“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

No. Non ho letto La Nausée di Sartre in una stanza tutta per me

In una stanza d’albergo di Lecce

Era un pomeriggio strano quando avevo tra le mani l’antologia letteraria francese del ‘900. Ogni tanto mi capita di sfogliarla per non perdere il gusto della letteratura nel tempo. Rileggo così, un po’ per caso, un estratto de La Nausée di Sartre e di quando Antoine Roquentin si trova davanti alle radici di castagno. Ho sentito immediatamente quelle parole attraversarmi come una verità a me ancora sconosciuta, martellandomi per giorni e giorni. Ho dovuto ammettere a me stessa di non aver mai letto quel libro, anche perché i libri non si devono leggere per forza. Arrivano così, all’improvviso ti chiamano, per una ragione. Com’è successo a me.

Compro il libro ma mi scontro subito con la realtà: non potevo leggerlo nell’amore e nel silenzio di “una stanza tutta per me”. Ero continuamente in giro per impegni scolastici. E così è iniziato questo mio viaggio nel quotidiano, in compagnia de La Nausée di Sartre.

[…] je vais au hasard, vide et calme, sous ce ciel inutilisé.

I giorni passano e sento che in questo libro, una banale edizione di Poche, l’unico ordine possibile sembra essere quello cosmico, in cui ogni essere respira, vive e muore. Esattamente come stavo facendo io – respiravo e vivevo. Lo sguardo di Sartre sul mondo è uno sguardo lento e dolce, che segue il tempo dei gesti, delle azioni e delle parole. Lo stesso sguardo di cui avevo bisogno io per perdermi, lontana dal vizio di quella quotidianità dolce e spietata.

[…] les choses sont tout entières ce qu’elles paraissent – et derrière elles… il n’y a rien.

La Nausée va letto nei ritagli di vita quotidiana, nei luoghi meno indicati per la lettura: su un treno chiassoso, in un bar con la tv accesa, nella pausa pranzo tra colleghi rumorosi, al mare in piena estate, in un’estranea camera d’albergo. Molti si aspetterebbero di leggerlo nel silenzio di una stanza confortevole, ma cosa ci racconterebbe? Questo libro va letto, ripeto, mentre semplicemente si esiste, mentre un’ape in un parco interrompe lo scorrere della prosa, mentre una cameriera al bar ci chiede se desideriamo altro. Perché questo libro è così. Deve insinuarsi in noi, nella nostra esistenza fatta di fratture, intermittente e malridotta. Ho provato, così, a farmi accompagnare da La Nausée in alcuni momenti della mia vita. E quando distoglievo gli occhi dalle pagine, il mio sguardo sul mondo si faceva diverso. Io stavo diventando diversa. La Nausée montava anche in me, come un fatto organico normale.

J’existe. C’est doux, si doux, si lent. Et léger.

Un libro lo iniziamo perché ne abbiamo bisogno. È lui a cercarci, in qualche modo. Ci incontra, entra in noi e, spudoratamente, ci cambia. Eppure, c’è qualcosa in questo libro che ancora mi sfugge. Il momento in cui la nausée sale e perché. Momento sempre inatteso e misterioso.

En ce moment même – c’est affreux – si j’existe, c’est parce que j’ai horreur d’exister.

Questa è la storia della lettura di un libro. Perché un libro non si legge soltanto. Mentre lo leggiamo, il libro vive, viaggia, lavora, pensa, si riposa. Questa è la storia di un libro che non ha preso pace, perché non ha avuto il conforto del silenzio di una stanza caldamente illuminata. L’ho letto in una fase impegnativa della mia vita e ha vissuto con me gli alti e i bassi del quotidiano. E così, a fine lettura, il libro ha l’odore dei momenti vissuti e s’intravede quel giallo che col tempo si intensifica. Il giallo dello sporco dei giorni e della sua misteriosa e incombente nausea esistenziale.

Je ne possède que mon corps ; un homme tout seul, avec son seul corps, ne peut pas arrêter les souvenirs ; ils lui passent au travers. Je ne devrais pas me plaindre : je n’ai voulu qu’être libre.

Isabelle Huppert: ritratto di una voce a partire dal suo corpo letterario

Alcuni testi nascono per raccontare, testimoniare, ricordare, elogiare. Huppert et moi di Richard Millet potrebbe sembrare, in apparenza, un elogio a un’icona del cinema francese. In realtà, Millet scrive una lunga meditazione su Isabelle Huppert a partire da una coincidenza: entrambi sono nati nel marzo del 1953, con tredici giorni di differenza: […] ces treize jours d’aînesse suggèrent qu’Huppert m’a non seulement précédé dans le temps mais qu’elle a toujours été là, et que, d’une certaine façon, je l’ai toujours connue (p.23). Una meditazione che non si limita alla sola figura dell’attrice, ma a tutto il cinema, a partire dalla voce che è corpo vibrante della recitazione: […] la voix en tant qu’elle est l’épiphanie du corps de l’acteur, lequel n’a d’autre fonction que de rendre visible sa voix en lui donnant corps […] (p.10).

Ed è proprio sulla voce che l’autore insiste, voce che diventa metafora di un mondo alla deriva, insignificante e apolitico. Millet riprende sicuramente i temi a lui cari, che lo hanno reso scrittore in azione nella sua campagna contro la fine della civiltà europea e di quella francese in particolare, dove, ritornando al cinema, tutti gli attori potrebbero essere sostituibili, tranne Isabelle Huppert, che diventa come un’isola solitaria in un paesaggio artistico desolato.

