Lettera a Ilaria Palomba su “Purgatorio” – “Scrivo nella lingua del sogno”

Cara Ila,

stringo tra le mani la tua ultima fatica letteraria. 203 pagine dense, in attesa di essere scoperte. So che questo viaggio tra le tue parole non sarà semplice, né privo di pericoli. La tua scrittura così analitica, lucida, a tratti ipnotica, crea un vortice affascinante nel mare della quotidianità. 

Cosa mi spaventa? Il tuo raccontare che al tempo stesso è menzogna, autenticità e tentativo di imitare gli idoli letterari. Poiché questo tuo modo di narrare spinge a inventare dubbi. Ed è tra queste fessure che la poesia, come lucida perla tra scorze terrestri, rimane protetta. A tal proposito, la Pizarnik riecheggia, profeta del dolore e della Poesia: Tu scegli il luogo della ferita / dove dicemmo il nostro silenzio. /Tu fai della mia vita / questa cerimonia troppo pura.

In queste ore, in questi giorni, percorro Purgatorio come una viandante. Non cerco strade, ma silenzi, vuoti, dolore. Cerco una non via di fuga, un anfratto nel quale rifugiarmi, dove la musica di Saint-Saëns risuona, vibrante e solitaria. 

Quasi da subito, penso che Purgatorio costituisca una costola di Vuoto. Richiami, ponti tra le pagine, ricordi. E forte è il desiderio di veder fuoriuscire una terza costola, chissà, nel futuro delle tue invenzioni e ispirazioni. Un  triangolo perfetto, quindi, o una sorta di Ciclo del sogno.

Tra le frasi che compongono la vastità di questo libro, tra le tante citazioni che ho segnato, pagine che ho riletto, emerge un corpo nuovo. Un corpo disabitato, fallimentare, dilaniato, scisso, preso in prestito o di scarto, raffermo, scorticato, insomma, il corpo di un’altra. E capisco quando dici che si torna a nuova vita, come se fossimo in debito verso questa vita stessa. È la sensazione di chi torna a riabitarsi. In questo ritrovarsi perdendosi, tu hai creato nuova materia letteraria. E sembra quasi di toccarla, questa pasta dura, scura, ostile, impenetrabile. 

L’idea di questa lettera mi è venuta in corso di lettura, dalle lettere che integrano il romanzo. Ho scritto sempre sui tuoi lavori, in forma critica. Questa volta, su questa tua nuova costola letteraria, ho avuto l’esigenza di esprimere diversamente il mio pensiero. Che così resterà, sincero e intimo. 

Mariella 

Il dipinto è Paesaggio con lanterne di Paul Delvaux (1958)

Hotel Roma: il viaggio di Pierre Adrian nel dolore di Pavese

A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? Così scriveva Rilke in una poesia del 1914. È questa la domanda che oggi rivolgiamo a un Cesare Pavese immaginario, ancora vivo tra i morti, fantasma accanto alle nostre letture e ai nostri pensieri. A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? 

Questa stessa domanda anima Hotel Roma (Gallimard), il libro che lo scrittore francese Pierre Adrian dedica all’ultima estate di Cesare Pavese. Adrian si mette sulle tracce del poeta, cercando di decifrare quel lamento urlante e al contempo silenzioso che lo tormentò, fino al 27 agosto 1950, quando Pavese si tolse la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma a Torino.

Quella di Adrian è una ricerca nel dolore di Pavese, nel suo lacerante vizio di essere al di fuori della sua epoca e al tempo stesso radicato in una scrittura metamorfica e nuda. Una scrittura frenetica e ossessiva che per anni ha tenuto Pavese in bilico tra pulsioni accecanti e abissi interiori. Un viaggio, quello di Adrian, che parte da Torino, città simbolo della vita di Pavese, ma anche di un’assenza, di un oblio che sembra aver inghiottito il ricordo del poeta.

