
Ci sono storie che raccontano tutto. Storie che cercano di colpire il lettore, storie complesse, piene di colpi di scena, imprevisti, intrighi psicologici, interpretazioni a più livelli, storie con un finale aperto. Poi ci sono le storie lineari, che incantano il lettore per la semplice bellezza di leggerle. È il caso di Si chiamava Tomoji di Jirō Taniguchi, scritta con un intento preciso: far conoscere la figura di Tomoji Uchida e la storia legata alla nascita di un tempio buddista nella regione di Tokyo. Un racconto che colpisce per la sua delicatezza, in cui l’amore viene dipinto come uno sguardo fugace tra due amanti che un giorno diventeranno marito e moglie.
Le stagioni si alternano, quasi a scansionare cicli di vita che determinano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui la presa di coscienza delle proprie responsabilità ad opera di Tomoji è sintomo di coraggio e forza. Tutto sembra scorrere nella più corretta normalità, persino la morte di persone care e l’abbandono della madre. Sembra quasi che dietro il dolore umano, dietro la violenza dei sentimenti, ci sia una volontà che determina il dovere alla vita e il dovere all’amore.
Ancora una volta, Jirō Taniguchi dimostra di possedere quella grande qualità di raccontare con semplicità la semplicità, contraddistinta dal tratto pulito del disegno che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.

Una storia da ricordare, quando tutto ci appare troppo complesso o difficile da districare, in memoria di quel percorso di vita che si deve compiere, a tutti i costi.

Raramente ci capita di avere un libro tra le mani – un libro-feticcio, una di quelle cose che vogliamo a tutti i costi non solo per il contenuto, ma anche per la qualità della fattura – e avere timore di leggerlo per non rovinarlo. Ed è ciò che mi è capitato quando ho sfogliato per la prima volta
Vuol dire, infatti, “slegato dalle convenzioni”, interpretato come fuga dalla propria routine quotidiana. I cinque racconti all’interno della raccolta fanno proprio questo: rompono le convenzioni e le certezze umane, slegano l’uomo dalle sicurezze del suo vissuto per collocarlo in una dimensione trascendentale in cui nulla può se non farsi trasportare dalla corrente e accettare il volere dei Kami.
Gli ultimi due racconti – La Terra di Yomi e La Storia di Susanoo, l’impetuoso – sono legati al