Quando il carcere femminile ferma la fantasia: L’Università di Rebibbia di Goliarda Sapienza

Sapienza con le amiche ex detenute di Rebibbia al Circolo Mondoperaio di Roma (Fonte: «La Repubblica», 26 febbraio 1983)

Prima di iniziare a leggere un libro, ho l’abitudine di sfogliarlo, più volte. Lo faccio inconsapevolmente, forse con il desiderio di stuzzicare maggiormente la lettura o semplicemente sentire l’odore delle pagine. In quello sfogliare, quasi frenetico, capto frasi, parole, come se un vortice di lettere mi inglobasse nel suo nulla.

L’Università di Rebibbia, della “scandalosa” e incompresa Goliarda Sapienza, colpisce da subito. Non solo per il titolo. Capiamo, sin dalle prime pagine, che l’autrice non si nasconde. È lei, Goliarda, la protagonista di queste “sudicie” pagine di memoria all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Sì, pagine sudicie, maleodoranti, disturbanti.

Ma che ci fa la scrittrice, l’attrice, la poetessa, all’interno di un carcere? È tutto vero? Finzione narrativa? No. Goliarda Sapienza in carcere ci è stata veramente, all’età di 55 anni, con l’accusa di ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. In sintesi, aveva rubato dei gioielli a un’amica. E in quegli anni, la povera Goliarda non se la passava bene, a causa di gravi difficoltà economiche che spesso si abbattano sui visionari e sulle menti alternative.

In questo viaggio tormentato all’interno di un carcere, con la sua narrazione, Goliarda sfiora quasi il paradosso. La sua scrittura non teme la staticità e la reclusione. Si fa più viva, soprattutto nei dialoghi e nei linguaggi, che l’autrice coglie e trascrive. Penna viva, poliedrica, sensibile, che percepisce ogni sentimento, movimento, corpo, anima. Tant’è che avverte quasi la necessità di mettere un freno a tanta inaspettata vivacità: Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.

All’interno di questo spazio sconosciuto, dove nulla arriva all’esterno – mi riferisco quantomeno all’epoca in cui il testo è stato scritto – , dove la “noia se taja cor cortello”, Goliarda si muove come una nota stonata. Lei è diversa. Ha un aspetto da benestante, parla bene l’italiano e si esprime con concetti che vanno al di là della semplice e facile condensazione del quotidiano: Non si sfugge alla propria classe. Lo scarto che si crea tra privilegiati e abbandonati è quasi incolmabile: Ma la mia persona appare di poco interesse in questo calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa. Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, dagli ambienti fin dalla culla, protetti fin da bambini dal bisogno vero restiamo anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio.

E così, in un mondo che ti costringe continuamente a cercarti un posto, una collazione all’interno della società, un ruolo, una faccia, una maschera, e nonostante questa ricerca spasmodica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo è sempre più privo di identità, il carcere diventa il luogo della predestinazione: Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare «la tua identità», come si usa dire da qualche tempo.

Goliarda scopre un microcosmo nuovo, che ribalta tutta la conoscenza del mondo e della società fuori. Un microcosmo che unisce e obbliga alla convivenza in ambienti claustrofobici vite diverse, vite al margine, vite complicate, disperate, annullate: […] la brama delle cose necessarie per sopravvivere è così esasperata qui dentro che ti fa sentire (al confronto di quelli che vengono a trovarti) una vera bestia solo ansiosa di pezze per coprirti e bocconi da ingoiare voracemente.

Il carcere diventa per l’autrice – forse per disperazione, forse per insurrezione socioculturale – un luogo nuovo, dinamico, ricco di varietà culturali, di convivenze linguistiche e religiose, sfiorando, forse, una eccessiva idealizzazione: Si insinua nella mente una speranza, speranza incerta, forse menzognera ma viva: in questo luogo arriva – anche se per vie traverse – l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvie all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori. Nel momento in cui scrive queste parole, Goliarda Sapienza non è un personaggio ben visto, a causa dei suoi pensieri troppo liberali o troppo avanti per l’epoca. Il padre, fortunatamente, non le ha mai permesso di frequentare la scuola fascista, optando per lo studio a casa. Sua madre, Maria Giudice, è stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino. Il suo libro più discusso, L’arte della gioia, è stato pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2000, a causa delle tematiche ritenute troppo scandalose per l’epoca.

L’Università di Rebibbia, per Goliarda, è il libro del riscatto. Lei, intellettuale benestante, riscopre “l’università cosmopolita [di Rebibbia] dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo”, alla faccia del mondo fuori dove oramai non si impara più nulla, se non l’arte di obbedire alla massa e a una politica che perde sempre più il controllo sui corpi sociali più deboli, trascurandoli o gettandoli tra quattro mura, senza cura del diverso, del fragile, ignorando la miseria a favore di un equilibrio perverso, fatto di apparenze e false credenze: Vieni, Renato, e portaci la libertà! O una bella morte serena… la vedo: un grande angelo azzurro e d’oro col tuo viso, Renato, che scende piano piano, ci raccatta insieme e cantando ci porta su in cielo!

Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi, 2016.

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