Nuovo Scisma: viaggio nella frattura poetica di Ilaria Palomba

Un giorno arriva lo scisma. Tutto ha inizio con una caduta. I palazzi si rovesciano, sguardi rapaci e avidi scrutano intorno, mentre nella mente riaffiorano i ricordi della casa dei nonni. Un estremo atto simboleggia il lampo divino, poetico, che squarcia il terreno. L’umano corpo si frantuma. Le poche briciole rimaste si affidano alla brezza estiva. È lo scisma della carne e dello spirito. Cosa ci sarà dopo? Black-out.

Scisma è la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba, edita da Les Flâneurs Edizioni, casa editrice pugliese che si distingue per le sue qualità editoriali. L’opera rappresenta una filatura postuma dei ricordi, dopo centottantotto giorni di degenza trascorsi all’Unità spinale del CTO di Roma. 

La raccolta si divide in otto sezioni, ciascuna introdotta da citazioni letterarie: Ingresso, Abbandono, Coscienza, Assenza, Pietà, Frantumi, Ricomposizioni, Scisma. L’autrice ripercorre quei giorni come un diario poetico già in frantumi: nell’immobilità del ricovero, la poesia si impone, urla, spinge, superando ogni frattura. 

John William Waterhouse, Miranda e la tempesta

La scrittura di Ilaria Palomba diventa una ricerca del disordine e del dolore. Non è importante ricomporre, ma scavare negli anfratti dello scisma. Ogni crepa è un mondo che genera un nuovo caos: Mi sveglio nella foschia del dolore./Quale parte di me è rimasta? (Giorno 1).

La nuova identità nomade, creata nel giorno zero, vaga errante all’interno di  un “corpo disabitato”. Sono finiti i sogni, sono finiti i giochi, probabilmente sono finiti i viaggi. La prospettiva di una paralisi apre le porte all’infelicità eterna. Occorre vagare ancora, per frantumare silenzi e pensieri. L’errante irrisolto, alla fine, qualcosa trova: Chi mi cerca trova crepe. Attanagliata da ricordi e desideri infranti, anche tu dirai: Ho sofferto ma ora basta. Il corpo obbedisce all’infinito (Giorno 16).

Il trionfo della morte sulla vita si trasforma in trionfo della perdita sul dolore. Cosa si può recuperare dopo lo scisma? L’azione è compiuta. Come può la lentezza della quotidianità competere con l’impeto del gesto eterno? Forse,  rimarrà solo la semplicità di un corpo che tenta di sopravvivere nella Bellezza: […] mi trucco perché uscirò/non importa se stasera o tra sei/mesi – forse anche dieci – uscirò/e non avrò dolori che non siano/l’intimo dolore di aver perduto (Giorno 18).

John William Waterhouse, Santa Cecilia

Le parole di autori come Louise Glück, Amelia Rosselli, Fernando Pessoa, Thierry Metz, Francesco Scarabicchi, Alejandra Pizarnik, Paul Celan, Carlo Michelstaedter, fanno da cornice letteraria ai giorni che passano: Forse sono capace/di amare soltanto/i morenti (Giorno 58). In questa raccolta poetica la letteratura diventa un bisogno carnale, fondendosi con le necessità del corpo. I libri non sono natura morta ma presenze vive e indispensabili. Sono amore, rifugio, protezione: […] Ho voglia/di rivedere i miei libri, di toccarli./Tornare a Hölderlin, Proust,/nella ruota del tempo,/dove tutto ha avuto fine/e iniziare daccapo a tremare, e a/credere (Giorno 61).

In questa trasfigurazione di anima e corpo, dove i giorni si perdono in un ospedale che diventa come un Paradiso dantesco, la protagonista di questi poemetti cerca di recuperare la sua dimensione umana, in una lotta senza fine, come quella di Sisifo. Più si avvicina all’umano, più questo si allontana. 

Visioni, buio, vertigini: Non si torna indietro dalla visione. Il mondo è un lontano ideale. L’ideale si trasforma in mondo interiore. Perdita? Salvezza? Resta intatto il mosaico scomposto del sé. L’umano non sarà mai troppo umano: Guardami, non ho più/nulla di umano./Resta,/ho paura del buio (Giorno 72).

