Dal Pasolini professore agli Atti impuri: la voce corsara che manca

È il 2 novembre del 1975 quando il corpo di Pier Paolo Pasolini viene trovato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Un corpo martoriato, fatto a pezzi, la cui violenza d’immagine contrasta con gli anni della Bellezza che Pasolini ha provato a creare, in un’Italia già piena di contraddizioni e storture.

La poesia, la lingua friulana, il bianco e nero dei suoi film, la ricerca estetica, il candore della sua voce, il tutto frullato nel vortice di quella morte improvvisa e immorale.

Mi avvicino inizialmente a Pasolini grazie alla sua attività di insegnante di scuola media, colpita da alcune citazioni riportate nel libro Improvviso il Novecento di Giordano Meacci, in cui l’autore traccia, tra luoghi e interviste a ex alunni del poeta, l’attività, seppur breve, di insegnamento presso la scuola Francesco Petrarca di Ciampino. Siamo già in quella periferia romana, protagonista costante della vita privata e artistica dello scrittore.

[…] perché lui non li assillava né considerava il voto importante. Considerava quello che sapevano, non quello che non sapevano. Non andava alla ricerca di quello che non sapevano. Andava alla ricerca di quello che potevano esprimere, e gli alunni con lui erano liberi. Si sentivano molto valorizzati…

È d’obbligo, dopo aver attraversato questi tre anni da insegnante di borgata, immergersi nel vivo della sua scrittura e dei suoi film. In Ragazzi di vita, la mia lettura si fa quasi ossessiva. Non riesco a lasciare quelle pagine fitte, che scorrono come una macchina da presa, tra luoghi decadenti, parlate romane e personaggi che non fanno nulla, immersi completamente nell’ozio della vita di strada. Vengo avvolta da descrizioni minuziose, che mi regalano visioni di mondi lontani a me sconosciuti. In questa lettura sinestetica, scopro un Pasolini attento a un’estetica stilistica ben bilanciata tra complessità descrittiva e lingua di vita, fedele a una realtà che va necessariamente raccontata, senza intoppi morali o sentimentali, esclusivamente definita e modellata da uno stile lucido e razionale. Quelle scene, poi, le rivedo in Accattone, e quei volti li trovo riassunti in quello di Franco Citti, che interpreta il protagonista, perfetto come funambolo tra grazia mancata e volgarità ricercata.

[…] e il Riccetto fece come lui, ma siccome gli schifava raspare con le mani, andò a strappare un ramo da un fico oltre un reticolato che pareva lì dai tempi di Crispi e con quello stando accucciato cominciò a spostare le carte zozze, i cocci, le scatole di medicinali, gli avanzi delle minestre e tutta l’altra roba che gli puzzava intorno.

Il bello di Pasolini è il vortice della sua arte, che non si arresta alla solita estenuante ricerca. Così, in Teorema, film del 1968, trovo atmosfere diverse, in contrapposizione a tutto ciò che di Pasolini conoscevo. Nel film, Pasolini espone il suo “teorema” concettuale e politico: la distruzione del sé piccolo borghese, in una Milano umida e ovattata. Forse il più realistico dei suoi film, i cui appunti vengono abbozzati come “referti” e “dati”, come apprendiamo dal libro, pubblicato successivamente al film. Di questa pellicola, colpiscono la bellezza e la violenza sottesa, in cui azioni e parole sono sospese su una borghese delicatezza, pronta a infrangersi dinanzi al peccato proibito e inaccessibile. L’ambiguo ospite che arriva in questa casa perfetta distrugge tutto – ogni ideale, ogni certezza, ogni salda convinzione – come un giovane Rimbaud che entra in casa Verlaine a sconvolgere per sempre il matrimonio tra Paul e Mathilde. Non a caso, l’ospite è un assiduo lettore di Rimbaud. Parafrasi della vita e di quel mondo che Pasolini tende a scardinare, senza riuscirci. Forse è troppo presto per il poeta che si fa veggente e assolutamente moderno, sempre per riprendere il lontano Rimbaud.