Torino conserva il fascino di un passato letterario, ma il tempo ha trasformato i luoghi, spogliandoli della loro memoria viva. Nei caffè storici come l’Elena o nelle librerie come La Bussola, dove un tempo aleggiava la presenza di Pavese, oggi solo l’immaginazione di Adrian riesce a evocarlo. Torino, la sua Torino, sembra aver dimenticato l’uomo che vi ha trovato sia la sua vocazione sia la sua fine.

Tra i capitoli più commoventi emerge il ricordo legato all’esilio di Pavese a Brancaleone, in Calabria, dove arrivò ammanettato e senza scorta il 3 agosto del 1935. Lo scrittore fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: scambiava lettere con Battistina Pizzardo, militante del partito comunista.

Nonostante la delusione e l’umiliazione, Pavese venne accolto  in Calabria affettuosamente. Ancora oggi è possibile visitare la sua camera, dove il custode, Carmine, si occupa quotidianamente di quel luogo ormai fantasma. 

Anche la camera numero 346 dell’Hotel Roma di Torino è ancora lì. Conserva la tragedia del tempo nella sua immutabilità, con il telefono di bachelite appeso al muro e la carta da parati vintage. Una stanza che è ormai un santuario del dolore.

Hotel Roma è dunque il racconto di un viaggio non solo fisico ma anche interiore, in cui Pierre Adrian si mette in ascolto della sofferenza di Pavese, non per comprendere fino in fondo le ragioni del suo gesto, ma per celebrarlo. La scrittura di Adrian è delicata, quasi amicale, come se Pavese fosse un compagno di strada, una presenza costante nel suo viaggio di scoperta. Il tono pacato e misurato della narrazione conferisce al libro un passo leggero, che si lascia sfiorare con la stessa dolcezza con cui un ricordo sfuma dalla memoria.

E quella domanda iniziale, A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?, rimane aperta, forse destinata a non trovare mai una risposta definitiva.

Cesare Pavese devint l’écrivain de mes trente ans sans doute parce que je ne cherchais plus de maître à penser mais seulement un ami pour me tenir compagnie. J’acceptais le monde, désormais, et avais renoncé à le transformer. 

“L’Impossible retour” in Giappone: il nuovo romanzo di Amélie Nothomb tra nostalgia e disincanto 

Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel). 

In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.

Kinkaku-ji

Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.

Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto. 

Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.

Ryoan-ji di Kyoto

Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.

Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile. 

La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.

Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.

“Vuoto” di Ilaria Palomba: un libro dell’altrove

Di fronte a questa normalità disumana, la follia è una via di fuga, un tentativo estremo di urlare: Il vostro mondo non mi sta bene, non lo accetto, lo rifiuto, non voglio viverci! Ma se urlerete una volta, sarete condannati a tacere per sempre, altrimenti c’è la contenzione, lì, pronta, ad aspettarci a braccia aperte. Soffri? Soffri abbastanza?

Il bello di quando iniziamo a leggere un libro è l’incognita del viaggio che ci aspetta. Spesso il titolo può essere una guida o anche un nemico, come nel caso di Vuoto di Ilaria Palomba. Titolo secco, dalle prospettive senza troppe interpretazioni, che conduce il lettore verso un percorso di amore/odio.

Iris, la giovane donna, è protagonista di un romanzo di deformazione che tocca vertigini e abissi. Senza apparenti coordinate di scrittura, l’autrice tesse le trame invisibili dell’inconscio di tutti i personaggi. Abile chirurga, viviseziona anime e corpi. Nulla sfugge alla sua psiche presente nel mondo reale, ma anche attenta a quell’altrove di cui si fa abile scrutatrice. Sì, Vuoto è un libro dell’altrove e dell’inapparente.

