Una passeggiata nella Napoli porosa di Walter Benjamin e Asja Lacis

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Napoli, febbraio 2020

Dentro Napoli ci puoi camminare per ore, ritornare negli stessi punti e trovarli ogni volta diversi. Può succedere a distanza di pochi minuti, di giorni, di mesi, di anni. Napoli ha la grande abilità di cangiare se stessa. Lo fa con le voci, con i volti, con il cibo, con i corpi, con l’arte, con il commercio. E così i pittori la dipingono, i fotografi la fotografano e gli scrittori? In tanti hanno scritto di Napoli, ma Walter Benjamin, insieme alla drammaturga Asja Lacis, fa di Napoli filosofia, anzi, trasforma Napoli in filosofia, in un articolo che compare sulle pagine del Frankfurter Zeitung nel 1925.

Nelle città si racchiudono i segreti del mondo. La caducità fa da fantasma al progresso, alla velocità, alla competizione mondiale. Napoli, con la sua porosità, protegge nei suoi interstizi e spazi vuoti dimensioni alternative al mondo visibile: Porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare. Così le strade, i balconi, le piazze, le finestre, diventano il teatro – nel senso proprio del temine – dell’esistenza umana.

La musica si diffonde in ogni dove – non è una musica cupa, rintanata nelle coorti, ma una musica raggiante, che risuona per le strade.

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Napoli, febbraio 2020

Benjamin e Lacis attraversano la città perdendosi. Ed è proprio in questo smarrimento che nascono le osservazioni delle più piccole cose e l’analisi di una dinamica camaleontica che è struttura intrinseca alla città. Una dinamica dove il lotto è motivo di guadagno e di socialità, dove i panni stesi si fanno bandiere al vento, dove i fuochi d’artificio sono l’anima popolare: La legge che regola questa vita è, ancora una volta, la porosità – legge ancora tutta da decifrare. Popolata da fantasmi, racconti fantastici, misteri, Napoli rimane in piedi come un miracolo, ma il suo scrigno resta volontariamente inaccessibile.

Diffusa, porosa, disseminata è la vita privata. Ciò che distingue Napoli da tutte le altre città ha a che fare con il kraal degli Ottentotti: ogni comportamento e affare privato è inondato dalle correnti della vita pubblica come da una marea.

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Napoli, febbraio 2020

Lo sguardo nordico di Benjamin permette di captare la caratteristica della vita a Napoli, che si svolge ovunque, dove la vita diventa una vetrina: le finestre, le soglie delle case, i balconi, si fanno strada, piazza, convivenza. Tutto è legato da un enorme filo che collega l’intimo all’esterno: L’esistenza, che per i nordeuropei è la più intima delle faccende, qui a Napoli diventa un fatto collettivo, come nel kraal degli Ottentotti. Ed è in questa vasta scenografia di case e di corpi, di voci e di suoni, che si erge, incomprensibile agli occhi dello straniero, la lingua napoletana, dove il gesto, unito alla parola, è coreografia ben congegnata, ritmica e impulsiva.

Quest’importante saggio, che fissa la legge della porosità, viene riproposto in un libretto esclusivo pubblicato nell’aprile del 2020 dalla Libreria Dante & Descartes di Napoli, curato da Elenio Cicchini, grazie a un profondo scambio intellettuale con Raimondo Di Maio. Non si tratta di un semplice libro, dal momento che è anch’esso poroso, poiché vi compenetrano più elementi: l’amore per i libri, per la ricerca, per la bellezza, per Napoli. La scelta di pubblicarlo ha permesso di farci fare un viaggio più nel tempo che nello spazio, in una città che è abbandono storico, maceria nuova, rovina riscattata alla modernità, che vive di un’attrazione continua verso la bellezza fugace e porosa. Nonostante l’inquieta decadenza, Napoli non sarà mai destinata all’oblio.

Walter Benjamin, Asja Lacis, Napoli porosa, a cura di Elenio Cicchini, Libreria Dante & Descartes, 2020.

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Un’immagine del libro

Incontro con Erri De Luca all’Albero delle Storie di Scampia

72241103_2427805720769975_8355450294129131520_nSembra un sabato come tanti a Scampia. Macchine rumorose e frettolose circolano e si perdono nei lunghissimi stradoni di un paesaggio urbano come tanti, rompendo il silenzio di una periferia apparentemente solitaria. Pochissima gente si muove a piedi e i palazzi appaiono così enormi e distanti da sembrare disabitati. Una volante della polizia vigila sul quinto Ciro Day in Piazza Giovanni Paolo II, in ricordo del tifoso ucciso nel 2014 prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. Ed è in questo clima che Erri De Luca arriva all’Albero delle Storie di Davide Cerullo, in un’atmosfera sospesa, fatta di attese,  silenzi e speranze.