Il piacere di essersi fatta violare da quello sguardo, di essersi volontariamente perduta e degradata, coincide con una vergogna che può essere casuale e legittima: quella di essere stata colta di sorpresa, mentre innocente faceva il suo bagno di sole in terrazza. Ella recita questa parte, diligente e accanita come una bambina: ma la recita, coscientemente, male.

Il Pasolini puro, quello con la lingua di fuoco, che sventra anni di sbagliata politica e di storia, lo ritrovo negli Scritti corsari. Anche qui la mia lettura si fa morbosa e, a un certo punto, persino malinconica. Pagine e pagine di articoli si susseguono, dalle quali emerge una verità inascoltata. Ed è allora, nella giungla pericolosa di quelle parole, che mi accorgo quanto quella voce, oggi, manchi. A noi, nuova società del consumo e del progresso, gentrificata, amalgamata, appiattita dalla globalizzazione colonizzante. Come ci vedrebbe oggi Pasolini? Cosa direbbe di noi che siamo la realizzazione del suo più triste incubo?

Sono passati quarantasette anni dalla pubblicazione di quegli scritti, nel maggio del 1975. A ogni pagina, quella voce che manca si fa nostalgia di una storia del presente asettica, che continua da sola, inesorabile, senza che qualcuno faccia da contraltare. Una storia che scivola, subdola, come quel Petrolio che va via, lasciando tracce indelebili.

L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.

Dopo tanto frastuono – i processi, la morte violenta, gli scritti incriminati, i complotti – qual è il Pasolini che mi piacerebbe ricordare? Sicuramente quello di Atti impuri. In questi scritti incompleti, ritrovo la voce poetica del Pasolini adolescente, che cerca di esplorare la sua sessualità omosessuale, vista, appunto, come un atto impuro e come una forma di peccato. Sembra di avvertire, tra quelle pagine, il continuo rimpianto di non poter amare nella normalità degli amori diversi. Il dolore cresce, si fa colpa e miseria, impoverito ulteriormente dai frastuoni della Seconda Guerra Mondiale. L’amore si trasforma in ossessione proibita e in fantasia deviante e deviata. La frustrazione che ne deriva è un vero e proprio atto di dolore, recitato in ginocchio, su taglienti rovi di spine.

Nisiuti era perfetto, davanti a me, col suo odore di fieno e di latte, la sua carnagione rosata e intensa, ormai un po’ annerita dai primi soli primaverili, le sue pupille nitide e pure. Tutto era contenuto in lui, tutto quello che è necessario all’amore. E niente di chiuso, di inespresso, di adombrato: il suo mistero splendeva chiaro come il suo sguardo.

Guido Piovene nel suo viaggio in Italia tra Bari e Matera negli anni ’50

72464105_664984573988691_8696112544403685376_nQualche tempo fa la libreria Bari Ignota aveva pubblicato sui propri canali social alcuni libretti che mi avevano incuriosita, appartenenti alla collana Cultural Tour della casa editrice Kurumuny di Calimera (Le), dedicata a viaggiatori in Puglia e Basilicata. Tra i vari titoli, mi colpisce subito il nome di Guido Piovene, che scrive di due città che mi appartengono: Bari e Matera.

Il punto di vista dell’autore vicentino, di cui ho apprezzato i romanzi Lettere di una novizia, Le Furie e soprattutto Le Stelle Fredde, rappresenta sicuramente una visione unica e originale delle due città.

I racconti dei viaggi contenuti nei libretti sono stati raccolti nel volume Viaggio in Italia (1957), che voleva essere una guida dell’Italia industrializzata negli anni del boom economico.

Una pianura arida e semidesertica a quattrocento metri sul livello del mare è improvvisamente interrotta da un baratro tra le rocce, in fondo a cui corre un torrente.

71689336_539486876809027_1024332086435119104_nCosì Piovene introduce Matera, non potendo fare a meno del suo forte impatto paesaggistico. Lo scrittore è colpito dai due volti della città, quella moderna e quasi anonima, e quella vecchia, scavata nelle rocce, probabilmente per cercare acqua.