“Vuoto” di Ilaria Palomba: un libro dell’altrove

Di fronte a questa normalità disumana, la follia è una via di fuga, un tentativo estremo di urlare: Il vostro mondo non mi sta bene, non lo accetto, lo rifiuto, non voglio viverci! Ma se urlerete una volta, sarete condannati a tacere per sempre, altrimenti c’è la contenzione, lì, pronta, ad aspettarci a braccia aperte. Soffri? Soffri abbastanza?

Il bello di quando iniziamo a leggere un libro è l’incognita del viaggio che ci aspetta. Spesso il titolo può essere una guida o anche un nemico, come nel caso di Vuoto di Ilaria Palomba. Titolo secco, dalle prospettive senza troppe interpretazioni, che conduce il lettore verso un percorso di amore/odio.

Iris, la giovane donna, è protagonista di un romanzo di deformazione che tocca vertigini e abissi. Senza apparenti coordinate di scrittura, l’autrice tesse le trame invisibili dell’inconscio di tutti i personaggi. Abile chirurga, viviseziona anime e corpi. Nulla sfugge alla sua psiche presente nel mondo reale, ma anche attenta a quell’altrove di cui si fa abile scrutatrice. Sì, Vuoto è un libro dell’altrove e dell’inapparente.

Nel racconto di Vuoto, tutto quello che vediamo ha un doppio. Un doppio che a sua volta diventa specchio, prisma, mosaico, fino a diventare una nebulosa impercettibile all’occhio umano. Tutta la potenza negativa e positiva della mente è qui, tra queste pagine che risucchiano il lettore in un monologo a tratti devastante, a tratti vertiginoso. In certi momenti, tutto si fa buio. Il lettore non ha coordinate e si deve necessariamente abbandonare all’ebrezza di un potente flusso di coscienza.

Come si arriva a sopportare il vuoto? Soprattutto, cos’è questo vuoto in cui quasi tutti i personaggi si inabissano, placidamente? Potrebbe avere le sembianze di una melma quotidiana o di un ideale inarrivabile. Potrebbe essere la nausea di corpi che si trascinano nella vita o la complessità contemporanea di un sistema sociale asfittico e violento. Potrebbe essere il nulla che appartiene all’uomo dalla sua nascita? Potrebbe essere il vuoto di Ilaria Palomba condizione per esistere, resistere e distruggersi per poi rinascere? Il Vuoto come ciclo intermittente, che ci accompagna nel mistero della vita?

La sofferenza, la malattia mentale, la depressione, il suicidio, l’inaccettabilità, i traumi infantili, gli stupri, la psicosi, gli psicofarmaci: tutti tabù della nostra società che Ilaria Palomba scopre, senza fare sconti. Fatti reali? Invenzione letteraria? Cosa importa. Qui è la scrittura a parlare e a farsi corpo offerto all’indifferenza.

Con la depressione la nostra civiltà ci ha fatto i soldi, se sei felice diventi pericoloso. Ci vorrebbero tutti depressi e incatenati, possibilmente suicidi, per poi amarci da morti. Facile così. Delirare il mondo, non partire e non concludere, eludere la depressione – la riflessione su di sé che conduce al senso – farsi eco, non suicidio.

In questa “apologia della rivolta” all’interno di una società umiliante e soffocante, Iris trova il modo di riavvolgersi. Così gli inverni non sono eterni inverni e i deliri possono rifiorire, anche se appassiti.

Ilaria Palomba, Vuoto, Les Flâneurs Edizioni, 2022.

I sogni recuperati di Nina. Il nuovo lavoro di Adelia Battista per la Libreria Dante & Descartes di Napoli

Le edizioni della Libreria Dante & Descartes di Napoli tornano a pubblicare una nuova opera letteraria a cura di Adelia Battista, dal titolo Nina. Vico Storto Concordia, 10.

Il testo si pone l’intento di recuperare la memoria storica e sociale che soggiace, abbandonata, nei nostri archivi. Infatti, quasi mai accade che qualcuno la restituisca al pubblico per farla rivivere.

