Si chiamava Tomoji

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Ci sono storie che raccontano tutto. Storie che cercano di colpire il lettore, storie complesse, piene di colpi di scena, imprevisti, intrighi psicologici, interpretazioni a più livelli, storie con un finale aperto. Poi ci sono le storie lineari, che incantano il lettore per la semplice bellezza di leggerle. È il caso di Si chiamava Tomoji di Jirō Taniguchi, scritta con un intento preciso: far conoscere la figura di Tomoji Uchida e la storia legata alla nascita di un tempio buddista nella regione di Tokyo. Un racconto che colpisce per la sua delicatezza, in cui l’amore viene dipinto come uno sguardo fugace tra due amanti che un giorno diventeranno marito e moglie.

Le stagioni si alternano, quasi a scansionare cicli di vita che determinano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui la presa di coscienza delle proprie responsabilità ad opera di Tomoji è sintomo di coraggio e forza. Tutto sembra scorrere nella più corretta normalità, persino la morte di persone care e l’abbandono della madre. Sembra quasi che dietro il dolore umano, dietro la violenza dei sentimenti, ci sia una volontà che determina il dovere alla vita e il dovere all’amore.

Ancora una volta, Jirō Taniguchi dimostra di possedere quella grande qualità di raccontare con semplicità la semplicità, contraddistinta dal tratto pulito del disegno che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.

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Una storia da ricordare, quando tutto ci appare troppo complesso o difficile da districare, in memoria di quel percorso di vita che si deve compiere, a tutti i costi.

Datsuzoku. Ricordi dal Giappone – Abeditore

44077217_710884102609255_3213743467171676160_nRaramente ci capita di avere un libro tra le mani – un libro-feticcio, una di quelle cose che vogliamo a tutti i costi non solo per il contenuto, ma anche per la qualità della fattura – e avere timore di leggerlo per non rovinarlo. Ed è ciò che mi è capitato quando ho sfogliato per la prima volta Datsuzoku, una raccolta di fiabe e leggende giapponesi, curate da Valentina Avallone, edite dall’originalissima Abeditore. Le fiabe tradotte fanno parte di un’opera più ampia che risale al 1910, dal titolo Green Willow and other Japanese Fairy Tales di Grace James (che non può mancare nella nostra biblioteca per la sua bellezza estetica. Una dimostrazione qui).

La parola giapponese datsuzoku appartiene a quella famiglia di sostantivi che in altre lingue non hanno una traduzione corrispondente.

44060339_276249279677687_5983363908365189120_nVuol dire, infatti, “slegato dalle convenzioni”, interpretato come fuga dalla propria routine quotidiana. I cinque racconti all’interno della raccolta fanno proprio questo: rompono le convenzioni e le certezze umane, slegano l’uomo dalle sicurezze del suo vissuto per collocarlo in una dimensione trascendentale in cui nulla può se non farsi trasportare dalla corrente e accettare il volere dei Kami.

Bianco e bello era il suo viso; bianche erano le sue vesti struscianti; i suoi capelli erano bianchi come la neve che vi era caduta sopra, il suo alito era chiaramente visibile mentre usciva dalle labbra socchiuse, simile a un bel fumo candido

I primi tre racconti – La ragazza della luna, La lanterna di peonie e Yuki Onna – evocano figure femminili, storie d’amore e di tristezza, in cui l’amore non si limita alla sola ricerca terrena ma viene stimolato da suggestioni e immagini di altri mondi sovrannaturali.

44093836_1969729383084414_3064355940452007936_nGli ultimi due racconti – La Terra di Yomi e La Storia di Susanoo, l’impetuoso – sono legati al Kojiki, antico testo giapponese che narra della mitologia shintoista. Uno dei testi più importanti della letteratura giapponese classica. Qui sono le divinità a essere protagoniste, con le loro forze e il loro dominio sull’uomo. Forze impetuose, inaccessibili, così lontane tanto da essere temute. Eppure, queste figure mitologiche mettono le basi per la cultura giapponese, con le sue credenze e ritualità anche attuali.

La bellezza dei dipinti alla fine dei racconti ricostruisce l’immaginario del lettore e lo segna attraverso segni, tratti, colori.

Per gli amanti del Giappone e della sua letteratura, Datsuzoku non può mancare nella collezione. E in questo si apprezza la cura di Abeditore nel considerare i libri un oggetto prezioso, di cui non possiamo farne a meno.

E immediatamente Susanoo tirò via il velo e vide il volto della sua sposa, pallida come la luna d’inverno; le toccò la fronte e disse: “Mia adorata e bellissima, mia adorata e bellissima…”

 

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