 

L’impressione che danno i Sassi nel loro insieme è quello d’un presepio napoletano, ma illividito e quasi stravolto da un fondo spiritico.

Siamo lontani dalla Matera che conosciamo oggi. Lo scrittore ne parla come di un paese immerso nella sua ruralità chiusa, popolata da pastori e contadini girovaghi che non hanno conosciuto altre terre se non nella fantasia, animata dalla suggestione di luoghi ancora incontaminati e sconosciuti: […] Saverio diceva di aver viaggiato in paesi lontani senza muoversi dalla sua grotta, e infatti sapeva descriverli.

Piovene resta affascinato dai contadini lucani e ne traccia un ritratto antropologico preciso, sollevando una questione mai risolta, quella del legame interrotto tra terra e abitante lavoratore: Si incontra in tutto il Sud, ma in nessun luogo forse come in Lucania, un tipo di contadino quale si è formata nei secoli. Un essere, per così dire, fluido, indefinito, e sradicato dal paese […]. Rimaneva un perpetuo estraneo, un uomo di nessuna terra. Ciò che si fa nel Sud ha, tra gli alri scopi, quello di fornire agli uomini una patria non nominale, un ambiente nel quale possano definirsi, istituendo un legame d’affetto con i luoghi in cui vivono.

Siamo alla fine degli ’50. La questione meridionale resta ancora una piaga da affrontare. Le strategie di bonifica e scolarizzazione sono lente, l’industria fatica a insediarsi, nonostante nel resto d’Italia si parli di boom economico. Ma Piovene è fiducioso. Sa che questo paese, un giorno, diventerà una città e un vero punto di riferimento culturale per il Sud. Possiamo dire oggi che la sua visione è stata profetica?

Diverso e non meno affascinante è il punto di vista dell’autore su Bari, città commerciale già avviata, punto di approdo per scambi levantini, grazie soprattutto alla Fiera del Levante, avviata nel 1930.

La Puglia è la nostra regione in cui più si avverte l’Oriente. I baresi ricordano come una favola recente gli anni in cui gli albanesi traversano il mare carichi di monete d’oro; giacché gli albanesi allora consideravano Bari il proprio mercato e vi scendevano anche a comperare un cappello.

71336898_403886370304646_9061111982047887360_nLo scrittore vicentino è attratto dalla gestione commerciale della città e dai suoi abitanti il cui animo orientale resta “avviluppato in uno spesso involucro che si direbbe derivato dal Nord”. Bari è una città che spezza le convinzioni dell’epoca sul Mezzogiorno, in quanto città tipicamente commerciale e borghese, con pochissime tradizioni di aristocrazia terriera ed è paragonata, da Piovene, a Genova.

Altro carattere orientale […] è la segretezza di cui rimane ancora avvolta la vita femminile.

Piovene nota poca presenza femminile nei caffè, tra le strade, ed è “poco diffusa l’abitudine di mandare le donne a lavorare i campi”. Anche i matrimoni sembrano affidati a “trattative segrete”, fatte da intermediari: “Rimane il complesso dell’harem, senza l’antica rigidezza”.

Per chi conosce le due città oggi, è affascinante riviverle nel passato attraverso le parole di uno scrittore come Guido Piovene. Con precisione storica e lucidità letteraria, l’autore ci regala pagine di storia geografica e antropologica. Leggiamo delle nostre città e ci sembrano, stranamente, così lontane e così vicine. Tanto è cambiato. Tanto è rimasto così com’era. Questi libretti sono importanti per capire il nostro Sud, le radici, la storia che lo attraversa, le persone. E concordo con Indro Montanelli quando sosteneva che Viaggio in Italia doveva essere adottato come testo d’obbligo nelle scuole, per conoscere le pieghe delle nostre città e regioni, e affidarle così alla responsabilità critica delle nuove generazioni per rimediare e creare un nuovo Sud, che apre finalmente le sue tradizioni all’Europa, perché c’è ancora tanta bellezza da creare e da far scoprire.

Guido Piovene, Bari, Kurumuny Edizioni, 2017

Guido Piovene, Matera, Kurumuny Edizioni, 2018

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