Hotel Roma: il viaggio di Pierre Adrian nel dolore di Pavese

A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? Così scriveva Rilke in una poesia del 1914. È questa la domanda che oggi rivolgiamo a un Cesare Pavese immaginario, ancora vivo tra i morti, fantasma accanto alle nostre letture e ai nostri pensieri. A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? 

Questa stessa domanda anima Hotel Roma (Gallimard), il libro che lo scrittore francese Pierre Adrian dedica all’ultima estate di Cesare Pavese. Adrian si mette sulle tracce del poeta, cercando di decifrare quel lamento urlante e al contempo silenzioso che lo tormentò, fino al 27 agosto 1950, quando Pavese si tolse la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma a Torino.

Quella di Adrian è una ricerca nel dolore di Pavese, nel suo lacerante vizio di essere al di fuori della sua epoca e al tempo stesso radicato in una scrittura metamorfica e nuda. Una scrittura frenetica e ossessiva che per anni ha tenuto Pavese in bilico tra pulsioni accecanti e abissi interiori. Un viaggio, quello di Adrian, che parte da Torino, città simbolo della vita di Pavese, ma anche di un’assenza, di un oblio che sembra aver inghiottito il ricordo del poeta.

Torino conserva il fascino di un passato letterario, ma il tempo ha trasformato i luoghi, spogliandoli della loro memoria viva. Nei caffè storici come l’Elena o nelle librerie come La Bussola, dove un tempo aleggiava la presenza di Pavese, oggi solo l’immaginazione di Adrian riesce a evocarlo. Torino, la sua Torino, sembra aver dimenticato l’uomo che vi ha trovato sia la sua vocazione sia la sua fine.

Tra i capitoli più commoventi emerge il ricordo legato all’esilio di Pavese a Brancaleone, in Calabria, dove arrivò ammanettato e senza scorta il 3 agosto del 1935. Lo scrittore fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: scambiava lettere con Battistina Pizzardo, militante del partito comunista.

Nonostante la delusione e l’umiliazione, Pavese venne accolto  in Calabria affettuosamente. Ancora oggi è possibile visitare la sua camera, dove il custode, Carmine, si occupa quotidianamente di quel luogo ormai fantasma. 

Anche la camera numero 346 dell’Hotel Roma di Torino è ancora lì. Conserva la tragedia del tempo nella sua immutabilità, con il telefono di bachelite appeso al muro e la carta da parati vintage. Una stanza che è ormai un santuario del dolore.

Hotel Roma è dunque il racconto di un viaggio non solo fisico ma anche interiore, in cui Pierre Adrian si mette in ascolto della sofferenza di Pavese, non per comprendere fino in fondo le ragioni del suo gesto, ma per celebrarlo. La scrittura di Adrian è delicata, quasi amicale, come se Pavese fosse un compagno di strada, una presenza costante nel suo viaggio di scoperta. Il tono pacato e misurato della narrazione conferisce al libro un passo leggero, che si lascia sfiorare con la stessa dolcezza con cui un ricordo sfuma dalla memoria.

E quella domanda iniziale, A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?, rimane aperta, forse destinata a non trovare mai una risposta definitiva.

Cesare Pavese devint l’écrivain de mes trente ans sans doute parce que je ne cherchais plus de maître à penser mais seulement un ami pour me tenir compagnie. J’acceptais le monde, désormais, et avais renoncé à le transformer. 

“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

L’incanto nascosto di Scampia: il racconto di Davide Cerullo

Ci sono luoghi che meritano di essere raccontati per le vite che ospitano e le storie che sembrano nascondersi agli occhi di tutti. Ci sono luoghi che appaiono distanti, tumefatti, incancreniti e, per questo, stigmatizzati e dimenticati. Ci sono luoghi dove la politica si è fermata, come Cristo a Eboli, dove la cultura fatica ad essere attraente, dove un libro muore sotto la pioggia senza che qualcuno l’abbia mai letto. Uno di questi luoghi è Scampia, un territorio che un tempo è stato dominato dalla droga e dalla violenza, ma che oggi alza la voce per rivendicare il proprio riscatto, anche attraverso i graffiti sui muri dei suoi edifici fatiscenti.

Molti hanno raccontato la Scampia che tutti conosciamo, enfatizzando la sua storia cruenta, creando nuovi “eroi” negativi da emulare e nuove tendenze, portando avanti una narrazione della violenza e del crimine che, però, ahimè, non redime.  