Nel racconto di Vuoto, tutto quello che vediamo ha un doppio. Un doppio che a sua volta diventa specchio, prisma, mosaico, fino a diventare una nebulosa impercettibile all’occhio umano. Tutta la potenza negativa e positiva della mente è qui, tra queste pagine che risucchiano il lettore in un monologo a tratti devastante, a tratti vertiginoso. In certi momenti, tutto si fa buio. Il lettore non ha coordinate e si deve necessariamente abbandonare all’ebrezza di un potente flusso di coscienza.

Come si arriva a sopportare il vuoto? Soprattutto, cos’è questo vuoto in cui quasi tutti i personaggi si inabissano, placidamente? Potrebbe avere le sembianze di una melma quotidiana o di un ideale inarrivabile. Potrebbe essere la nausea di corpi che si trascinano nella vita o la complessità contemporanea di un sistema sociale asfittico e violento. Potrebbe essere il nulla che appartiene all’uomo dalla sua nascita? Potrebbe essere il vuoto di Ilaria Palomba condizione per esistere, resistere e distruggersi per poi rinascere? Il Vuoto come ciclo intermittente, che ci accompagna nel mistero della vita?

La sofferenza, la malattia mentale, la depressione, il suicidio, l’inaccettabilità, i traumi infantili, gli stupri, la psicosi, gli psicofarmaci: tutti tabù della nostra società che Ilaria Palomba scopre, senza fare sconti. Fatti reali? Invenzione letteraria? Cosa importa. Qui è la scrittura a parlare e a farsi corpo offerto all’indifferenza.

Con la depressione la nostra civiltà ci ha fatto i soldi, se sei felice diventi pericoloso. Ci vorrebbero tutti depressi e incatenati, possibilmente suicidi, per poi amarci da morti. Facile così. Delirare il mondo, non partire e non concludere, eludere la depressione – la riflessione su di sé che conduce al senso – farsi eco, non suicidio.

In questa “apologia della rivolta” all’interno di una società umiliante e soffocante, Iris trova il modo di riavvolgersi. Così gli inverni non sono eterni inverni e i deliri possono rifiorire, anche se appassiti.

Ilaria Palomba, Vuoto, Les Flâneurs Edizioni, 2022.

No. Non ho letto La Nausée di Sartre in una stanza tutta per me

In una stanza d’albergo di Lecce

Era un pomeriggio strano quando avevo tra le mani l’antologia letteraria francese del ‘900. Ogni tanto mi capita di sfogliarla per non perdere il gusto della letteratura nel tempo. Rileggo così, un po’ per caso, un estratto de La Nausée di Sartre e di quando Antoine Roquentin si trova davanti alle radici di castagno. Ho sentito immediatamente quelle parole attraversarmi come una verità a me ancora sconosciuta, martellandomi per giorni e giorni. Ho dovuto ammettere a me stessa di non aver mai letto quel libro, anche perché i libri non si devono leggere per forza. Arrivano così, all’improvviso ti chiamano, per una ragione. Com’è successo a me.

Compro il libro ma mi scontro subito con la realtà: non potevo leggerlo nell’amore e nel silenzio di “una stanza tutta per me”. Ero continuamente in giro per impegni scolastici. E così è iniziato questo mio viaggio nel quotidiano, in compagnia de La Nausée di Sartre.

[…] je vais au hasard, vide et calme, sous ce ciel inutilisé.

I giorni passano e sento che in questo libro, una banale edizione di Poche, l’unico ordine possibile sembra essere quello cosmico, in cui ogni essere respira, vive e muore. Esattamente come stavo facendo io – respiravo e vivevo. Lo sguardo di Sartre sul mondo è uno sguardo lento e dolce, che segue il tempo dei gesti, delle azioni e delle parole. Lo stesso sguardo di cui avevo bisogno io per perdermi, lontana dal vizio di quella quotidianità dolce e spietata.

[…] les choses sont tout entières ce qu’elles paraissent – et derrière elles… il n’y a rien.

