Nuovo Scisma: viaggio nella frattura poetica di Ilaria Palomba

Un giorno arriva lo scisma. Tutto ha inizio con una caduta. I palazzi si rovesciano, sguardi rapaci e avidi scrutano intorno, mentre nella mente riaffiorano i ricordi della casa dei nonni. Un estremo atto simboleggia il lampo divino, poetico, che squarcia il terreno. L’umano corpo si frantuma. Le poche briciole rimaste si affidano alla brezza estiva. È lo scisma della carne e dello spirito. Cosa ci sarà dopo? Black-out.

Scisma è la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba, edita da Les Flâneurs Edizioni, casa editrice pugliese che si distingue per le sue qualità editoriali. L’opera rappresenta una filatura postuma dei ricordi, dopo centottantotto giorni di degenza trascorsi all’Unità spinale del CTO di Roma. 

La raccolta si divide in otto sezioni, ciascuna introdotta da citazioni letterarie: Ingresso, Abbandono, Coscienza, Assenza, Pietà, Frantumi, Ricomposizioni, Scisma. L’autrice ripercorre quei giorni come un diario poetico già in frantumi: nell’immobilità del ricovero, la poesia si impone, urla, spinge, superando ogni frattura. 

John William Waterhouse, Miranda e la tempesta

La scrittura di Ilaria Palomba diventa una ricerca del disordine e del dolore. Non è importante ricomporre, ma scavare negli anfratti dello scisma. Ogni crepa è un mondo che genera un nuovo caos: Mi sveglio nella foschia del dolore./Quale parte di me è rimasta? (Giorno 1).

La nuova identità nomade, creata nel giorno zero, vaga errante all’interno di  un “corpo disabitato”. Sono finiti i sogni, sono finiti i giochi, probabilmente sono finiti i viaggi. La prospettiva di una paralisi apre le porte all’infelicità eterna. Occorre vagare ancora, per frantumare silenzi e pensieri. L’errante irrisolto, alla fine, qualcosa trova: Chi mi cerca trova crepe. Attanagliata da ricordi e desideri infranti, anche tu dirai: Ho sofferto ma ora basta. Il corpo obbedisce all’infinito (Giorno 16).

Il trionfo della morte sulla vita si trasforma in trionfo della perdita sul dolore. Cosa si può recuperare dopo lo scisma? L’azione è compiuta. Come può la lentezza della quotidianità competere con l’impeto del gesto eterno? Forse,  rimarrà solo la semplicità di un corpo che tenta di sopravvivere nella Bellezza: […] mi trucco perché uscirò/non importa se stasera o tra sei/mesi – forse anche dieci – uscirò/e non avrò dolori che non siano/l’intimo dolore di aver perduto (Giorno 18).

John William Waterhouse, Santa Cecilia

Le parole di autori come Louise Glück, Amelia Rosselli, Fernando Pessoa, Thierry Metz, Francesco Scarabicchi, Alejandra Pizarnik, Paul Celan, Carlo Michelstaedter, fanno da cornice letteraria ai giorni che passano: Forse sono capace/di amare soltanto/i morenti (Giorno 58). In questa raccolta poetica la letteratura diventa un bisogno carnale, fondendosi con le necessità del corpo. I libri non sono natura morta ma presenze vive e indispensabili. Sono amore, rifugio, protezione: […] Ho voglia/di rivedere i miei libri, di toccarli./Tornare a Hölderlin, Proust,/nella ruota del tempo,/dove tutto ha avuto fine/e iniziare daccapo a tremare, e a/credere (Giorno 61).

In questa trasfigurazione di anima e corpo, dove i giorni si perdono in un ospedale che diventa come un Paradiso dantesco, la protagonista di questi poemetti cerca di recuperare la sua dimensione umana, in una lotta senza fine, come quella di Sisifo. Più si avvicina all’umano, più questo si allontana. 

Visioni, buio, vertigini: Non si torna indietro dalla visione. Il mondo è un lontano ideale. L’ideale si trasforma in mondo interiore. Perdita? Salvezza? Resta intatto il mosaico scomposto del sé. L’umano non sarà mai troppo umano: Guardami, non ho più/nulla di umano./Resta,/ho paura del buio (Giorno 72).