Tra i tanti narratori che rimpastano fatti di cronaca, Davide Cerullo emerge con una voce autentica, scavando con le proprie mani nel ventre di Scampia per riportare alla luce non solo la sua realtà tangibile, ma anche le radici storiche che l’hanno resa uno dei luoghi più pericolosi del sud Italia. 

Davide, uomo che riuscito a scampare al fascino maledetto della Camorra, si racconta ne L’orrore e la bellezza. Storia di una storia (AnimaMundi Edizioni, 2021). E lo fa come non lo ha mai fatto prima. Raccoglie i suoi appunti sparsi di vita, di una vita al margine, cocciuta, impastata d’illegalità e miseria, e li mette insieme, cercando di dare un senso al caos del passato. Raccoglie brandelli, intesse ricordi e frasi, compone e scompone la sua famiglia, e ne fa racconto organico. E come lui stesso afferma, sicuramente non basterà a raccogliere un’intera vita. 

La sua è una storia di mancanze, di vuoti che cercano di essere colmati nella desolazione di una periferia che offre poco più dell’illusione di una vita migliore. Se ci fosse stata bellezza non ci sarebbe stato inganno. Mancavano gli affetti, la motivazione allo studio, le strutture, i servizi. Mancava soprattutto l’amore. Ed è in carcere che Davide scopre la Poesia. Scopre la salvezza delle parole e il loro incanto. Rinasce tra i libri e diventa avido di letture. Prende coscienza del fatto che altri mondi sono possibili e che dall’orrore si può fuggire. 

In quest’ultimo lavoro Davide Cerullo, cresciuto nelle viscere di un territorio ostile, racconta con grazia e “poesia cruda” la storia di Scampia che fa da sfondo a vicende personali e famigliari. Il luogo si intreccia alla vita e la vita si intreccia al luogo, in una stretta asfissiante dalla quale è difficile uscire. Davide ci restituisce così un miracolo e una speranza. 

Il poeta francese Christian Bobin afferma che “noi nasciamo più dagli incontri che facciamo che dai libri che leggiamo”. Non posso che dargli ragione. Io avevo bisogno di incontrare le persone giuste, quelle che ti riportano semplicemente a te, quelle che riaccendono in te la possibilità di un ancora, di un altrove, di essere accolti in un muto gesto di perdono.

Una passeggiata nella Napoli porosa di Walter Benjamin e Asja Lacis

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Napoli, febbraio 2020

Dentro Napoli ci puoi camminare per ore, ritornare negli stessi punti e trovarli ogni volta diversi. Può succedere a distanza di pochi minuti, di giorni, di mesi, di anni. Napoli ha la grande abilità di cangiare se stessa. Lo fa con le voci, con i volti, con il cibo, con i corpi, con l’arte, con il commercio. E così i pittori la dipingono, i fotografi la fotografano e gli scrittori? In tanti hanno scritto di Napoli, ma Walter Benjamin, insieme alla drammaturga Asja Lacis, fa di Napoli filosofia, anzi, trasforma Napoli in filosofia, in un articolo che compare sulle pagine del Frankfurter Zeitung nel 1925.

Nelle città si racchiudono i segreti del mondo. La caducità fa da fantasma al progresso, alla velocità, alla competizione mondiale. Napoli, con la sua porosità, protegge nei suoi interstizi e spazi vuoti dimensioni alternative al mondo visibile: Porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare. Così le strade, i balconi, le piazze, le finestre, diventano il teatro – nel senso proprio del temine – dell’esistenza umana.

La musica si diffonde in ogni dove – non è una musica cupa, rintanata nelle coorti, ma una musica raggiante, che risuona per le strade.

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Napoli, febbraio 2020

Benjamin e Lacis attraversano la città perdendosi. Ed è proprio in questo smarrimento che nascono le osservazioni delle più piccole cose e l’analisi di una dinamica camaleontica che è struttura intrinseca alla città. Una dinamica dove il lotto è motivo di guadagno e di socialità, dove i panni stesi si fanno bandiere al vento, dove i fuochi d’artificio sono l’anima popolare: La legge che regola questa vita è, ancora una volta, la porosità – legge ancora tutta da decifrare. Popolata da fantasmi, racconti fantastici, misteri, Napoli rimane in piedi come un miracolo, ma il suo scrigno resta volontariamente inaccessibile.

