Di fronte a questa normalità disumana, la follia è una via di fuga, un tentativo estremo di urlare: Il vostro mondo non mi sta bene, non lo accetto, lo rifiuto, non voglio viverci! Ma se urlerete una volta, sarete condannati a tacere per sempre, altrimenti c’è la contenzione, lì, pronta, ad aspettarci a braccia aperte. Soffri? Soffri abbastanza?
Il bello di quando iniziamo a leggere un libro è l’incognita del viaggio che ci aspetta. Spesso il titolo può essere una guida o anche un nemico, come nel caso di Vuoto di Ilaria Palomba. Titolo secco, dalle prospettive senza troppe interpretazioni, che conduce il lettore verso un percorso di amore/odio.
Iris, la giovane donna, è protagonista di un romanzo di deformazione che tocca vertigini e abissi. Senza apparenti coordinate di scrittura, l’autrice tesse le trame invisibili dell’inconscio di tutti i personaggi. Abile chirurga, viviseziona anime e corpi. Nulla sfugge alla sua psiche presente nel mondo reale, ma anche attenta a quell’altrove di cui si fa abile scrutatrice. Sì, Vuoto è un libro dell’altrove e dell’inapparente.
Nel racconto di Vuoto, tutto quello che vediamo ha un doppio. Un doppio che a sua volta diventa specchio, prisma, mosaico, fino a diventare una nebulosa impercettibile all’occhio umano. Tutta la potenza negativa e positiva della mente è qui, tra queste pagine che risucchiano il lettore in un monologo a tratti devastante, a tratti vertiginoso. In certi momenti, tutto si fa buio. Il lettore non ha coordinate e si deve necessariamente abbandonare all’ebrezza di un potente flusso di coscienza.
Come si arriva a sopportare il vuoto? Soprattutto, cos’è questo vuoto in cui quasi tutti i personaggi si inabissano, placidamente? Potrebbe avere le sembianze di una melma quotidiana o di un ideale inarrivabile. Potrebbe essere la nausea di corpi che si trascinano nella vita o la complessità contemporanea di un sistema sociale asfittico e violento. Potrebbe essere il nulla che appartiene all’uomo dalla sua nascita? Potrebbe essere il vuoto di Ilaria Palomba condizione per esistere, resistere e distruggersi per poi rinascere? Il Vuoto come ciclo intermittente, che ci accompagna nel mistero della vita?
La sofferenza, la malattia mentale, la depressione, il suicidio, l’inaccettabilità, i traumi infantili, gli stupri, la psicosi, gli psicofarmaci: tutti tabù della nostra società che Ilaria Palomba scopre, senza fare sconti. Fatti reali? Invenzione letteraria? Cosa importa. Qui è la scrittura a parlare e a farsi corpo offerto all’indifferenza.
Con la depressione la nostra civiltà ci ha fatto i soldi, se sei felice diventi pericoloso. Ci vorrebbero tutti depressi e incatenati, possibilmente suicidi, per poi amarci da morti. Facile così. Delirare il mondo, non partire e non concludere, eludere la depressione – la riflessione su di sé che conduce al senso – farsi eco, non suicidio.
In questa “apologia della rivolta” all’interno di una società umiliante e soffocante, Iris trova il modo di riavvolgersi. Così gli inverni non sono eterni inverni e i deliri possono rifiorire, anche se appassiti.
È il 2 novembre del 1975 quando il corpo di Pier Paolo Pasolini viene trovato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Un corpo martoriato, fatto a pezzi, la cui violenza d’immagine contrasta con gli anni della Bellezza che Pasolini ha provato a creare, in un’Italia già piena di contraddizioni e storture.
La poesia, la lingua friulana, il bianco e nero dei suoi film, la ricerca estetica, il candore della sua voce, il tutto frullato nel vortice di quella morte improvvisa e immorale.
Mi avvicino inizialmente a Pasolini grazie alla sua attività di insegnante di scuola media, colpita da alcune citazioni riportate nel libro Improvviso il Novecento di Giordano Meacci, in cui l’autore traccia, tra luoghi e interviste a ex alunni del poeta, l’attività, seppur breve, di insegnamento presso la scuola Francesco Petrarca di Ciampino. Siamo già in quella periferia romana, protagonista costante della vita privata e artistica dello scrittore.
[…] perché lui non li assillava né considerava il voto importante. Considerava quello che sapevano, non quello che non sapevano. Non andava alla ricerca di quello che non sapevano. Andava alla ricerca di quello che potevano esprimere, e gli alunni con lui erano liberi. Si sentivano molto valorizzati…
È d’obbligo, dopo aver attraversato questi tre anni da insegnante di borgata, immergersi nel vivo della sua scrittura e dei suoi film. In Ragazzi di vita, la mia lettura si fa quasi ossessiva. Non riesco a lasciare quelle pagine fitte, che scorrono come una macchina da presa, tra luoghi decadenti, parlate romane e personaggi che non fanno nulla, immersi completamente nell’ozio della vita di strada. Vengo avvolta da descrizioni minuziose, che mi regalano visioni di mondi lontani a me sconosciuti. In questa lettura sinestetica, scopro un Pasolini attento a un’estetica stilistica ben bilanciata tra complessità descrittiva e lingua di vita, fedele a una realtà che va necessariamente raccontata, senza intoppi morali o sentimentali, esclusivamente definita e modellata da uno stile lucido e razionale. Quelle scene, poi, le rivedo in Accattone, e quei volti li trovo riassunti in quello di Franco Citti, che interpreta il protagonista, perfetto come funambolo tra grazia mancata e volgarità ricercata.
