stringo tra le mani la tua ultima fatica letteraria. 203 pagine dense, in attesa di essere scoperte. So che questo viaggio tra le tue parole non sarà semplice, né privo di pericoli. La tua scrittura così analitica, lucida, a tratti ipnotica, crea un vortice affascinante nel mare della quotidianità.
Cosa mi spaventa? Il tuo raccontare che al tempo stesso è menzogna, autenticità e tentativo di imitare gli idoli letterari. Poiché questo tuo modo di narrare spinge a inventare dubbi. Ed è tra queste fessure che la poesia, come lucida perla tra scorze terrestri, rimane protetta. A tal proposito, la Pizarnik riecheggia, profeta del dolore e della Poesia: Tu scegli il luogo della ferita / dove dicemmo il nostro silenzio. /Tu fai della mia vita / questa cerimonia troppo pura.
In queste ore, in questi giorni, percorro Purgatorio come una viandante. Non cerco strade, ma silenzi, vuoti, dolore. Cerco una non via di fuga, un anfratto nel quale rifugiarmi, dove la musica di Saint-Saëns risuona, vibrante e solitaria.
Quasi da subito, penso che Purgatorio costituisca una costola di Vuoto. Richiami, ponti tra le pagine, ricordi. E forte è il desiderio di veder fuoriuscire una terza costola, chissà, nel futuro delle tue invenzioni e ispirazioni. Un triangolo perfetto, quindi, o una sorta di Ciclo del sogno.
Tra le frasi che compongono la vastità di questo libro, tra le tante citazioni che ho segnato, pagine che ho riletto, emerge un corpo nuovo. Un corpo disabitato, fallimentare, dilaniato, scisso, preso in prestito o di scarto, raffermo, scorticato, insomma, il corpo di un’altra. E capisco quando dici che si torna a nuova vita, come se fossimo in debito verso questa vita stessa. È la sensazione di chi torna a riabitarsi. In questo ritrovarsi perdendosi, tu hai creato nuova materia letteraria. E sembra quasi di toccarla, questa pasta dura, scura, ostile, impenetrabile.
L’idea di questa lettera mi è venuta in corso di lettura, dalle lettere che integrano il romanzo. Ho scritto sempre sui tuoi lavori, in forma critica. Questa volta, su questa tua nuova costola letteraria, ho avuto l’esigenza di esprimere diversamente il mio pensiero. Che così resterà, sincero e intimo.
Mariella
Il dipinto è Paesaggio con lanterne di Paul Delvaux (1958)
A chi rivolgi il tuo lamento, cuore? Così scriveva Rilke in una poesia del 1914. È questa la domanda che oggi rivolgiamo a un Cesare Pavese immaginario, ancora vivo tra i morti, fantasma accanto alle nostre letture e ai nostri pensieri. A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?
Questa stessa domanda anima Hotel Roma (Gallimard), il libro che lo scrittore francese Pierre Adrian dedica all’ultima estate di Cesare Pavese. Adrian si mette sulle tracce del poeta, cercando di decifrare quel lamento urlante e al contempo silenzioso che lo tormentò, fino al 27 agosto 1950, quando Pavese si tolse la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma a Torino.
Quella di Adrian è una ricerca nel dolore di Pavese, nel suo lacerante vizio di essere al di fuori della sua epoca e al tempo stesso radicato in una scrittura metamorfica e nuda. Una scrittura frenetica e ossessiva che per anni ha tenuto Pavese in bilico tra pulsioni accecanti e abissi interiori. Un viaggio, quello di Adrian, che parte da Torino, città simbolo della vita di Pavese, ma anche di un’assenza, di un oblio che sembra aver inghiottito il ricordo del poeta.
Torino conserva il fascino di un passato letterario, ma il tempo ha trasformato i luoghi, spogliandoli della loro memoria viva. Nei caffè storici come l’Elena o nelle librerie come La Bussola, dove un tempo aleggiava la presenza di Pavese, oggi solo l’immaginazione di Adrian riesce a evocarlo. Torino, la sua Torino, sembra aver dimenticato l’uomo che vi ha trovato sia la sua vocazione sia la sua fine.
Tra i capitoli più commoventi emerge il ricordo legato all’esilio di Pavese a Brancaleone, in Calabria, dove arrivò ammanettato e senza scorta il 3 agosto del 1935. Lo scrittore fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: scambiava lettere con Battistina Pizzardo, militante del partito comunista.