Diffusa, porosa, disseminata è la vita privata. Ciò che distingue Napoli da tutte le altre città ha a che fare con il kraal degli Ottentotti: ogni comportamento e affare privato è inondato dalle correnti della vita pubblica come da una marea.

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Napoli, febbraio 2020

Lo sguardo nordico di Benjamin permette di captare la caratteristica della vita a Napoli, che si svolge ovunque, dove la vita diventa una vetrina: le finestre, le soglie delle case, i balconi, si fanno strada, piazza, convivenza. Tutto è legato da un enorme filo che collega l’intimo all’esterno: L’esistenza, che per i nordeuropei è la più intima delle faccende, qui a Napoli diventa un fatto collettivo, come nel kraal degli Ottentotti. Ed è in questa vasta scenografia di case e di corpi, di voci e di suoni, che si erge, incomprensibile agli occhi dello straniero, la lingua napoletana, dove il gesto, unito alla parola, è coreografia ben congegnata, ritmica e impulsiva.

Quest’importante saggio, che fissa la legge della porosità, viene riproposto in un libretto esclusivo pubblicato nell’aprile del 2020 dalla Libreria Dante & Descartes di Napoli, curato da Elenio Cicchini, grazie a un profondo scambio intellettuale con Raimondo Di Maio. Non si tratta di un semplice libro, dal momento che è anch’esso poroso, poiché vi compenetrano più elementi: l’amore per i libri, per la ricerca, per la bellezza, per Napoli. La scelta di pubblicarlo ha permesso di farci fare un viaggio più nel tempo che nello spazio, in una città che è abbandono storico, maceria nuova, rovina riscattata alla modernità, che vive di un’attrazione continua verso la bellezza fugace e porosa. Nonostante l’inquieta decadenza, Napoli non sarà mai destinata all’oblio.

Walter Benjamin, Asja Lacis, Napoli porosa, a cura di Elenio Cicchini, Libreria Dante & Descartes, 2020.

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Un’immagine del libro

Mishima e la vita in vendita: l’inedito pubblicato da Gallimard

È sorprendente vedere pubblicati degli inediti di uno scrittore che ci ha lasciati tempo fa. In parte ci disorienta, in parte ci incuriosisce. Ormai pensiamo che quello che Mishima doveva dirci ce l’ha detto. Quindi cos’altro aveva da raccontarci di così bello, di così importante?
Vie à vendre, comparso per la prima volta in Giappone nel 1968, è stato pubblicato da Gallimard il 16 gennaio 2020 e tradotto da Dominique Palmé. In Italia dovrebbe uscire con il titolo Vita in vendita, edito da Feltrinelli.

Je propose une vie à vendre. À utiliser à votre guise. Homme, 27 ans. Confidentialité garantie. Aucune complication à craindre.

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Hanio Yamada, giovane pubblicitario, dopo aver fallito nel suo tentativo di suicidio, decide di pubblicare un annuncio su un giornale, in cui mette in vendita la propria vita: Après avoir raté son suicide, Hanio vit s’ouvrir devant lui un monde absolument vide, d’une liberté merveilleuse. Hanio si sente libero, dal momento che la sua vita è diventata una piacevole leggerezza, priva di ogni responsabilità umana e sociale. La sua idea scatena una serie di incontri improbabili, che lo spingeranno a un’esistenza rocambolesca. Sembra quasi un racconto allucinato, psichedelico, in cui ogni cosa appare attraverso forme fluide, sfocate e sfuggenti, parce que chacun d’entre nous a ses rêves.

Je vous conseille d’arrêter de considérer les choses de façon trop compliquée. La vie humaine, la politique, c’est beaucoup plus simple et plus superficiel que vous ne croyez. Mais à moins d’être prêt à mourir à n’importe quel moment, on ne peut pas adopter cet état d’esprit. C’est le désir de vivre qui nous pousse à voir les choses sous un jour beaucoup trop complexe.

Con questo libro Mishima disintegra la società e la politica giapponese dall’interno, lanciando una provocazione attraverso il commercio della vita. Non è in questione l’etica o l’ideologia, ma tutto un apparato che limita l’uomo nelle sue aspirazioni e nei suoi desideri. Appartenere a un gruppo, fare massa, non è forse un modo di cristallizzare il proprio io emotivo e creativo?