La Nausée va letto nei ritagli di vita quotidiana, nei luoghi meno indicati per la lettura: su un treno chiassoso, in un bar con la tv accesa, nella pausa pranzo tra colleghi rumorosi, al mare in piena estate, in un’estranea camera d’albergo. Molti si aspetterebbero di leggerlo nel silenzio di una stanza confortevole, ma cosa ci racconterebbe? Questo libro va letto, ripeto, mentre semplicemente si esiste, mentre un’ape in un parco interrompe lo scorrere della prosa, mentre una cameriera al bar ci chiede se desideriamo altro. Perché questo libro è così. Deve insinuarsi in noi, nella nostra esistenza fatta di fratture, intermittente e malridotta. Ho provato, così, a farmi accompagnare da La Nausée in alcuni momenti della mia vita. E quando distoglievo gli occhi dalle pagine, il mio sguardo sul mondo si faceva diverso. Io stavo diventando diversa. La Nausée montava anche in me, come un fatto organico normale.

J’existe. C’est doux, si doux, si lent. Et léger.

Un libro lo iniziamo perché ne abbiamo bisogno. È lui a cercarci, in qualche modo. Ci incontra, entra in noi e, spudoratamente, ci cambia. Eppure, c’è qualcosa in questo libro che ancora mi sfugge. Il momento in cui la nausée sale e perché. Momento sempre inatteso e misterioso.

En ce moment même – c’est affreux – si j’existe, c’est parce que j’ai horreur d’exister.

Questa è la storia della lettura di un libro. Perché un libro non si legge soltanto. Mentre lo leggiamo, il libro vive, viaggia, lavora, pensa, si riposa. Questa è la storia di un libro che non ha preso pace, perché non ha avuto il conforto del silenzio di una stanza caldamente illuminata. L’ho letto in una fase impegnativa della mia vita e ha vissuto con me gli alti e i bassi del quotidiano. E così, a fine lettura, il libro ha l’odore dei momenti vissuti e s’intravede quel giallo che col tempo si intensifica. Il giallo dello sporco dei giorni e della sua misteriosa e incombente nausea esistenziale.

Je ne possède que mon corps ; un homme tout seul, avec son seul corps, ne peut pas arrêter les souvenirs ; ils lui passent au travers. Je ne devrais pas me plaindre : je n’ai voulu qu’être libre.

Quando il carcere femminile ferma la fantasia: L’Università di Rebibbia di Goliarda Sapienza

Sapienza con le amiche ex detenute di Rebibbia al Circolo Mondoperaio di Roma (Fonte: «La Repubblica», 26 febbraio 1983)

Prima di iniziare a leggere un libro, ho l’abitudine di sfogliarlo, più volte. Lo faccio inconsapevolmente, forse con il desiderio di stuzzicare maggiormente la lettura o semplicemente sentire l’odore delle pagine. In quello sfogliare, quasi frenetico, capto frasi, parole, come se un vortice di lettere mi inglobasse nel suo nulla.

L’Università di Rebibbia, della “scandalosa” e incompresa Goliarda Sapienza, colpisce da subito. Non solo per il titolo. Capiamo, sin dalle prime pagine, che l’autrice non si nasconde. È lei, Goliarda, la protagonista di queste “sudicie” pagine di memoria all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Sì, pagine sudicie, maleodoranti, disturbanti.

Ma che ci fa la scrittrice, l’attrice, la poetessa, all’interno di un carcere? È tutto vero? Finzione narrativa? No. Goliarda Sapienza in carcere ci è stata veramente, all’età di 55 anni, con l’accusa di ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. In sintesi, aveva rubato dei gioielli a un’amica. E in quegli anni, la povera Goliarda non se la passava bene, a causa di gravi difficoltà economiche che spesso si abbattano sui visionari e sulle menti alternative.