76784568_916795872037357_4778143957089517568_nIncontriamo Erri all’aperto, in compagnia di un ulivo e di animali quali conigli, papere, capre, che da lontano ci osservano, con alle spalle l’imponenza delle Vele. È lì per parlare del suo ultimo libro, Impossibile (ne parlo qui in un precedente articolo), ma anche per raccontarci della genesi e delle suggestioni di questo testo scomodo, che ci narra di un tempo in cui “quando era giovane lui le rivoluzioni brulicavano. Oggi la parola rivoluzione è politicamente scaduta. Si è diversificata in altri significati, come per la rivoluzione scientifica”. Far parte di una rivoluzione non voleva dire seguire una moda o un filone (come accade ultimamente nelle “rivoluzioni” social che non portano quasi mai a nulla, svanendo nel mirino effimero della pubblicità), ma essere numerosi, non avere fiducia nella sola individualità e utilizzare il “noi” come pronome politico.

72479735_2532386830131386_4977192824853233664_nErri ricorda il suo periodo romano, quando si parlava di caos e costruzione. Roma era una città circondata da baracche. I nuovi edifici non venivano venduti e quindi neanche assegnati, in quanto il prezzo era ancora  troppo alto per la condizione economica di allora. Così quelle case iniziarono a occuparle. Le donne erano più decise e determinate, perché dovevano difendere la salute dei figli. Il caos diventava così sinonimo di costruzione a tutti i costi, con le dovute e dolorose resistenze contro gli sgomberi, se non fosse che a ogni sgombero coincideva una nuova occupazione. L’andirivieni tra dentro e fuori le case occupate costrinse l’amministrazione all’assegnazione. Secondo Erri “questo significava fare la rivoluzione”. La storia di Roma ci riporta inevitabilmente anche alla storia di Scampia.

Ed ecco che lo scrittore entra nel vivo del suo nuovo libro. Ci fa notare che l’impossibile capita sempre nelle nostre vite. Il posto dove siamo – l’Albero delle Storie – è impossibile così come la vita recuperata di Davide.

76697303_812541865844984_6873680512515309568_nImpossibile è un dialogo teso tra un giovane magistrato e un uomo di esperienza, accusato di aver ucciso un compagno che in passato lo aveva denunciato. Il nodo di questo testo è proprio l’interrogatorio e come il magistrato lo conduce. Secondo Erri “un interrogatorio non è una ricerca della verità, ma una conferma di ciò che si crede già. Non è affatto un’apertura o una dimostrazione d’interesse”.

L’altro nodo è la montagna, luogo difficile e misterioso. Le persone che ci vanno conoscono i rischi che corrono. E in montagna succedono solo incidenti, nessuna esperienza garantisce l’incolumità. Per il magistrato, invece, quell’incidente, inteso come coincidenza, è una prova della sua colpevolezza. Erri ne approfitta per sottolineare, come accade d’altronde anche nel libro, che le morti sul lavoro non si possono chiamare incidenti, perché lì il rischio non è ricercato ma obbligatorio.

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Con Erri e Davide

Tra un interrogatorio e l’altro, troviamo delle lettere che l’uomo, dalla cella d’isolamento, scrive alla sua donna, affrontando la questione della scrittura in carcere: “Quando scrivi a una persona, dalla cella, quella persona c’è, è lì con te. E più si ha un vocabolario ricercato, più sviluppi questa capacità. Attraverso la scrittura le persone vengono convocate, sono presenti. La fisicità nella scrittura, quindi l’utilizzo di molti verbi, sostantivi, aiuta a evocare le presenze. Scrivere di una persona significa stare lì con quella persona”.

Alla fine della presentazione, Erri viene circondato da un applauso affettuoso, a dimostrazione della gratitudine per quelle parole così preziose. Una donna del pubblico gli chiede: Come le è venuto in mente questo libro? Ed Erri risponde: Camminando. Il corpo si svuota e le idee entrano in testa.

All’incontro era presente l’immancabile Raimondo Di Maio della Libreria Dante & Descartes, con i libri di Erri De Luca e Davide Cerullo, ma anche con dei libri di piccolissimo formato, autoprodotti, da leggere, toccare, collezionare: delle vere chicche per chi ama il libro-oggetto.