Dans ce monde il y a aussi des gens qui ne se rattachent à aucun groupe. Des gens qui vivent libres, et qui sont capables de mourir libres.

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In questo scenario grottesco, di personaggi fuori dall’ordinario, Hanio ha una naturale capacità di metamorfosi. Cambia pelle a ogni incontro, in ogni situazione. In questa discesa a spirale, l’uomo scopre il potere di vendere la propria vita, che non appartiene a nessuna organizzazione o gruppo politic0. Un potere che fa sicuramente terrore a molti, dal momento che l’essere umano non è prigioniero neanche della paura della propria morte: Tout ça est ridicule!

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Uno sguardo su “Impossibile” di Erri De Luca

DSC0445-684x1024Erri De Luca ritorna sulle scene letterarie con un libro “impossibile”, aggettivo-definizione che fa da sfondo all’intera narrazione. Si tratta di un dialogo-interrogatorio tra un anziano sospettato di aver ucciso un suo vecchio compagno di avventure rivoluzionarie e un giovane magistrato, instancabile nella ricerca della sua verità, che non crede alle coincidenze, anzi, la cui coincidenza rappresenta proprio un indizio. Per chi conosce la storia di Erri De Luca, molti sembrano gli echi al suo passato caso giudiziario (Erri De Luca assolto nel processo No Tav).

Tutta la vicenda parte da una grande passione dello scrittore: la montagna. Perché tutto accade proprio lì, sulla Cengia del Bandiarac, “un posto difficile e pericoloso”: Lassù sono un estraneo, senza invito e senza benvenuto. Un luogo ostile, ma necessario per l’accusato, in quanto componente estrema della sua esistenza

La montagna, immobile per costituzione, è movente. Proprio così: fa muovere verso di essa. Ognuno ha il proprio motivo per andarci. Il mio è dare le spalle a tutto, prendere distanza. Mi butto indietro il mondo intero. Mi sposto in uno spazio vuoto e anche in un tempo vuoto. Vedo com’era il mondo senza di noi, come sarà dopo. Un posto che non avrà bisogno di essere lasciato in pace.

Si tratta, dunque, di un rapporto univoco e di un bisogno unilaterale. Tant’è che questa volta la montagna, nella sua silente maestosità, fa da spettatrice a un incidente, così il protagonista definisce l’accaduto. Ma per l’accusato e il magistrato il termine non ha lo stesso significato e diventa per lo scrittore motivo di ribaltamento interpretativo e di contesta politica.

Voi siete disposti a definire incidenti sul lavoro quelli che sono invece omicidi di lavoratori, spinti oltre il limite delle resistenze e delle condizioni di sicurezza. Trattare da incidenti le decine di migliaia di feriti e il migliaio di uccisi da lavoro manuale ogni anno, in cambio di salario. Ma qui dubitate della parola incidente riferita a un’attività pericolosa, festiva, con rischi presi spontaneamente, in piena responsabilità del proprio azzardo.

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ph. Valerio Bispuri

Tra un dialogo e l’altro, leggiamo anche alcune lettere che l’accusato scrive alla sua donna dalla cella d’isolamento del carcere. Come in ogni lettera, assistiamo a un’esternazione esasperata di sentimenti e di nostalgica invocazione di ricordi. Non si tratta però solo di lettere sentimentali, hanno anche un forte valore politico e universale. Veniamo infatti a conoscenza della condizione psicologica di un detenuto e del suo modo di vivere e percepire la condizione di reclusione.

Ammoremio un’altra lettera, visto che devo stare qui. Uno s’immagina che l’isolamento sia silenzioso. Invece strepita il corridoio delle altre celle, rimbomba di grida e di ferraglie varie.

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ph. Valerio Bispuri

Con queste lettere private, Erri De Luca rompe un tabù sulle carceri, rendendoci partecipi in prima persona delle emozioni che prova una persona reclusa: Chissà perché all’interno di questi muri sigillati mi viene di scriverti cose che a voce non tirerei fuori. Mi aiuta forse il vuoto che mi avvolge. È diverso da quello in montagna, che mi ci muovo dentro mentre scalo. Qui il vuoto mi mantiene fermo. Più che con i sentimenti, l’accusato deve fare i conti con il tempo, perché in carcere ce n’è tanto, ma la vita fuori corre sempre più in fretta ed è soggetta a trasformazioni e cambiamenti che possono stravolgere definitivamente la vita di un uomo: Così è ammoremio, quando si tratta di separazioni lunghe, carcere o emigrazione, lasciamo fare al tempo e non ai giuramenti.