Hotel Roma: il viaggio di Pierre Adrian nel dolore di Pavese

A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? Così scriveva Rilke in una poesia del 1914. È questa la domanda che oggi rivolgiamo a un Cesare Pavese immaginario, ancora vivo tra i morti, fantasma accanto alle nostre letture e ai nostri pensieri. A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? 

Questa stessa domanda anima Hotel Roma (Gallimard), il libro che lo scrittore francese Pierre Adrian dedica all’ultima estate di Cesare Pavese. Adrian si mette sulle tracce del poeta, cercando di decifrare quel lamento urlante e al contempo silenzioso che lo tormentò, fino al 27 agosto 1950, quando Pavese si tolse la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma a Torino.

Quella di Adrian è una ricerca nel dolore di Pavese, nel suo lacerante vizio di essere al di fuori della sua epoca e al tempo stesso radicato in una scrittura metamorfica e nuda. Una scrittura frenetica e ossessiva che per anni ha tenuto Pavese in bilico tra pulsioni accecanti e abissi interiori. Un viaggio, quello di Adrian, che parte da Torino, città simbolo della vita di Pavese, ma anche di un’assenza, di un oblio che sembra aver inghiottito il ricordo del poeta.

Torino conserva il fascino di un passato letterario, ma il tempo ha trasformato i luoghi, spogliandoli della loro memoria viva. Nei caffè storici come l’Elena o nelle librerie come La Bussola, dove un tempo aleggiava la presenza di Pavese, oggi solo l’immaginazione di Adrian riesce a evocarlo. Torino, la sua Torino, sembra aver dimenticato l’uomo che vi ha trovato sia la sua vocazione sia la sua fine.

Tra i capitoli più commoventi emerge il ricordo legato all’esilio di Pavese a Brancaleone, in Calabria, dove arrivò ammanettato e senza scorta il 3 agosto del 1935. Lo scrittore fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: scambiava lettere con Battistina Pizzardo, militante del partito comunista.

Nonostante la delusione e l’umiliazione, Pavese venne accolto  in Calabria affettuosamente. Ancora oggi è possibile visitare la sua camera, dove il custode, Carmine, si occupa quotidianamente di quel luogo ormai fantasma. 

Anche la camera numero 346 dell’Hotel Roma di Torino è ancora lì. Conserva la tragedia del tempo nella sua immutabilità, con il telefono di bachelite appeso al muro e la carta da parati vintage. Una stanza che è ormai un santuario del dolore.

Hotel Roma è dunque il racconto di un viaggio non solo fisico ma anche interiore, in cui Pierre Adrian si mette in ascolto della sofferenza di Pavese, non per comprendere fino in fondo le ragioni del suo gesto, ma per celebrarlo. La scrittura di Adrian è delicata, quasi amicale, come se Pavese fosse un compagno di strada, una presenza costante nel suo viaggio di scoperta. Il tono pacato e misurato della narrazione conferisce al libro un passo leggero, che si lascia sfiorare con la stessa dolcezza con cui un ricordo sfuma dalla memoria.

E quella domanda iniziale, A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?, rimane aperta, forse destinata a non trovare mai una risposta definitiva.

Cesare Pavese devint l’écrivain de mes trente ans sans doute parce que je ne cherchais plus de maître à penser mais seulement un ami pour me tenir compagnie. J’acceptais le monde, désormais, et avais renoncé à le transformer. 

“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

L’incanto nascosto di Scampia: il racconto di Davide Cerullo

Ci sono luoghi che meritano di essere raccontati per le vite che ospitano e le storie che sembrano nascondersi agli occhi di tutti. Ci sono luoghi che appaiono distanti, tumefatti, incancreniti e, per questo, stigmatizzati e dimenticati. Ci sono luoghi dove la politica si è fermata, come Cristo a Eboli, dove la cultura fatica ad essere attraente, dove un libro muore sotto la pioggia senza che qualcuno l’abbia mai letto. Uno di questi luoghi è Scampia, un territorio che un tempo è stato dominato dalla droga e dalla violenza, ma che oggi alza la voce per rivendicare il proprio riscatto, anche attraverso i graffiti sui muri dei suoi edifici fatiscenti.