In questo viaggio tormentato all’interno di un carcere, con la sua narrazione, Goliarda sfiora quasi il paradosso. La sua scrittura non teme la staticità e la reclusione. Si fa più viva, soprattutto nei dialoghi e nei linguaggi, che l’autrice coglie e trascrive. Penna viva, poliedrica, sensibile, che percepisce ogni sentimento, movimento, corpo, anima. Tant’è che avverte quasi la necessità di mettere un freno a tanta inaspettata vivacità: Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.

All’interno di questo spazio sconosciuto, dove nulla arriva all’esterno – mi riferisco quantomeno all’epoca in cui il testo è stato scritto – , dove la “noia se taja cor cortello”, Goliarda si muove come una nota stonata. Lei è diversa. Ha un aspetto da benestante, parla bene l’italiano e si esprime con concetti che vanno al di là della semplice e facile condensazione del quotidiano: Non si sfugge alla propria classe. Lo scarto che si crea tra privilegiati e abbandonati è quasi incolmabile: Ma la mia persona appare di poco interesse in questo calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa. Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, dagli ambienti fin dalla culla, protetti fin da bambini dal bisogno vero restiamo anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio.

E così, in un mondo che ti costringe continuamente a cercarti un posto, una collazione all’interno della società, un ruolo, una faccia, una maschera, e nonostante questa ricerca spasmodica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo è sempre più privo di identità, il carcere diventa il luogo della predestinazione: Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare «la tua identità», come si usa dire da qualche tempo.

Goliarda scopre un microcosmo nuovo, che ribalta tutta la conoscenza del mondo e della società fuori. Un microcosmo che unisce e obbliga alla convivenza in ambienti claustrofobici vite diverse, vite al margine, vite complicate, disperate, annullate: […] la brama delle cose necessarie per sopravvivere è così esasperata qui dentro che ti fa sentire (al confronto di quelli che vengono a trovarti) una vera bestia solo ansiosa di pezze per coprirti e bocconi da ingoiare voracemente.

Il carcere diventa per l’autrice – forse per disperazione, forse per insurrezione socioculturale – un luogo nuovo, dinamico, ricco di varietà culturali, di convivenze linguistiche e religiose, sfiorando, forse, una eccessiva idealizzazione: Si insinua nella mente una speranza, speranza incerta, forse menzognera ma viva: in questo luogo arriva – anche se per vie traverse – l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvie all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori. Nel momento in cui scrive queste parole, Goliarda Sapienza non è un personaggio ben visto, a causa dei suoi pensieri troppo liberali o troppo avanti per l’epoca. Il padre, fortunatamente, non le ha mai permesso di frequentare la scuola fascista, optando per lo studio a casa. Sua madre, Maria Giudice, è stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino. Il suo libro più discusso, L’arte della gioia, è stato pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2000, a causa delle tematiche ritenute troppo scandalose per l’epoca.

L’Università di Rebibbia, per Goliarda, è il libro del riscatto. Lei, intellettuale benestante, riscopre “l’università cosmopolita [di Rebibbia] dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo”, alla faccia del mondo fuori dove oramai non si impara più nulla, se non l’arte di obbedire alla massa e a una politica che perde sempre più il controllo sui corpi sociali più deboli, trascurandoli o gettandoli tra quattro mura, senza cura del diverso, del fragile, ignorando la miseria a favore di un equilibrio perverso, fatto di apparenze e false credenze: Vieni, Renato, e portaci la libertà! O una bella morte serena… la vedo: un grande angelo azzurro e d’oro col tuo viso, Renato, che scende piano piano, ci raccatta insieme e cantando ci porta su in cielo!

Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi, 2016.