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ph. Valerio Bispuri

Questa condizione intima viene di volta in volta interrotta dai dialoghi con il magistrato, che riportano alla realtà dei fatti. Una realtà che sembra impossibile, per i suoi paradossi e scontri verbali. In questo scambio di battute, ciò che viene fuori è la verità delle parole e l’utilizzo di una lingua che sembra perdere il suo reale significato, a favore di una strumentazione giudiziale, politica e giornalistica. Le parole sono diventate uno strumento, impiegate secondo i propri fini, dirottate e pilotate, per la conquista dell’opinione pubblica: La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. Si commercia parole, come se la società fosse un mercato dove vengono vendute al miglior offerente.

La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

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ph. Valerio Bispuri

In questo suo nuovo libro, Erri De Luca fa dell’impossibile un profilo dei giorni nostri, dove mancano “le felicità assortite” e le “uniformi interiori”, dove la “responsabilità individuale” prevarica su quella collettiva, favorendo egocentrismo e interesse personali. Perché tutto sembra girare intorno a questo, all’interesse personale, soprattutto nella giustizia, dove il potere, con la sua arma meno inaspettata che è l’incompetenza, decide su tutto.

Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, 2019.

Le foto in bianco e nero sono del fotografo Valerio Bispuri e fanno parte del progetto Prigionieri.

Evento: Il 23 novembre, alle 10:30, Erri De Luca presenterà il suo ultimo libro presso L’albero delle Storie di Davide Cerullo.

“I Testamenti” di Margaret Atwood. Un libro necessario?

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Una scena della serie tv

Da poco fresco di stampa, I Testamenti di Margaret Atwood si propone come sequel a Il racconto dell’Ancella, pubblicato nel 1985. Nello sfogliare le pagine il lettore si accorge subito di trovarsi dinanzi a un libro diverso dal precendente, che si presenta come una raccolta di testimonianze ben catalogate e numerate. Un documento, dunque, che allontana l’idea di fiction e avvicina il lettore all’idea di reperto storico raro. Le voci narranti sono affidate a Zia Lydia, Agnes e Daisy, che si incontreranno/scontreranno nelle vicende di Gilead, attraverso le loro storie personali e i loro punti di vista diversi. Zia Lydia rappresenta l’autorità e la forza espressiva che ne deriva. Agnes è la voce dell’innocente che cresce a Gilead, con una dottria rigida che le modella la coscienza. Daisy, invece, vive in Canada ed è il punto di rottura, l’anello mancante che serviva al Mayday per distruggere Gilead. Saranno proprio le tre donne a provocare, consapevolmente e inconsapevolmente, la caduta del regime.

Contrariamente a quel che potresti pensare, mio lettore, Gilead ha conosciuto la bellezza. Perché non avremmo dovuto desiderarla?

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ph. Svetlana Bulatova

Sono passati molti anni da quando l’ancella Offred è riuscita a varcare il confine di Gilead, portando con sé Baby Nicole. La neonata più ricercata del mondo è diventata un simbolo del paese e del nuovo regime. I bambini vengono cresciuti con la paura di fare la fine di Baby Nicole, quindi di essere portati altrove, in un mondo non protetto, peccatore e sconosciuto. Un mondo che non è sicuro e puro come Gilead eche offre, agli occhi di chi vi abita, benessere, bellezza e protezione.

In questo nuovo scritto della Atwood siamo dentro la mente di Gilead. Nel suo modo di vivere e di gestire l’economia e la società, le relazioni e i rapporti famigliari, siamo dentro al suo modo di pensare, nel suo credo, nella sua filosofia. Siamo nella mente del ‘mostro’, all’interno dei suoi meccanismi complessi, perversi e contraddittori. Siamo all’interno di tutto ciò che ancora non si sapeva su Gilead.

La mia vita avrebbe potuto essere molto diversa. Se solo mi fossi guardata attorno, se avessi capito la situazione. Se solo avessi fatto le valigie in tempo, come fece qualcuno, e avessi lasciato il Paese.