Nonostante la delusione e l’umiliazione, Pavese venne accolto in Calabria affettuosamente. Ancora oggi è possibile visitare la sua camera, dove il custode, Carmine, si occupa quotidianamente di quel luogo ormai fantasma.
Anche la camera numero 346 dell’Hotel Roma di Torino è ancora lì. Conserva la tragedia del tempo nella sua immutabilità, con il telefono di bachelite appeso al muro e la carta da parati vintage. Una stanza che è ormai un santuario del dolore.
Hotel Roma è dunque il racconto di un viaggio non solo fisico ma anche interiore, in cui Pierre Adrian si mette in ascolto della sofferenza di Pavese, non per comprendere fino in fondo le ragioni del suo gesto, ma per celebrarlo. La scrittura di Adrian è delicata, quasi amicale, come se Pavese fosse un compagno di strada, una presenza costante nel suo viaggio di scoperta. Il tono pacato e misurato della narrazione conferisce al libro un passo leggero, che si lascia sfiorare con la stessa dolcezza con cui un ricordo sfuma dalla memoria.
E quella domanda iniziale, A chi rivolgi il tuo lamento, cuore?, rimane aperta, forse destinata a non trovare mai una risposta definitiva.
Cesare Pavese devint l’écrivain de mes trente ans sans doute parce que je ne cherchais plus de maître à penser mais seulement un ami pour me tenir compagnie. J’acceptais le monde, désormais, et avais renoncé à le transformer.
Nella rentrée littéraire francese di fine agosto 2024, Amélie Nothomb torna con il suo nuovo romanzo L’impossible retour (Albin Michel).
In quest’opera, l’autrice esplora nuovamente il Giappone, intraprendendo un insolito viaggio di ritorno nell’Impero del Sol Levante. È accompagnata dall’amica e fotografa Pep, elemento disturbante della narrazione, in quanto la donna incarna il perfetto cliché della turista occidentale in Giappone: anziché approfondire l’essenza storica e culturale di questo affascinante paese, la donna è più interessate alle mode e alle tendenze più recenti.
Kinkaku-ji
Il romanzo si apre con una nota nostalgica e malinconica. Tokyo, la città che la protagonista aveva eletto come dimora per la vita, il suo paese sacro e tanto amato, diventa in realtà solo lontano ricordo. Parigi, la città in cui è riuscita a restare verosimilmente a lungo, ha finito per prevalere.
Questo viaggio diventa così un modo per sfuggire all’inerzia e al dolore accumulati negli ultimi tempi, a causa della pandemia, della morte del padre e della guerra in Ucraina. Tornare in Giappone diventa così un placido conforto.
Sono trascorsi undici anni dal suo ultimo viaggio nel Sol Levante. Sebbene abbia trovato Kyoto e Nara come le ricordava, Tokyo, al contrario, ha subito delle profonde trasformazioni. I ricordi non riescono a prendere vita tra quelle strade nuove, edifici imponenti, quartieri ricostruiti. Diversamente da quanto accade al tempio delle campane di Nara: lì, i ricordi del passato restano custoditi come un baule dimenticato in terra straniera. E custodita è anche la lingua giapponese, imparata sin dall’infanzia, lingua che sarà non solo comunicazione quotidiana ma anche espressione di sentimenti profondi.
Ryoan-ji di Kyoto
Al Ryoan-ji di Kyoto, un tempio buddista noto soprattutto per il suo giardino zen di pietre, il luogo metafisico si fa estensione dell’anima, dove il buon gusto raggiunge il suo culmine estetico. Il vuoto che il giardino evoca fa da cassa di risonanza per sentire il mondo così com’è. Non ci sono fronzoli, tumulti interiori, pensieri erranti: solo il vuoto come apoteosi dello stupore e della vita.
Mentre il viaggio volge al termine, emerge un senso di fallimento. L’autrice non è riuscita a vivere pienamente in questo paese. Ha così perduto un luogo amato, e il tentativo ha rivelato solo l’impossibilità di un ritorno che, da eterno, si fa sempre più inaccessibile.
La bellezza provocatoria del Kinkaku-ji, il tempio d’ora evocato nel romanzo di Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, si fa riflesso letterario. La sola contemplazione non basta, perché umilia, in quanto l’uomo non può rendersi partecipe di tale bellezza.
Nous sommes appelés, je crois, à peupler de plus en plus le monde, nous qui avons perdu un lieu aimé, à quelque titre que ce soit, et qui avons tenté de le retrouver, pour découvrir l’impossibilité du retour.