Mishima e la vita in vendita: l’inedito pubblicato da Gallimard

È sorprendente vedere pubblicati degli inediti di uno scrittore che ci ha lasciati tempo fa. In parte ci disorienta, in parte ci incuriosisce. Ormai pensiamo che quello che Mishima doveva dirci ce l’ha detto. Quindi cos’altro aveva da raccontarci di così bello, di così importante?
Vie à vendre, comparso per la prima volta in Giappone nel 1968, è stato pubblicato da Gallimard il 16 gennaio 2020 e tradotto da Dominique Palmé. In Italia dovrebbe uscire con il titolo Vita in vendita, edito da Feltrinelli.

Je propose une vie à vendre. À utiliser à votre guise. Homme, 27 ans. Confidentialité garantie. Aucune complication à craindre.

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Hanio Yamada, giovane pubblicitario, dopo aver fallito nel suo tentativo di suicidio, decide di pubblicare un annuncio su un giornale, in cui mette in vendita la propria vita: Après avoir raté son suicide, Hanio vit s’ouvrir devant lui un monde absolument vide, d’une liberté merveilleuse. Hanio si sente libero, dal momento che la sua vita è diventata una piacevole leggerezza, priva di ogni responsabilità umana e sociale. La sua idea scatena una serie di incontri improbabili, che lo spingeranno a un’esistenza rocambolesca. Sembra quasi un racconto allucinato, psichedelico, in cui ogni cosa appare attraverso forme fluide, sfocate e sfuggenti, parce que chacun d’entre nous a ses rêves.

Je vous conseille d’arrêter de considérer les choses de façon trop compliquée. La vie humaine, la politique, c’est beaucoup plus simple et plus superficiel que vous ne croyez. Mais à moins d’être prêt à mourir à n’importe quel moment, on ne peut pas adopter cet état d’esprit. C’est le désir de vivre qui nous pousse à voir les choses sous un jour beaucoup trop complexe.

Con questo libro Mishima disintegra la società e la politica giapponese dall’interno, lanciando una provocazione attraverso il commercio della vita. Non è in questione l’etica o l’ideologia, ma tutto un apparato che limita l’uomo nelle sue aspirazioni e nei suoi desideri. Appartenere a un gruppo, fare massa, non è forse un modo di cristallizzare il proprio io emotivo e creativo?

Dans ce monde il y a aussi des gens qui ne se rattachent à aucun groupe. Des gens qui vivent libres, et qui sont capables de mourir libres.

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In questo scenario grottesco, di personaggi fuori dall’ordinario, Hanio ha una naturale capacità di metamorfosi. Cambia pelle a ogni incontro, in ogni situazione. In questa discesa a spirale, l’uomo scopre il potere di vendere la propria vita, che non appartiene a nessuna organizzazione o gruppo politic0. Un potere che fa sicuramente terrore a molti, dal momento che l’essere umano non è prigioniero neanche della paura della propria morte: Tout ça est ridicule!

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“I Testamenti” di Margaret Atwood. Un libro necessario?

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Una scena della serie tv

Da poco fresco di stampa, I Testamenti di Margaret Atwood si propone come sequel a Il racconto dell’Ancella, pubblicato nel 1985. Nello sfogliare le pagine il lettore si accorge subito di trovarsi dinanzi a un libro diverso dal precendente, che si presenta come una raccolta di testimonianze ben catalogate e numerate. Un documento, dunque, che allontana l’idea di fiction e avvicina il lettore all’idea di reperto storico raro. Le voci narranti sono affidate a Zia Lydia, Agnes e Daisy, che si incontreranno/scontreranno nelle vicende di Gilead, attraverso le loro storie personali e i loro punti di vista diversi. Zia Lydia rappresenta l’autorità e la forza espressiva che ne deriva. Agnes è la voce dell’innocente che cresce a Gilead, con una dottria rigida che le modella la coscienza. Daisy, invece, vive in Canada ed è il punto di rottura, l’anello mancante che serviva al Mayday per distruggere Gilead. Saranno proprio le tre donne a provocare, consapevolmente e inconsapevolmente, la caduta del regime.