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ph. Lauren DeCicca

Gilead è uno stato mentale. È come un morbo che ti corrode la libertà, i sentimenti, le emozioni, al servizio di un ideale, al servizio del Paese. Le figure più penalizzate sono le donne, costrette a subire in silenzio, private della loro libertà, dei diritti conquistati nella storia, private dell’arma più forte: della parola. Non solo le ancelle vivono in una condizione di violenza continua, ma anche le mogli dei Comandanti, imbellite di piacevole apparenza, sono costrette a tacere e a morire, spesso in circostanze misteriose. Questo fa capire che la donna, a Gilead, non gode di status privilegiati, ed è soltanto un mezzo istituzionale – le mogli dei comandanti – o riproduttivo – le ancelle.

Stiamo costruendo una società coerente con l’Ordine Divino – una città posta sopra un monte, la luce delle nazioni – e agiamo spinti dallo spirito di carità.

Tutto è giusto, tutto è caritatevole a Gilead. Lì dove c’è intento divino c’è sicuramente buona azione. Ogni cosa è in ordine, equilibrata e segue una meccanica perfetta. Ma il caos soggiace, come un fantasma, sempre pronto a riapparire e a rimettere in discussione il tutto, poiché la fragilità fa parte di ogni condizione umana, politica e sociale.

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Donne combattenti di Kobane

Ciò che colpisce particolarmente di questo libro è il potere affidato alle donne che si ribellano, alla loro forza e alla loro collaborazione anche a costo della propria vita. La speranza è sempre per un mondo diverso e migliore, non solo per i propri figli, ma che per i figli degli altri. I Testamenti celebra sicuramente la lotta femminile e riporta con forza all’attualità del momento, ma a livello di continuazione storico-narrativa era realmente necessario?

Margaret Atwood, I Testamenti, trad. Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2019

Il racconto dell’ancella è dentro di te

b3911b78-1f3b-4652-b25d-30f304f17a38-handmaids-tale-season-2-trailer-696x503Il racconto dell’ancella ci sembra un libro nuovo, nuovissimo, appena pubblicato. Tocca tematiche attualissime come l’inquinamento ambientale, l’aborto e l’estremismo religioso. Ma lo è solo in apparenza, perché il libro esiste dal 1985 e la maggior parte di noi lo ha riscoperto grazie alla serie distribuita da Hulu, ideata da Bruce Miller. Margaret Atwood inizia a scriverlo mentre si trova a Berlino Ovest e lo termina in America, in Alabama, ispirandosi sicuramente a Orwell, Huxley e Bradbury, già narratori di realtà distopiche.

La mia nudità comincia ad apparirmi strana. Il mio corpo sembra appartenere a un’altra epoca.

004epsAmmetto di aver letto il libro dopo aver visto la serie. Un tempo si faceva al contrario. Un tempo. Attratta dai misteri di Gilead, mi sono immersa nel testo della Atwood. La serie, sì, non mi bastava. Eppure, narrativamente parlando, è esaustiva. La fotografia è essa stessa racconto, così come l’impressionante volto della Moss. Nella serie tutto ci dice qualcosa. Il libro non è altrettanto esaustivo. Non si tratta neanche di un romanzo vero e proprio. Nella lettura lo si intuisce. Ancor meglio lo si capisce nelle ultime pagine, in particolare nella parziale trascrizione del “dodicesimo simposio di studi Galadiani” tenuto nel 2195 dal Professor Pieixoto che, insieme al Professor Wade, scopre una raccolta di videocassette con la storia raccontata direttamente dall’ancella Difred. I due studiosi la trascrivono accuratamente, dando così vita a Il racconto dell’ancella, un’opera frammentaria e soprattutto di dubbia autenticità. Ecco. Siamo alla fine. In queste ultime pagine il nastro del racconto si riavvolge. Il lettore è sfidato a riconsiderare la sua lettura in chiave diversa. Probabilmente tutto quello che ha letto non esiste. Metanarazione? O narrazione stessa?

Affondo nel mio corpo come in una palude, un acquitrino, dove io sola tocco.

elizabeth-moss-in-the-handmaids-tale-sex-ceremonyLa bellezza del libro risiede proprio in questo. Nella sua fragilità. Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Difred (sì, June è il nome che le viene dato nella serie). Un buon pretesto che dà maggiore importanza al punto di vista dell’ancella, che in questo caso diventa esclusivo, pur non tralasciando i ricordi della sua vita passata con Luke. Ricordi sbiaditi, brevi, proibiti. L’ancella ha volutamente cancellato il suo nome di battesimo. Ha perso la sua identità per costruirsene una nuova in un periodo storico, quello di Gilead, che ti imponeva una nuova cultura e quindi una nuova maschera.