Nina nasce proprio da questi sotterranei bui e impolverati. Un funzionario scopre che nei sotterranei del Reale Albergo dei Poveri giacciono centinaia di fascicoli sotto le macerie del terremoto del 23 novembre del 1980. È l’archivio del Tribunale di Napoli: I fascicoli racchiudevano i destini di tante creature e costituivano la testimonianza chiave delle loro esistenze. Nelle relazioni di magistrati, poliziotti, psicologi e assistenti sociali, affioravano, scritte a mano, storie di povertà e tristezze familiari, ma anche di solidarietà e di speranza.

Le archiviste, Rossana e Raffaella, si battono affinché questi documenti e queste storie, rimaste nascoste per anni, vengano finalmente fatte conoscere. Ed è qui che subentra Adelia Battista, riportando in vita, su carta, la storia di Nina, un’orfana napoletana dalla vita travagliata.

Siamo nei popolari vicoli napoletani, dove odori, brusii, esistenze, si mescolano e si sorreggono. Rosa, la nonna di Nina, riesce ad avere in affidamento le due nipoti. La donna è il simbolo del sacrificio e della dedizione famigliare, ma anche della lotta e del coraggio. Fa la lavandaia e il suo lavoro stabile le permette di avere sulle spalle il peso dell’intera famiglia. Rosa è anche l’incarnazione della semplicità e di una estrema carità.

I genitori di Nina, Carmela e Nicola, rappresentano l’amore sbagliato, tradito, violentato. La morte della madre Carmela segna la perdita e accentua, in Nina, il senso incolmabile della mancanza materna e della solitudine: Da quando Carmela non c’era più Nina aveva cantato poche volte. «Per cantare ci vuole il cuore contento», diceva e lei contento il cuore non l’aveva.

Nicola Bottone è un uomo di malaffare. Questo germe velenoso, di zoliana memoria, sembrerebbe condizionare anche le vite delle future figlie: «Nonna, ma i sogni da dove vengono?», chiese Nina un giorno con un tono nervoso nella voce. «Da ‘o cielo! Da dove se no?», rispose Rosa. La ragazza la guardò sbigottita. “E perché il cielo mi manda un sogno accussì brutto?”, meditò. Per fortuna così non è stato. Il presentimento, che nasconde la “vergognosa” paura della non amata, dell’orfana, viene cancellato dall’amore di Rosa, interrompendo il circolo vizioso del male ereditato.

Ciò che colpisce di questa storia recuperata è sicuramente la giustizia terrena, che sembra fare sempre il suo corso. L’affidamento inaspettato delle nipoti di Rosa e il carcere per le malefatte di Nicola Bottone fanno sperare in una società migliore.

La storia di Nina, recuperata dalla memoria degli archivi del Tribunale di Napoli, emerge con forza e delicatezza. La scrittura sussurrata di Adelia Battista fa entrare il lettore in una dimensione quasi onirica, seppur la trama sia impregnata di realismo napoletano.

Durante la lettura, iniziata e terminata in treno, durante il solito viaggio mattutino per recarmi a scuola, mi ha fatto rivivere le atmosfere di Napoli, con le sue infinite contraddizioni. Un libro sinestetico, delicato e “misericordioso”.

Adelia Battista, Nina. Vico Storto Concordia, 10, Libreria Dante & Descartes, 2021.

Le foto sono immagini di repertorio relative al Terremoto dell”80 che ha colpito duramente la Campania.

Quando il carcere femminile ferma la fantasia: L’Università di Rebibbia di Goliarda Sapienza

Sapienza con le amiche ex detenute di Rebibbia al Circolo Mondoperaio di Roma (Fonte: «La Repubblica», 26 febbraio 1983)

Prima di iniziare a leggere un libro, ho l’abitudine di sfogliarlo, più volte. Lo faccio inconsapevolmente, forse con il desiderio di stuzzicare maggiormente la lettura o semplicemente sentire l’odore delle pagine. In quello sfogliare, quasi frenetico, capto frasi, parole, come se un vortice di lettere mi inglobasse nel suo nulla.

L’Università di Rebibbia, della “scandalosa” e incompresa Goliarda Sapienza, colpisce da subito. Non solo per il titolo. Capiamo, sin dalle prime pagine, che l’autrice non si nasconde. È lei, Goliarda, la protagonista di queste “sudicie” pagine di memoria all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Sì, pagine sudicie, maleodoranti, disturbanti.