Era un pomeriggio strano quando avevo tra le mani l’antologia letteraria francese del ‘900. Ogni tanto mi capita di sfogliarla per non perdere il gusto della letteratura nel tempo. Rileggo così, un po’ per caso, un estratto de La Nausée di Sartre e di quando Antoine Roquentin si trova davanti alle radici di castagno. Ho sentito immediatamente quelle parole attraversarmi come una verità a me ancora sconosciuta, martellandomi per giorni e giorni. Ho dovuto ammettere a me stessa di non aver mai letto quel libro, anche perché i libri non si devono leggere per forza. Arrivano così, all’improvviso ti chiamano, per una ragione. Com’è successo a me.
Compro il libro ma mi scontro subito con la realtà: non potevo leggerlo nell’amore e nel silenzio di “una stanza tutta per me”. Ero continuamente in giro per impegni scolastici. E così è iniziato questo mio viaggio nel quotidiano, in compagnia de La Nausée di Sartre.
[…] je vais au hasard, vide et calme, sous ce ciel inutilisé.
I giorni passano e sento che in questo libro, una banale edizione di Poche, l’unico ordine possibile sembra essere quello cosmico, in cui ogni essere respira, vive e muore. Esattamente come stavo facendo io – respiravo e vivevo. Lo sguardo di Sartre sul mondo è uno sguardo lento e dolce, che segue il tempo dei gesti, delle azioni e delle parole. Lo stesso sguardo di cui avevo bisogno io per perdermi, lontana dal vizio di quella quotidianità dolce e spietata.
[…] les choses sont tout entières ce qu’elles paraissent – et derrière elles… il n’y a rien.
La Nausée va letto nei ritagli di vita quotidiana, nei luoghi meno indicati per la lettura: su un treno chiassoso, in un bar con la tv accesa, nella pausa pranzo tra colleghi rumorosi, al mare in piena estate, in un’estranea camera d’albergo. Molti si aspetterebbero di leggerlo nel silenzio di una stanza confortevole, ma cosa ci racconterebbe? Questo libro va letto, ripeto, mentre semplicemente si esiste, mentre un’ape in un parco interrompe lo scorrere della prosa, mentre una cameriera al bar ci chiede se desideriamo altro. Perché questo libro è così. Deve insinuarsi in noi, nella nostra esistenza fatta di fratture, intermittente e malridotta. Ho provato, così, a farmi accompagnare da La Nausée in alcuni momenti della mia vita. E quando distoglievo gli occhi dalle pagine, il mio sguardo sul mondo si faceva diverso. Io stavo diventando diversa. La Nausée montava anche in me, come un fatto organico normale.
J’existe. C’est doux, si doux, si lent. Et léger.
Un libro lo iniziamo perché ne abbiamo bisogno. È lui a cercarci, in qualche modo. Ci incontra, entra in noi e, spudoratamente, ci cambia. Eppure, c’è qualcosa in questo libro che ancora mi sfugge. Il momento in cui la nausée sale e perché. Momento sempre inatteso e misterioso.
En ce moment même – c’est affreux – si j’existe, c’est parce que j’ai horreur d’exister.
Questa è la storia della lettura di un libro. Perché un libro non si legge soltanto. Mentre lo leggiamo, il libro vive, viaggia, lavora, pensa, si riposa. Questa è la storia di un libro che non ha preso pace, perché non ha avuto il conforto del silenzio di una stanza caldamente illuminata. L’ho letto in una fase impegnativa della mia vita e ha vissuto con me gli alti e i bassi del quotidiano. E così, a fine lettura, il libro ha l’odore dei momenti vissuti e s’intravede quel giallo che col tempo si intensifica. Il giallo dello sporco dei giorni e della sua misteriosa e incombente nausea esistenziale.
Je ne possède que mon corps ; un homme tout seul, avec son seul corps, ne peut pas arrêter les souvenirs ; ils lui passent au travers. Je ne devrais pas me plaindre : je n’ai voulu qu’être libre.
Sapienza con le amiche ex detenute di Rebibbia al Circolo Mondoperaio di Roma (Fonte: «La Repubblica», 26 febbraio 1983)
Prima di iniziare a leggere un libro, ho l’abitudine di sfogliarlo, più volte. Lo faccio inconsapevolmente, forse con il desiderio di stuzzicare maggiormente la lettura o semplicemente sentire l’odore delle pagine. In quello sfogliare, quasi frenetico, capto frasi, parole, come se un vortice di lettere mi inglobasse nel suo nulla.