[…] e il Riccetto fece come lui, ma siccome gli schifava raspare con le mani, andò a strappare un ramo da un fico oltre un reticolato che pareva lì dai tempi di Crispi e con quello stando accucciato cominciò a spostare le carte zozze, i cocci, le scatole di medicinali, gli avanzi delle minestre e tutta l’altra roba che gli puzzava intorno.
Il bello di Pasolini è il vortice della sua arte, che non si arresta alla solita estenuante ricerca. Così, in Teorema, film del 1968, trovo atmosfere diverse, in contrapposizione a tutto ciò che di Pasolini conoscevo. Nel film, Pasolini espone il suo “teorema” concettuale e politico: la distruzione del sé piccolo borghese, in una Milano umida e ovattata. Forse il più realistico dei suoi film, i cui appunti vengono abbozzati come “referti” e “dati”, come apprendiamo dal libro, pubblicato successivamente al film. Di questa pellicola, colpiscono la bellezza e la violenza sottesa, in cui azioni e parole sono sospese su una borghese delicatezza, pronta a infrangersi dinanzi al peccato proibito e inaccessibile. L’ambiguo ospite che arriva in questa casa perfetta distrugge tutto – ogni ideale, ogni certezza, ogni salda convinzione – come un giovane Rimbaud che entra in casa Verlaine a sconvolgere per sempre il matrimonio tra Paul e Mathilde. Non a caso, l’ospite è un assiduo lettore di Rimbaud. Parafrasi della vita e di quel mondo che Pasolini tende a scardinare, senza riuscirci. Forse è troppo presto per il poeta che si fa veggente e assolutamente moderno, sempre per riprendere il lontano Rimbaud.
Il piacere di essersi fatta violare da quello sguardo, di essersi volontariamente perduta e degradata, coincide con una vergogna che può essere casuale e legittima: quella di essere stata colta di sorpresa, mentre innocente faceva il suo bagno di sole in terrazza. Ella recita questa parte, diligente e accanita come una bambina: ma la recita, coscientemente, male.
Il Pasolini puro, quello con la lingua di fuoco, che sventra anni di sbagliata politica e di storia, lo ritrovo negli Scritti corsari. Anche qui la mia lettura si fa morbosa e, a un certo punto, persino malinconica. Pagine e pagine di articoli si susseguono, dalle quali emerge una verità inascoltata. Ed è allora, nella giungla pericolosa di quelle parole, che mi accorgo quanto quella voce, oggi, manchi. A noi, nuova società del consumo e del progresso, gentrificata, amalgamata, appiattita dalla globalizzazione colonizzante. Come ci vedrebbe oggi Pasolini? Cosa direbbe di noi che siamo la realizzazione del suo più triste incubo?
Sono passati quarantasette anni dalla pubblicazione di quegli scritti, nel maggio del 1975. A ogni pagina, quella voce che manca si fa nostalgia di una storia del presente asettica, che continua da sola, inesorabile, senza che qualcuno faccia da contraltare. Una storia che scivola, subdola, come quel Petrolio che va via, lasciando tracce indelebili.
L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.
Dopo tanto frastuono – i processi, la morte violenta, gli scritti incriminati, i complotti – qual è il Pasolini che mi piacerebbe ricordare? Sicuramente quello di Atti impuri. In questi scritti incompleti, ritrovo la voce poetica del Pasolini adolescente, che cerca di esplorare la sua sessualità omosessuale, vista, appunto, come un atto impuro e come una forma di peccato. Sembra di avvertire, tra quelle pagine, il continuo rimpianto di non poter amare nella normalità degli amori diversi. Il dolore cresce, si fa colpa e miseria, impoverito ulteriormente dai frastuoni della Seconda Guerra Mondiale. L’amore si trasforma in ossessione proibita e in fantasia deviante e deviata. La frustrazione che ne deriva è un vero e proprio atto di dolore, recitato in ginocchio, su taglienti rovi di spine.
Nisiuti era perfetto, davanti a me, col suo odore di fieno e di latte, la sua carnagione rosata e intensa, ormai un po’ annerita dai primi soli primaverili, le sue pupille nitide e pure. Tutto era contenuto in lui, tutto quello che è necessario all’amore. E niente di chiuso, di inespresso, di adombrato: il suo mistero splendeva chiaro come il suo sguardo.