Contrariamente a quel che potresti pensare, mio lettore, Gilead ha conosciuto la bellezza. Perché non avremmo dovuto desiderarla?

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ph. Svetlana Bulatova

Sono passati molti anni da quando l’ancella Offred è riuscita a varcare il confine di Gilead, portando con sé Baby Nicole. La neonata più ricercata del mondo è diventata un simbolo del paese e del nuovo regime. I bambini vengono cresciuti con la paura di fare la fine di Baby Nicole, quindi di essere portati altrove, in un mondo non protetto, peccatore e sconosciuto. Un mondo che non è sicuro e puro come Gilead eche offre, agli occhi di chi vi abita, benessere, bellezza e protezione.

In questo nuovo scritto della Atwood siamo dentro la mente di Gilead. Nel suo modo di vivere e di gestire l’economia e la società, le relazioni e i rapporti famigliari, siamo dentro al suo modo di pensare, nel suo credo, nella sua filosofia. Siamo nella mente del ‘mostro’, all’interno dei suoi meccanismi complessi, perversi e contraddittori. Siamo all’interno di tutto ciò che ancora non si sapeva su Gilead.

La mia vita avrebbe potuto essere molto diversa. Se solo mi fossi guardata attorno, se avessi capito la situazione. Se solo avessi fatto le valigie in tempo, come fece qualcuno, e avessi lasciato il Paese.

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ph. Lauren DeCicca

Gilead è uno stato mentale. È come un morbo che ti corrode la libertà, i sentimenti, le emozioni, al servizio di un ideale, al servizio del Paese. Le figure più penalizzate sono le donne, costrette a subire in silenzio, private della loro libertà, dei diritti conquistati nella storia, private dell’arma più forte: della parola. Non solo le ancelle vivono in una condizione di violenza continua, ma anche le mogli dei Comandanti, imbellite di piacevole apparenza, sono costrette a tacere e a morire, spesso in circostanze misteriose. Questo fa capire che la donna, a Gilead, non gode di status privilegiati, ed è soltanto un mezzo istituzionale – le mogli dei comandanti – o riproduttivo – le ancelle.

Stiamo costruendo una società coerente con l’Ordine Divino – una città posta sopra un monte, la luce delle nazioni – e agiamo spinti dallo spirito di carità.

Tutto è giusto, tutto è caritatevole a Gilead. Lì dove c’è intento divino c’è sicuramente buona azione. Ogni cosa è in ordine, equilibrata e segue una meccanica perfetta. Ma il caos soggiace, come un fantasma, sempre pronto a riapparire e a rimettere in discussione il tutto, poiché la fragilità fa parte di ogni condizione umana, politica e sociale.

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Donne combattenti di Kobane

Ciò che colpisce particolarmente di questo libro è il potere affidato alle donne che si ribellano, alla loro forza e alla loro collaborazione anche a costo della propria vita. La speranza è sempre per un mondo diverso e migliore, non solo per i propri figli, ma che per i figli degli altri. I Testamenti celebra sicuramente la lotta femminile e riporta con forza all’attualità del momento, ma a livello di continuazione storico-narrativa era realmente necessario?

Margaret Atwood, I Testamenti, trad. Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2019

Il racconto dell’ancella è dentro di te

b3911b78-1f3b-4652-b25d-30f304f17a38-handmaids-tale-season-2-trailer-696x503Il racconto dell’ancella ci sembra un libro nuovo, nuovissimo, appena pubblicato. Tocca tematiche attualissime come l’inquinamento ambientale, l’aborto e l’estremismo religioso. Ma lo è solo in apparenza, perché il libro esiste dal 1985 e la maggior parte di noi lo ha riscoperto grazie alla serie distribuita da Hulu, ideata da Bruce Miller. Margaret Atwood inizia a scriverlo mentre si trova a Berlino Ovest e lo termina in America, in Alabama, ispirandosi sicuramente a Orwell, Huxley e Bradbury, già narratori di realtà distopiche.