“Corpo femminile”, “corpo letterario”, “corpo politico”: con le sue caratteristiche “neutre e discrete”, simili a quelle della ragazza della porta accanto, Huppert sfida ogni stereotipo e attraversa gran parte della storia letteraria europea, incarnando personaggi come Madame Bovary, Charlotte de Le affinità elettive, Madame de Maintenon, Anne Brontë: Le corps d’Huppert: on le devinait ou l’imaginait menu. Il paraît aussi lisse et clos que son visage; il ne dit rien. Silencieux, ni beau ni laid, il peut être voué à tous les rôles ou aux gémonies (p. 33).

Dopo una breve analisi di alcuni film che la rendono protagonista, da Violette Nozière a La pianiste, l’autore infrange quello specchio in cui egli stesso si riflette, entrando in una dimensione senza tempo. Parlare di Huppert è solo un pretesto per parlare di se stesso e delle passioni che lo hanno attraverso nella visione dei film. Isabelle Huppert, dunque, figura femminile ideologizzata, frammento di silenzio e di meditazione nella vita dello scrittore, rappresentazione rischiosa di corpi letterari, rimanda allo scrittore anche la sua dimensione terreno, che lo avvicina alla morte, pericolosamente: Peut-être est-elle la figure de ma mort – mon visage mortel: tout ce qui me rappelle que je suis dans le temps est une figure de ma mort – les femmes, surtout, qui donnent la vie et la mort, contrairement aux hommes, qui ne donnent rien (p. 80).

Richard Millet, Huppert et moi, Pierre-Guillaume de Roux, 2019.

Confessioni d’autore: Nicolas Gaudemet incontra Yukio Mishima

Capita a molti autori o anche a semplici lettori di parlare con il proprio scrittore preferito. A volte in gran segreto, a volte alla luce del sole. Con Mishima, Nicolas Gaudemet ci racconta del suo incontro con lo scrittore giapponese, a sedici anni, quando, per la prima volta, legge Confessioni di una maschera: 1995, Il est là. Son titre me hante. Depuis des années: d’abord chez nous, en banlieue sud de Paris, puis dans la maison de mes grands-parents à Tours, où ma mère l’a apporté. Je m’assois sur le couvre-lit de jacquard bleu. Le murmure étouffé des tourterelles résonne à travers le toit. Un nuage étend son ombre sur les mirabelliers du jardin. Le livre patiente dans l’étagère au parfum de bois ancien, enchâssée dans le panneau aux reflets sombres. La descrizione così dettagliata del momento, dai suoni esterni ai colori, pone l’accento sull’importanza di questo incontro unico, rimasto nella memoria in tutta la sua complessità. Confessioni di una maschera è forse il primo libro di Mishima che tutti abbiamo letto prima di comprarci in modo ossessivo il resto dei suoi testi. Chi non si è innamorato di quel giovane senza nome, che confessa i suoi desideri nascosti, con sensualità e candore? E quell’incipit, così diretto, così evocativo, senza filtri e compromessi, che tanto ci rimanda a un altro autore – Marcel Proust – da cui sicuramente siamo tutti passati per necessità di buona e profonda lettura?: Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste alla mia nascita. Da principio, ogni volta che lo dicevo, i grandi si mettevano a ridere, ma poi, sospettando velleità di raggirarli, guardavano con astio la faccia pallida di quel fanciullino senza fanciullezza.

Nicolas Gaudemet sembra ricordare il protagonista di Confessioni di una maschera, soprattutto quando, in piena fase adolescenziale, controcorrente, si sente lontano dai suoi compagni di classe: Ils ne devinent pas que je rêve de me purifier. Changer: je passe mon temps à vouloir changer. Camaleontico, soffoca nelle lenzuola i suoi primi desideri di ragazzo alla ricerca della sensualità. Una ricerca che si completa solo quando inizierà a leggere Mishima. Così l’autore giapponese diventa il suo Cicerone nella vita. Ma non sarà una passeggiata piacevole. Ogni confessione nasconde un fondo di verità, anche se filtrata con menzogna. La maschera diventa irrimediabilmente uno specchio in cui riflettersi e scoprirsi: Moi qui ai possédé en rêve tous mes camarades de collège, lycée, certains de mes professeurs, je suis comme brisé.

I libri di Mishima che Nicolas Gaudemet leggerà in futuro, lo accompagneranno nei pensieri e nella fantasia: J’ai tant revé de me réfugier dans le Japon de Mishima. E lo condurranno anche alla sua natura di scrittore e di osservatore del mondo. L’adolescente, che restava estasiato davanti alle prime pagine di Confessioni di una maschera, si completa, reinventandosi attraverso nuove letture e nuovi personaggi.

In questo breve testo ritroviamo, dunque, tutti i meccanismi che scatenano un colpo di fulmine verso un autore. Meccanismi che sono noti e analizzabili solo nel tempo che passa, perché in quel momento preciso, quando conservi il primo libro tra le mani, puoi anche ricordare tutto – dove sei, dove hai comprato il libro, i suoni, i colori – ma quel sentimento che ti avvicina all’autore resterà per sempre inafferrabile e misterioso.

Nicolas Gaudemet, Mishima, Nouvelles Lectures, 2020.

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