Mi dico che non è importante, un nome è come un numero di telefono, utile per gli altri; ma mi sbaglio. […] È un nome sepolto, circondato di mistero come un amuleto sopravvissuto a un passato incredibilmente distante.

The-Handmaids-Tale-2x05-3-696x315La voce dell’ancella Difred, da cui apprendiamo molto sulla struttura interna di Gilead, è una voce forte, potente, ma al tempo stessa debole e disperata. Altro non ha che la voce per manifestare tutta la sua solitudine e confusione. Figlia di un altro mondo, tutto libero e occidentale, si ritrova catapultata in una realtà nuova, reinventata, a favore della costruzione di una nuova società che dovrebbe essere migliore: Gilead è dentro di te, diceva Zia Lydia. Migliore non fu.

Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi, tra le storie altrui.

Così Gilead diventa un incrocio di vite costrette a coesistere tra di loro con ruoli ridefiniti, in cui ci sono i forti e coloro che devono obbedire, o meglio, fare il loro dovere. Ogni identità è persa, persino da chi detiene il potere, a fronte di una nuova maschera da indossare, fatta di obblighi e parvenze. Tutto è formalità. Messinscena. Commedia.

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Il racconto dell’ancella resta dentro, come una macchia rossa indelebile. La voce di Difred (che in inglese è Ofred, quindi metaforicamente Offerta, forse al sacrificio) è la voce delle donne costrette a soffocare, al silenzio, a essere dimenticate. Ma è anche la voce degli uomini e dei bambini. È una voce corale che lotta contro un sistema ingiusto e irrazionale. È una voce universale che sicuramente farà eco, nei tempi a venire.

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, trad. C. Pennati, Ponte alla Grazie, 2017

Lame d’autunno – un haiku di Recchioni e Accardi su La Lettura

43496540_1118478524977749_9152795931656060928_nQuando si parla di haiku si pensa sempre a qualcosa di inafferrabile. Parole lievi ed essenziali che, mentre vengono pronunciate, o meglio bisbigliate, sfuggono. Suoni che quasi si perdono, come i fiori di ciliegio che cadono o come il tonfo di una rana nello stagno. Tutto rimanda alla nostra fugacità.

Cosa ci resta dopo un haiku?

Malinconia? Bellezza? Un sorriso? Un’immagine? Una domanda? Un desiderio? Il più delle volte potrebbe non restarci nulla, tanto è breve la loro vita. E siamo costretti a rileggere, con lo sforzo di conservare qualcosa.

Su La Lettura del 7 ottobre 2018 (#358), sfogliandolo distrattamente alla ricerca di qualcosa che possa colpirmi, trovo una sopresa: tavole di Andrea Accardi che illustrano un haiku di Roberto Recchioni.

Ecco l’autunno/scintillano le spade/ultimi fuochi

43445428_359804907896838_5159870965206745088_nSi tratta di uno spin-off che anticipa l’uscita di Chanbara. Il lampo e il tuono, graphic novel per la SBE, previsto per l’11 ottobre.

Haiku e samurai risulta sempre una combinazione perfetta. Entrambi appartengono alla transitorietà delle cose. Entrambi si nutrono di mono-no-aware, la sensibilità delle cose.

Famosi sono i componimenti Jisei (componimento di morte) che venivano scritti dai samurai prima di fare seppuku o prima di un’importante battaglia.

Anche una vita generosa
non è che una coppa di sake;
una vita di quarantanove anni
è passata in un sogno;
io non so cosa sia la vita, né la morte.
Gli anni passano: ma tutto è sogno.

Uesugi Kenshin

Nell’haiku illustrato su La Lettura ritroviamo lo stesso spirito: la quiete, la forza e la morte. Il tutto ricamato da un rosso pallido, che dona ai tratti una certa immobilità, un’attesa quasi estatica. Sembra quasi di essere lì dentro, di osservare i due samurai che si contendono la vita. Sembra di sentirlo quel sole al tramonto e quel vento che sposta le foglie e i pensieri.

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In quelle tavole non c’è solo l’Oriente. L’ultimo verso mi fa pensare al romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, dal titolo, appunto, Gli ultimi fuochi. E se non fosse morto, probabilmente sarebbe stato il suo capolavoro. Un libro che resta, anche lui, nella transitorietà delle cose.

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