Molti hanno raccontato la Scampia che tutti conosciamo, enfatizzando la sua storia cruenta, creando nuovi “eroi” negativi da emulare e nuove tendenze, portando avanti una narrazione della violenza e del crimine che, però, ahimè, non redime.  

Tra i tanti narratori che rimpastano fatti di cronaca, Davide Cerullo emerge con una voce autentica, scavando con le proprie mani nel ventre di Scampia per riportare alla luce non solo la sua realtà tangibile, ma anche le radici storiche che l’hanno resa uno dei luoghi più pericolosi del sud Italia. 

Davide, uomo che riuscito a scampare al fascino maledetto della Camorra, si racconta ne L’orrore e la bellezza. Storia di una storia (AnimaMundi Edizioni, 2021). E lo fa come non lo ha mai fatto prima. Raccoglie i suoi appunti sparsi di vita, di una vita al margine, cocciuta, impastata d’illegalità e miseria, e li mette insieme, cercando di dare un senso al caos del passato. Raccoglie brandelli, intesse ricordi e frasi, compone e scompone la sua famiglia, e ne fa racconto organico. E come lui stesso afferma, sicuramente non basterà a raccogliere un’intera vita. 

La sua è una storia di mancanze, di vuoti che cercano di essere colmati nella desolazione di una periferia che offre poco più dell’illusione di una vita migliore. Se ci fosse stata bellezza non ci sarebbe stato inganno. Mancavano gli affetti, la motivazione allo studio, le strutture, i servizi. Mancava soprattutto l’amore. Ed è in carcere che Davide scopre la Poesia. Scopre la salvezza delle parole e il loro incanto. Rinasce tra i libri e diventa avido di letture. Prende coscienza del fatto che altri mondi sono possibili e che dall’orrore si può fuggire. 

In quest’ultimo lavoro Davide Cerullo, cresciuto nelle viscere di un territorio ostile, racconta con grazia e “poesia cruda” la storia di Scampia che fa da sfondo a vicende personali e famigliari. Il luogo si intreccia alla vita e la vita si intreccia al luogo, in una stretta asfissiante dalla quale è difficile uscire. Davide ci restituisce così un miracolo e una speranza. 

Il poeta francese Christian Bobin afferma che “noi nasciamo più dagli incontri che facciamo che dai libri che leggiamo”. Non posso che dargli ragione. Io avevo bisogno di incontrare le persone giuste, quelle che ti riportano semplicemente a te, quelle che riaccendono in te la possibilità di un ancora, di un altrove, di essere accolti in un muto gesto di perdono.

“Vuoto” di Ilaria Palomba: un libro dell’altrove

Di fronte a questa normalità disumana, la follia è una via di fuga, un tentativo estremo di urlare: Il vostro mondo non mi sta bene, non lo accetto, lo rifiuto, non voglio viverci! Ma se urlerete una volta, sarete condannati a tacere per sempre, altrimenti c’è la contenzione, lì, pronta, ad aspettarci a braccia aperte. Soffri? Soffri abbastanza?

Il bello di quando iniziamo a leggere un libro è l’incognita del viaggio che ci aspetta. Spesso il titolo può essere una guida o anche un nemico, come nel caso di Vuoto di Ilaria Palomba. Titolo secco, dalle prospettive senza troppe interpretazioni, che conduce il lettore verso un percorso di amore/odio.

Iris, la giovane donna, è protagonista di un romanzo di deformazione che tocca vertigini e abissi. Senza apparenti coordinate di scrittura, l’autrice tesse le trame invisibili dell’inconscio di tutti i personaggi. Abile chirurga, viviseziona anime e corpi. Nulla sfugge alla sua psiche presente nel mondo reale, ma anche attenta a quell’altrove di cui si fa abile scrutatrice. Sì, Vuoto è un libro dell’altrove e dell’inapparente.

Nel racconto di Vuoto, tutto quello che vediamo ha un doppio. Un doppio che a sua volta diventa specchio, prisma, mosaico, fino a diventare una nebulosa impercettibile all’occhio umano. Tutta la potenza negativa e positiva della mente è qui, tra queste pagine che risucchiano il lettore in un monologo a tratti devastante, a tratti vertiginoso. In certi momenti, tutto si fa buio. Il lettore non ha coordinate e si deve necessariamente abbandonare all’ebrezza di un potente flusso di coscienza.