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“I Testamenti” di Margaret Atwood. Un libro necessario?

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Una scena della serie tv

Da poco fresco di stampa, I Testamenti di Margaret Atwood si propone come sequel a Il racconto dell’Ancella, pubblicato nel 1985. Nello sfogliare le pagine il lettore si accorge subito di trovarsi dinanzi a un libro diverso dal precendente, che si presenta come una raccolta di testimonianze ben catalogate e numerate. Un documento, dunque, che allontana l’idea di fiction e avvicina il lettore all’idea di reperto storico raro. Le voci narranti sono affidate a Zia Lydia, Agnes e Daisy, che si incontreranno/scontreranno nelle vicende di Gilead, attraverso le loro storie personali e i loro punti di vista diversi. Zia Lydia rappresenta l’autorità e la forza espressiva che ne deriva. Agnes è la voce dell’innocente che cresce a Gilead, con una dottria rigida che le modella la coscienza. Daisy, invece, vive in Canada ed è il punto di rottura, l’anello mancante che serviva al Mayday per distruggere Gilead. Saranno proprio le tre donne a provocare, consapevolmente e inconsapevolmente, la caduta del regime.

Contrariamente a quel che potresti pensare, mio lettore, Gilead ha conosciuto la bellezza. Perché non avremmo dovuto desiderarla?

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ph. Svetlana Bulatova

Sono passati molti anni da quando l’ancella Offred è riuscita a varcare il confine di Gilead, portando con sé Baby Nicole. La neonata più ricercata del mondo è diventata un simbolo del paese e del nuovo regime. I bambini vengono cresciuti con la paura di fare la fine di Baby Nicole, quindi di essere portati altrove, in un mondo non protetto, peccatore e sconosciuto. Un mondo che non è sicuro e puro come Gilead eche offre, agli occhi di chi vi abita, benessere, bellezza e protezione.

In questo nuovo scritto della Atwood siamo dentro la mente di Gilead. Nel suo modo di vivere e di gestire l’economia e la società, le relazioni e i rapporti famigliari, siamo dentro al suo modo di pensare, nel suo credo, nella sua filosofia. Siamo nella mente del ‘mostro’, all’interno dei suoi meccanismi complessi, perversi e contraddittori. Siamo all’interno di tutto ciò che ancora non si sapeva su Gilead.

La mia vita avrebbe potuto essere molto diversa. Se solo mi fossi guardata attorno, se avessi capito la situazione. Se solo avessi fatto le valigie in tempo, come fece qualcuno, e avessi lasciato il Paese.

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ph. Lauren DeCicca

Gilead è uno stato mentale. È come un morbo che ti corrode la libertà, i sentimenti, le emozioni, al servizio di un ideale, al servizio del Paese. Le figure più penalizzate sono le donne, costrette a subire in silenzio, private della loro libertà, dei diritti conquistati nella storia, private dell’arma più forte: della parola. Non solo le ancelle vivono in una condizione di violenza continua, ma anche le mogli dei Comandanti, imbellite di piacevole apparenza, sono costrette a tacere e a morire, spesso in circostanze misteriose. Questo fa capire che la donna, a Gilead, non gode di status privilegiati, ed è soltanto un mezzo istituzionale – le mogli dei comandanti – o riproduttivo – le ancelle.

Stiamo costruendo una società coerente con l’Ordine Divino – una città posta sopra un monte, la luce delle nazioni – e agiamo spinti dallo spirito di carità.

Tutto è giusto, tutto è caritatevole a Gilead. Lì dove c’è intento divino c’è sicuramente buona azione. Ogni cosa è in ordine, equilibrata e segue una meccanica perfetta. Ma il caos soggiace, come un fantasma, sempre pronto a riapparire e a rimettere in discussione il tutto, poiché la fragilità fa parte di ogni condizione umana, politica e sociale.

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Donne combattenti di Kobane

Ciò che colpisce particolarmente di questo libro è il potere affidato alle donne che si ribellano, alla loro forza e alla loro collaborazione anche a costo della propria vita. La speranza è sempre per un mondo diverso e migliore, non solo per i propri figli, ma che per i figli degli altri. I Testamenti celebra sicuramente la lotta femminile e riporta con forza all’attualità del momento, ma a livello di continuazione storico-narrativa era realmente necessario?

Margaret Atwood, I Testamenti, trad. Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2019

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