L’Università di Rebibbia, della “scandalosa” e incompresa Goliarda Sapienza, colpisce da subito. Non solo per il titolo. Capiamo, sin dalle prime pagine, che l’autrice non si nasconde. È lei, Goliarda, la protagonista di queste “sudicie” pagine di memoria all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Sì, pagine sudicie, maleodoranti, disturbanti.
Ma che ci fa la scrittrice, l’attrice, la poetessa, all’interno di un carcere? È tutto vero? Finzione narrativa? No. Goliarda Sapienza in carcere ci è stata veramente, all’età di 55 anni, con l’accusa di ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. In sintesi, aveva rubato dei gioielli a un’amica. E in quegli anni, la povera Goliarda non se la passava bene, a causa di gravi difficoltà economiche che spesso si abbattano sui visionari e sulle menti alternative.
In questo viaggio tormentato all’interno di un carcere, con la sua narrazione, Goliarda sfiora quasi il paradosso. La sua scrittura non teme la staticità e la reclusione. Si fa più viva, soprattutto nei dialoghi e nei linguaggi, che l’autrice coglie e trascrive. Penna viva, poliedrica, sensibile, che percepisce ogni sentimento, movimento, corpo, anima. Tant’è che avverte quasi la necessità di mettere un freno a tanta inaspettata vivacità: Fermare la fantasia. Ripeto questa frase nella mente come al tempo della scuola quando si mandava a memoria una poesia che non si capiva. Io che ho fatto uno strumento della fantasia, che l’ho studiata tutta la vita per acuirla, liberarla, renderla agile il più possibile, mi trovo ora a doverla uccidere come si farebbe col peggiore dei nemici. Eppure è così. Da questo momento essa mi può essere maligna.
All’interno di questo spazio sconosciuto, dove nulla arriva all’esterno – mi riferisco quantomeno all’epoca in cui il testo è stato scritto – , dove la “noia se taja cor cortello”, Goliarda si muove come una nota stonata. Lei è diversa. Ha un aspetto da benestante, parla bene l’italiano e si esprime con concetti che vanno al di là della semplice e facile condensazione del quotidiano: Non si sfugge alla propria classe. Lo scarto che si crea tra privilegiati e abbandonati è quasi incolmabile: Ma la mia persona appare di poco interesse in questo calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa. Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, dagli ambienti fin dalla culla, protetti fin da bambini dal bisogno vero restiamo anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio.
E così, in un mondo che ti costringe continuamente a cercarti un posto, una collazione all’interno della società, un ruolo, una faccia, una maschera, e nonostante questa ricerca spasmodica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo è sempre più privo di identità, il carcere diventa il luogo della predestinazione: Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare «la tua identità», come si usa dire da qualche tempo.
Goliarda scopre un microcosmo nuovo, che ribalta tutta la conoscenza del mondo e della società fuori. Un microcosmo che unisce e obbliga alla convivenza in ambienti claustrofobici vite diverse, vite al margine, vite complicate, disperate, annullate: […] la brama delle cose necessarie per sopravvivere è così esasperata qui dentro che ti fa sentire (al confronto di quelli che vengono a trovarti) una vera bestia solo ansiosa di pezze per coprirti e bocconi da ingoiare voracemente.
Il carcere diventa per l’autrice – forse per disperazione, forse per insurrezione socioculturale – un luogo nuovo, dinamico, ricco di varietà culturali, di convivenze linguistiche e religiose, sfiorando, forse, una eccessiva idealizzazione: Si insinua nella mente una speranza, speranza incerta, forse menzognera ma viva: in questo luogo arriva – anche se per vie traverse – l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvie all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori. Nel momento in cui scrive queste parole, Goliarda Sapienza non è un personaggio ben visto, a causa dei suoi pensieri troppo liberali o troppo avanti per l’epoca. Il padre, fortunatamente, non le ha mai permesso di frequentare la scuola fascista, optando per lo studio a casa. Sua madre, Maria Giudice, è stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino. Il suo libro più discusso, L’arte della gioia, è stato pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2000, a causa delle tematiche ritenute troppo scandalose per l’epoca.