Come si arriva a sopportare il vuoto? Soprattutto, cos’è questo vuoto in cui quasi tutti i personaggi si inabissano, placidamente? Potrebbe avere le sembianze di una melma quotidiana o di un ideale inarrivabile. Potrebbe essere la nausea di corpi che si trascinano nella vita o la complessità contemporanea di un sistema sociale asfittico e violento. Potrebbe essere il nulla che appartiene all’uomo dalla sua nascita? Potrebbe essere il vuoto di Ilaria Palomba condizione per esistere, resistere e distruggersi per poi rinascere? Il Vuoto come ciclo intermittente, che ci accompagna nel mistero della vita?

La sofferenza, la malattia mentale, la depressione, il suicidio, l’inaccettabilità, i traumi infantili, gli stupri, la psicosi, gli psicofarmaci: tutti tabù della nostra società che Ilaria Palomba scopre, senza fare sconti. Fatti reali? Invenzione letteraria? Cosa importa. Qui è la scrittura a parlare e a farsi corpo offerto all’indifferenza.

Con la depressione la nostra civiltà ci ha fatto i soldi, se sei felice diventi pericoloso. Ci vorrebbero tutti depressi e incatenati, possibilmente suicidi, per poi amarci da morti. Facile così. Delirare il mondo, non partire e non concludere, eludere la depressione – la riflessione su di sé che conduce al senso – farsi eco, non suicidio.

In questa “apologia della rivolta” all’interno di una società umiliante e soffocante, Iris trova il modo di riavvolgersi. Così gli inverni non sono eterni inverni e i deliri possono rifiorire, anche se appassiti.

Ilaria Palomba, Vuoto, Les Flâneurs Edizioni, 2022.

I sogni recuperati di Nina. Il nuovo lavoro di Adelia Battista per la Libreria Dante & Descartes di Napoli

Le edizioni della Libreria Dante & Descartes di Napoli tornano a pubblicare una nuova opera letteraria a cura di Adelia Battista, dal titolo Nina. Vico Storto Concordia, 10.

Il testo si pone l’intento di recuperare la memoria storica e sociale che soggiace, abbandonata, nei nostri archivi. Infatti, quasi mai accade che qualcuno la restituisca al pubblico per farla rivivere.

Nina nasce proprio da questi sotterranei bui e impolverati. Un funzionario scopre che nei sotterranei del Reale Albergo dei Poveri giacciono centinaia di fascicoli sotto le macerie del terremoto del 23 novembre del 1980. È l’archivio del Tribunale di Napoli: I fascicoli racchiudevano i destini di tante creature e costituivano la testimonianza chiave delle loro esistenze. Nelle relazioni di magistrati, poliziotti, psicologi e assistenti sociali, affioravano, scritte a mano, storie di povertà e tristezze familiari, ma anche di solidarietà e di speranza.

Le archiviste, Rossana e Raffaella, si battono affinché questi documenti e queste storie, rimaste nascoste per anni, vengano finalmente fatte conoscere. Ed è qui che subentra Adelia Battista, riportando in vita, su carta, la storia di Nina, un’orfana napoletana dalla vita travagliata.

Siamo nei popolari vicoli napoletani, dove odori, brusii, esistenze, si mescolano e si sorreggono. Rosa, la nonna di Nina, riesce ad avere in affidamento le due nipoti. La donna è il simbolo del sacrificio e della dedizione famigliare, ma anche della lotta e del coraggio. Fa la lavandaia e il suo lavoro stabile le permette di avere sulle spalle il peso dell’intera famiglia. Rosa è anche l’incarnazione della semplicità e di una estrema carità.

I genitori di Nina, Carmela e Nicola, rappresentano l’amore sbagliato, tradito, violentato. La morte della madre Carmela segna la perdita e accentua, in Nina, il senso incolmabile della mancanza materna e della solitudine: Da quando Carmela non c’era più Nina aveva cantato poche volte. «Per cantare ci vuole il cuore contento», diceva e lei contento il cuore non l’aveva.