Ma che ci fa la scrittrice, l’attrice, la poetessa, all’interno di un carcere? È tutto vero? Finzione narrativa? No. Goliarda Sapienza in carcere ci è stata veramente, all’età di 55 anni, con l’accusa di ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. In sintesi, aveva rubato dei gioielli a un’amica. E in quegli anni, la povera Goliarda non se la passava bene, a causa di gravi difficoltà economiche che spesso si abbattano sui visionari e sulle menti alternative.

In questo viaggio tormentato all’interno di un carcere, con la sua narrazione, Goliarda sfiora quasi il paradosso. La sua scrittura non teme la staticità e la reclusione. Si fa più viva, soprattutto nei dialoghi e nei linguaggi, che l’autrice coglie e trascrive. Penna viva, poliedrica, sensibile, che percepisce ogni sentimento, movimento, corpo, anima. Tant’è che avverte quasi la necessità di mettere un freno a tanta inaspettata vivacità: Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.

All’interno di questo spazio sconosciuto, dove nulla arriva all’esterno – mi riferisco quantomeno all’epoca in cui il testo è stato scritto – , dove la “noia se taja cor cortello”, Goliarda si muove come una nota stonata. Lei è diversa. Ha un aspetto da benestante, parla bene l’italiano e si esprime con concetti che vanno al di là della semplice e facile condensazione del quotidiano: Non si sfugge alla propria classe. Lo scarto che si crea tra privilegiati e abbandonati è quasi incolmabile: Ma la mia persona appare di poco interesse in questo calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa. Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, dagli ambienti fin dalla culla, protetti fin da bambini dal bisogno vero restiamo anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio.

E così, in un mondo che ti costringe continuamente a cercarti un posto, una collazione all’interno della società, un ruolo, una faccia, una maschera, e nonostante questa ricerca spasmodica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo è sempre più privo di identità, il carcere diventa il luogo della predestinazione: Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare «la tua identità», come si usa dire da qualche tempo.

Goliarda scopre un microcosmo nuovo, che ribalta tutta la conoscenza del mondo e della società fuori. Un microcosmo che unisce e obbliga alla convivenza in ambienti claustrofobici vite diverse, vite al margine, vite complicate, disperate, annullate: […] la brama delle cose necessarie per sopravvivere è così esasperata qui dentro che ti fa sentire (al confronto di quelli che vengono a trovarti) una vera bestia solo ansiosa di pezze per coprirti e bocconi da ingoiare voracemente.

Il carcere diventa per l’autrice – forse per disperazione, forse per insurrezione socioculturale – un luogo nuovo, dinamico, ricco di varietà culturali, di convivenze linguistiche e religiose, sfiorando, forse, una eccessiva idealizzazione: Si insinua nella mente una speranza, speranza incerta, forse menzognera ma viva: in questo luogo arriva – anche se per vie traverse – l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvie all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori. Nel momento in cui scrive queste parole, Goliarda Sapienza non è un personaggio ben visto, a causa dei suoi pensieri troppo liberali o troppo avanti per l’epoca. Il padre, fortunatamente, non le ha mai permesso di frequentare la scuola fascista, optando per lo studio a casa. Sua madre, Maria Giudice, è stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino. Il suo libro più discusso, L’arte della gioia, è stato pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2000, a causa delle tematiche ritenute troppo scandalose per l’epoca.

L’Università di Rebibbia, per Goliarda, è il libro del riscatto. Lei, intellettuale benestante, riscopre “l’università cosmopolita [di Rebibbia] dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo”, alla faccia del mondo fuori dove oramai non si impara più nulla, se non l’arte di obbedire alla massa e a una politica che perde sempre più il controllo sui corpi sociali più deboli, trascurandoli o gettandoli tra quattro mura, senza cura del diverso, del fragile, ignorando la miseria a favore di un equilibrio perverso, fatto di apparenze e false credenze: Vieni, Renato, e portaci la libertà! O una bella morte serena… la vedo: un grande angelo azzurro e d’oro col tuo viso, Renato, che scende piano piano, ci raccatta insieme e cantando ci porta su in cielo!

Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi, 2016.

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