L’Università di Rebibbia, per Goliarda, è il libro del riscatto. Lei, intellettuale benestante, riscopre “l’università cosmopolita [di Rebibbia] dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo”, alla faccia del mondo fuori dove oramai non si impara più nulla, se non l’arte di obbedire alla massa e a una politica che perde sempre più il controllo sui corpi sociali più deboli, trascurandoli o gettandoli tra quattro mura, senza cura del diverso, del fragile, ignorando la miseria a favore di un equilibrio perverso, fatto di apparenze e false credenze: Vieni, Renato, e portaci la libertà! O una bella morte serena… la vedo: un grande angelo azzurro e d’oro col tuo viso, Renato, che scende piano piano, ci raccatta insieme e cantando ci porta su in cielo!
Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi, 2016.
Lo ammetto. Per un po’ di tempo non mi sono presa cura dei miei fiori, delle mie piante. Ci passavo davanti, notavo la terra secca, bisognosa di acqua, le foglie rinsecchite assumevano colori tetri, cupi, i moscerini iniziavano a volteggiare dispettosamente intorno agli steli. Riuscivo a innaffiare solo il bonsai. Non so perché. Forse per il fatto che vive in casa con noi. Nonostante la fragile cura, anche lui iniziava a perdere le sue foglie. Lo capiva che erano attenzioni distratte, stanche, disamorevoli. La rottura della normalità è una bestia feroce. Mi mancava fotografare la vita, le città, il movimento. Poi un giorno mi accorgo che, tra gli steli del ciclamino, ci sono delle gocce nascoste. E allora capisco che anche quella vita poteva essere fotografata, Quella vita fatta di tante minuscole particelle che, il più delle volte, non chiedono niente a nessuno. E se qualcuno si dimentica di loro, piangono di nascosto, dove tu non puoi vederle, e lentamente muoiono, senza chiederti nulla. Però, se guardi bene, lì dove devi usare le mani per spostare le foglie marce, c’è nuova vita che spunta. E silenziosamente cresce ciò che di nulla ha bisogno, mentre PJ Harvey e Nick Cave hanno sostituito clacson e voci di città.
I can’t get down and I won’t get down / And stay all night with thee / For the girl I have in that merry green land / I love far better than thee / And the wind did howl and the wind did blow.
Da poco fresco di stampa, I Testamenti di Margaret Atwood si propone come sequel a Il racconto dell’Ancella, pubblicato nel 1985. Nello sfogliare le pagine il lettore si accorge subito di trovarsi dinanzi a un libro diverso dal precendente, che si presenta come una raccolta di testimonianze ben catalogate e numerate. Un documento, dunque, che allontana l’idea di fiction e avvicina il lettore all’idea di reperto storico raro. Le voci narranti sono affidate a Zia Lydia, Agnes e Daisy, che si incontreranno/scontreranno nelle vicende di Gilead, attraverso le loro storie personali e i loro punti di vista diversi. Zia Lydia rappresenta l’autorità e la forza espressiva che ne deriva. Agnes è la voce dell’innocente che cresce a Gilead, con una dottria rigida che le modella la coscienza. Daisy, invece, vive in Canada ed è il punto di rottura, l’anello mancante che serviva al Mayday per distruggere Gilead. Saranno proprio le tre donne a provocare, consapevolmente e inconsapevolmente, la caduta del regime.
Contrariamente a quel che potresti pensare, mio lettore, Gilead ha conosciuto la bellezza. Perché non avremmo dovuto desiderarla?
ph. Svetlana Bulatova
Sono passati molti anni da quando l’ancella Offred è riuscita a varcare il confine di Gilead, portando con sé Baby Nicole. La neonata più ricercata del mondo è diventata un simbolo del paese e del nuovo regime. I bambini vengono cresciuti con la paura di fare la fine di Baby Nicole, quindi di essere portati altrove, in un mondo non protetto, peccatore e sconosciuto. Un mondo che non è sicuro e puro come Gilead eche offre, agli occhi di chi vi abita, benessere, bellezza e protezione.
In questo nuovo scritto della Atwood siamo dentro la mente di Gilead. Nel suo modo di vivere e di gestire l’economia e la società, le relazioni e i rapporti famigliari, siamo dentro al suo modo di pensare, nel suo credo, nella sua filosofia. Siamo nella mente del ‘mostro’, all’interno dei suoi meccanismi complessi, perversi e contraddittori. Siamo all’interno di tutto ciò che ancora non si sapeva su Gilead.