Nicola Bottone è un uomo di malaffare. Questo germe velenoso, di zoliana memoria, sembrerebbe condizionare anche le vite delle future figlie: «Nonna, ma i sogni da dove vengono?», chiese Nina un giorno con un tono nervoso nella voce. «Da ‘o cielo! Da dove se no?», rispose Rosa. La ragazza la guardò sbigottita. “E perché il cielo mi manda un sogno accussì brutto?”, meditò. Per fortuna così non è stato. Il presentimento, che nasconde la “vergognosa” paura della non amata, dell’orfana, viene cancellato dall’amore di Rosa, interrompendo il circolo vizioso del male ereditato.

Ciò che colpisce di questa storia recuperata è sicuramente la giustizia terrena, che sembra fare sempre il suo corso. L’affidamento inaspettato delle nipoti di Rosa e il carcere per le malefatte di Nicola Bottone fanno sperare in una società migliore.

La storia di Nina, recuperata dalla memoria degli archivi del Tribunale di Napoli, emerge con forza e delicatezza. La scrittura sussurrata di Adelia Battista fa entrare il lettore in una dimensione quasi onirica, seppur la trama sia impregnata di realismo napoletano.

Durante la lettura, iniziata e terminata in treno, durante il solito viaggio mattutino per recarmi a scuola, mi ha fatto rivivere le atmosfere di Napoli, con le sue infinite contraddizioni. Un libro sinestetico, delicato e “misericordioso”.

Adelia Battista, Nina. Vico Storto Concordia, 10, Libreria Dante & Descartes, 2021.

Le foto sono immagini di repertorio relative al Terremoto dell”80 che ha colpito duramente la Campania.

Confessioni d’autore: Nicolas Gaudemet incontra Yukio Mishima

Capita a molti autori o anche a semplici lettori di parlare con il proprio scrittore preferito. A volte in gran segreto, a volte alla luce del sole. Con Mishima, Nicolas Gaudemet ci racconta del suo incontro con lo scrittore giapponese, a sedici anni, quando, per la prima volta, legge Confessioni di una maschera: 1995, Il est là. Son titre me hante. Depuis des années: d’abord chez nous, en banlieue sud de Paris, puis dans la maison de mes grands-parents à Tours, où ma mère l’a apporté. Je m’assois sur le couvre-lit de jacquard bleu. Le murmure étouffé des tourterelles résonne à travers le toit. Un nuage étend son ombre sur les mirabelliers du jardin. Le livre patiente dans l’étagère au parfum de bois ancien, enchâssée dans le panneau aux reflets sombres. La descrizione così dettagliata del momento, dai suoni esterni ai colori, pone l’accento sull’importanza di questo incontro unico, rimasto nella memoria in tutta la sua complessità. Confessioni di una maschera è forse il primo libro di Mishima che tutti abbiamo letto prima di comprarci in modo ossessivo il resto dei suoi testi. Chi non si è innamorato di quel giovane senza nome, che confessa i suoi desideri nascosti, con sensualità e candore? E quell’incipit, così diretto, così evocativo, senza filtri e compromessi, che tanto ci rimanda a un altro autore – Marcel Proust – da cui sicuramente siamo tutti passati per necessità di buona e profonda lettura?: Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste alla mia nascita. Da principio, ogni volta che lo dicevo, i grandi si mettevano a ridere, ma poi, sospettando velleità di raggirarli, guardavano con astio la faccia pallida di quel fanciullino senza fanciullezza.

Nicolas Gaudemet sembra ricordare il protagonista di Confessioni di una maschera, soprattutto quando, in piena fase adolescenziale, controcorrente, si sente lontano dai suoi compagni di classe: Ils ne devinent pas que je rêve de me purifier. Changer: je passe mon temps à vouloir changer. Camaleontico, soffoca nelle lenzuola i suoi primi desideri di ragazzo alla ricerca della sensualità. Una ricerca che si completa solo quando inizierà a leggere Mishima. Così l’autore giapponese diventa il suo Cicerone nella vita. Ma non sarà una passeggiata piacevole. Ogni confessione nasconde un fondo di verità, anche se filtrata con menzogna. La maschera diventa irrimediabilmente uno specchio in cui riflettersi e scoprirsi: Moi qui ai possédé en rêve tous mes camarades de collège, lycée, certains de mes professeurs, je suis comme brisé.