La mia nudità comincia ad apparirmi strana. Il mio corpo sembra appartenere a un’altra epoca.

004epsAmmetto di aver letto il libro dopo aver visto la serie. Un tempo si faceva al contrario. Un tempo. Attratta dai misteri di Gilead, mi sono immersa nel testo della Atwood. La serie, sì, non mi bastava. Eppure, narrativamente parlando, è esaustiva. La fotografia è essa stessa racconto, così come l’impressionante volto della Moss. Nella serie tutto ci dice qualcosa. Il libro non è altrettanto esaustivo. Non si tratta neanche di un romanzo vero e proprio. Nella lettura lo si intuisce. Ancor meglio lo si capisce nelle ultime pagine, in particolare nella parziale trascrizione del “dodicesimo simposio di studi Galadiani” tenuto nel 2195 dal Professor Pieixoto che, insieme al Professor Wade, scopre una raccolta di videocassette con la storia raccontata direttamente dall’ancella Difred. I due studiosi la trascrivono accuratamente, dando così vita a Il racconto dell’ancella, un’opera frammentaria e soprattutto di dubbia autenticità. Ecco. Siamo alla fine. In queste ultime pagine il nastro del racconto si riavvolge. Il lettore è sfidato a riconsiderare la sua lettura in chiave diversa. Probabilmente tutto quello che ha letto non esiste. Metanarazione? O narrazione stessa?

Affondo nel mio corpo come in una palude, un acquitrino, dove io sola tocco.

elizabeth-moss-in-the-handmaids-tale-sex-ceremonyLa bellezza del libro risiede proprio in questo. Nella sua fragilità. Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Difred (sì, June è il nome che le viene dato nella serie). Un buon pretesto che dà maggiore importanza al punto di vista dell’ancella, che in questo caso diventa esclusivo, pur non tralasciando i ricordi della sua vita passata con Luke. Ricordi sbiaditi, brevi, proibiti. L’ancella ha volutamente cancellato il suo nome di battesimo. Ha perso la sua identità per costruirsene una nuova in un periodo storico, quello di Gilead, che ti imponeva una nuova cultura e quindi una nuova maschera.

Mi dico che non è importante, un nome è come un numero di telefono, utile per gli altri; ma mi sbaglio. […] È un nome sepolto, circondato di mistero come un amuleto sopravvissuto a un passato incredibilmente distante.

The-Handmaids-Tale-2x05-3-696x315La voce dell’ancella Difred, da cui apprendiamo molto sulla struttura interna di Gilead, è una voce forte, potente, ma al tempo stessa debole e disperata. Altro non ha che la voce per manifestare tutta la sua solitudine e confusione. Figlia di un altro mondo, tutto libero e occidentale, si ritrova catapultata in una realtà nuova, reinventata, a favore della costruzione di una nuova società che dovrebbe essere migliore: Gilead è dentro di te, diceva Zia Lydia. Migliore non fu.

Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi, tra le storie altrui.

Così Gilead diventa un incrocio di vite costrette a coesistere tra di loro con ruoli ridefiniti, in cui ci sono i forti e coloro che devono obbedire, o meglio, fare il loro dovere. Ogni identità è persa, persino da chi detiene il potere, a fronte di una nuova maschera da indossare, fatta di obblighi e parvenze. Tutto è formalità. Messinscena. Commedia.

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Il racconto dell’ancella resta dentro, come una macchia rossa indelebile. La voce di Difred (che in inglese è Ofred, quindi metaforicamente Offerta, forse al sacrificio) è la voce delle donne costrette a soffocare, al silenzio, a essere dimenticate. Ma è anche la voce degli uomini e dei bambini. È una voce corale che lotta contro un sistema ingiusto e irrazionale. È una voce universale che sicuramente farà eco, nei tempi a venire.

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, trad. C. Pennati, Ponte alla Grazie, 2017

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