La mia vita avrebbe potuto essere molto diversa. Se solo mi fossi guardata attorno, se avessi capito la situazione. Se solo avessi fatto le valigie in tempo, come fece qualcuno, e avessi lasciato il Paese.
ph. Lauren DeCicca
Gilead è uno stato mentale. È come un morbo che ti corrode la libertà, i sentimenti, le emozioni, al servizio di un ideale, al servizio del Paese. Le figure più penalizzate sono le donne, costrette a subire in silenzio, private della loro libertà, dei diritti conquistati nella storia, private dell’arma più forte: della parola. Non solo le ancelle vivono in una condizione di violenza continua, ma anche le mogli dei Comandanti, imbellite di piacevole apparenza, sono costrette a tacere e a morire, spesso in circostanze misteriose. Questo fa capire che la donna, a Gilead, non gode di status privilegiati, ed è soltanto un mezzo istituzionale – le mogli dei comandanti – o riproduttivo – le ancelle.
Stiamo costruendo una società coerente con l’Ordine Divino – una città posta sopra un monte, la luce delle nazioni – e agiamo spinti dallo spirito di carità.
Tutto è giusto, tutto è caritatevole a Gilead. Lì dove c’è intento divino c’è sicuramente buona azione. Ogni cosa è in ordine, equilibrata e segue una meccanica perfetta. Ma il caos soggiace, come un fantasma, sempre pronto a riapparire e a rimettere in discussione il tutto, poiché la fragilità fa parte di ogni condizione umana, politica e sociale.
Donne combattenti di Kobane
Ciò che colpisce particolarmente di questo libro è il potere affidato alle donne che si ribellano, alla loro forza e alla loro collaborazione anche a costo della propria vita. La speranza è sempre per un mondo diverso e migliore, non solo per i propri figli, ma che per i figli degli altri. I Testamenti celebra sicuramente la lotta femminile e riporta con forza all’attualità del momento, ma a livello di continuazione storico-narrativa era realmente necessario?
Margaret Atwood, I Testamenti, trad. Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2019
Ascoltavo The End imparando a memoria i movimenti delle labbra di Jim. Il primo uomo, l’ultimo uomo. Nello specchio c’era un volto e poi nulla.
Ci sono libri che ti fanno pensare alla musica subito, anche se sfogliandoli, toccandoli o semplicemente guardandoli ti suggeriscono silenzio o bolle di sapone. Quanto può essere contraddittorio avvicinarsi a un libro? Disturbi di luminosità non è un romanzo. Non perché lo dice l’autrice all’inizio. Gli autori sui loro libri raccontano tante cose. In questo caso è il lettore ad essere pienamente coinvolto nella scelta del “genere” che sta leggendo. E il pensiero migliore, quando si chiude l’ultima pagina, è: grazie a Dio possiamo anche non parlare di generi.
Il testo di Ilaria Palomba ha la forma di un enorme, strabordante flusso di coscienza. In quest’inconscio malato, sfuggente e oscuro, si viaggia a velocità altissime o si resta fermi, in una stasi che alterna vuoto e dolore. Questa schizofrenia di condizione può essere, a volte, anche piacevole.
Voglio lavorare con i matti perché voglio salvare la mia follia. Non voglio confondermi con chi ce la fa. Voglio restare sul bordo. E imparare dal margine. A non scivolare.
A tratti il testo potrebbe apparire come un manifesto dei giorni nostri, in cui la spettacolarizzazione dei corpi, dell’amore nudo, delle perversioni, dei giochi psicologici, si fanno dottrina per continuare a sopravvivere, per essere presenti, in ogni modo, a costo di ogni sembianza. Sotto lo scorrere naturale delle parole, dove ogni pensiero sembra logicamente incastrarsi per frantumarsi al capoverso successivo, si avverte uno strato filosofico che riporta tutto all’ordine, in cui l’essere abbraccia il proprio nulla pur di continuare nell’eccezionale routine della vita.
Con riservata bellezza, Disturbi di luminosità dipinge le fragilità del corpo contemporaneo: l’amore estremo, la droga, la paura, il disagio. Poiché tutto ha un senso nella poesia dimenticata di questo mondo che spesso non ci appartiene.
La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole, caduta silenziosa, coscienza incosciente. Desiderare fino alla morte l’amore senza darlo. E fa paura, tutto questo sentire e non sentire mai, nel buio profondo, una caverna di spettri, incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro.
-> EVENTO: Disturbi di luminosità verrà presentato a Matera presso la Libreria Mondadori il 2 Marzo alle 18:30.