggi, lontano e sconosciuto. 

Non dovremmo, forse, salvarci in una stanza di pochi tatami e continuare a leggere fino a che il caos non si tramuti in silenzio?


La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Bashō

Lame d’autunno – un haiku di Recchioni e Accardi su La Lettura

43496540_1118478524977749_9152795931656060928_nQuando si parla di haiku si pensa sempre a qualcosa di inafferrabile. Parole lievi ed essenziali che, mentre vengono pronunciate, o meglio bisbigliate, sfuggono. Suoni che quasi si perdono, come i fiori di ciliegio che cadono o come il tonfo di una rana nello stagno. Tutto rimanda alla nostra fugacità.

Cosa ci resta dopo un haiku?

Malinconia? Bellezza? Un sorriso? Un’immagine? Una domanda? Un desiderio? Il più delle volte potrebbe non restarci nulla, tanto è breve la loro vita. E siamo costretti a rileggere, con lo sforzo di conservare qualcosa.

Su La Lettura del 7 ottobre 2018 (#358), sfogliandolo distrattamente alla ricerca di qualcosa che possa colpirmi, trovo una sopresa: tavole di Andrea Accardi che illustrano un haiku di Roberto Recchioni.

Ecco l’autunno/scintillano le spade/ultimi fuochi

43445428_359804907896838_5159870965206745088_nSi tratta di uno spin-off che anticipa l’uscita di Chanbara. Il lampo e il tuono, graphic novel per la SBE, previsto per l’11 ottobre.

Haiku e samurai risulta sempre una combinazione perfetta. Entrambi appartengono alla transitorietà delle cose. Entrambi si nutrono di mono-no-aware, la sensibilità delle cose.

Famosi sono i componimenti Jisei (componimento di morte) che venivano scritti dai samurai prima di fare seppuku o prima di un’importante battaglia.

Anche una vita generosa
non è che una coppa di sake;
una vita di quarantanove anni
è passata in un sogno;
io non so cosa sia la vita, né la morte.
Gli anni passano: ma tutto è sogno.

Uesugi Kenshin

Nell’haiku illustrato su La Lettura ritroviamo lo stesso spirito: la quiete, la forza e la morte. Il tutto ricamato da un rosso pallido, che dona ai tratti una certa immobilità, un’attesa quasi estatica. Sembra quasi di essere lì dentro, di osservare i due samurai che si contendono la vita. Sembra di sentirlo quel sole al tramonto e quel vento che sposta le foglie e i pensieri.

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In quelle tavole non c’è solo l’Oriente. L’ultimo verso mi fa pensare al romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, dal titolo, appunto, Gli ultimi fuochi. E se non fosse morto, probabilmente sarebbe stato il suo capolavoro. Un libro che resta, anche lui, nella transitorietà delle cose.

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