I libri di Mishima che Nicolas Gaudemet leggerà in futuro, lo accompagneranno nei pensieri e nella fantasia: J’ai tant revé de me réfugier dans le Japon de Mishima. E lo condurranno anche alla sua natura di scrittore e di osservatore del mondo. L’adolescente, che restava estasiato davanti alle prime pagine di Confessioni di una maschera, si completa, reinventandosi attraverso nuove letture e nuovi personaggi.

In questo breve testo ritroviamo, dunque, tutti i meccanismi che scatenano un colpo di fulmine verso un autore. Meccanismi che sono noti e analizzabili solo nel tempo che passa, perché in quel momento preciso, quando conservi il primo libro tra le mani, puoi anche ricordare tutto – dove sei, dove hai comprato il libro, i suoni, i colori – ma quel sentimento che ti avvicina all’autore resterà per sempre inafferrabile e misterioso.

Nicolas Gaudemet, Mishima, Nouvelles Lectures, 2020.

Mishima e la vita in vendita: l’inedito pubblicato da Gallimard

È sorprendente vedere pubblicati degli inediti di uno scrittore che ci ha lasciati tempo fa. In parte ci disorienta, in parte ci incuriosisce. Ormai pensiamo che quello che Mishima doveva dirci ce l’ha detto. Quindi cos’altro aveva da raccontarci di così bello, di così importante?
Vie à vendre, comparso per la prima volta in Giappone nel 1968, è stato pubblicato da Gallimard il 16 gennaio 2020 e tradotto da Dominique Palmé. In Italia dovrebbe uscire con il titolo Vita in vendita, edito da Feltrinelli.

Je propose une vie à vendre. À utiliser à votre guise. Homme, 27 ans. Confidentialité garantie. Aucune complication à craindre.

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Hanio Yamada, giovane pubblicitario, dopo aver fallito nel suo tentativo di suicidio, decide di pubblicare un annuncio su un giornale, in cui mette in vendita la propria vita: Après avoir raté son suicide, Hanio vit s’ouvrir devant lui un monde absolument vide, d’une liberté merveilleuse. Hanio si sente libero, dal momento che la sua vita è diventata una piacevole leggerezza, priva di ogni responsabilità umana e sociale. La sua idea scatena una serie di incontri improbabili, che lo spingeranno a un’esistenza rocambolesca. Sembra quasi un racconto allucinato, psichedelico, in cui ogni cosa appare attraverso forme fluide, sfocate e sfuggenti, parce que chacun d’entre nous a ses rêves.

Je vous conseille d’arrêter de considérer les choses de façon trop compliquée. La vie humaine, la politique, c’est beaucoup plus simple et plus superficiel que vous ne croyez. Mais à moins d’être prêt à mourir à n’importe quel moment, on ne peut pas adopter cet état d’esprit. C’est le désir de vivre qui nous pousse à voir les choses sous un jour beaucoup trop complexe.

Con questo libro Mishima disintegra la società e la politica giapponese dall’interno, lanciando una provocazione attraverso il commercio della vita. Non è in questione l’etica o l’ideologia, ma tutto un apparato che limita l’uomo nelle sue aspirazioni e nei suoi desideri. Appartenere a un gruppo, fare massa, non è forse un modo di cristallizzare il proprio io emotivo e creativo?

Dans ce monde il y a aussi des gens qui ne se rattachent à aucun groupe. Des gens qui vivent libres, et qui sont capables de mourir libres.

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In questo scenario grottesco, di personaggi fuori dall’ordinario, Hanio ha una naturale capacità di metamorfosi. Cambia pelle a ogni incontro, in ogni situazione. In questa discesa a spirale, l’uomo scopre il potere di vendere la propria vita, che non appartiene a nessuna organizzazione o gruppo politic0. Un potere che fa sicuramente terrore a molti, dal momento che l’essere umano non è prigioniero neanche della paura della propria morte: Tout ça est ridicule!

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