Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū: l’essenza dei samurai tra tecnica e vita quotidiana.

Parlare oggi dei leggendari samurai e delle loro antiche tradizioni può risultare complesso. L’immaginario collettivo, infatti, è spesso dominato da cliché e falsi miti. Tuttavia, esiste una preziosa controtendenza che mira a riscoprire la vera essenza di queste figure, restituendo loro una memoria storica più autentica e culturalmente accurata.

In questo contesto, le koryū (古流), le antiche scuole di arti marziali tradizionali giapponesi, svolgono un ruolo cruciale. Queste scuole, ancora esistenti, si dedicano alla preservazione e trasmissione delle tradizioni del passato. I loro maestri continuano a studiare e a perfezionare antiche tecniche di combattimento, e talvolta emergono nuove scoperte che arricchiscono il cammino dei praticanti.

Tra le koryū ancora attive spicca la Sekiguchi-ryū, le cui origini risalgono al periodo Edo. Fondata nel 1598 da Sekiguchi Yarokuemon Ujimume Jushin, la scuola ha attraversato i secoli sotto la guida di diversi clan, che ne hanno influenzato lo stile e l’evoluzione. Oggi, il maestro Toshiyasu Yamada è il 17° sōke (宗家), ossia il caposcuola della Sekiguchi-ryū. Grande appassionato di antiquariato e studioso del giapponese antico, Yamada è costantemente alla ricerca di documenti storici da decifrare e condividere con gli interessati. È anche uno dei pochi a possedere copie dei preziosi manoscritti legati al lignaggio della Sekiguchi-ryū sviluppatosi nella regione di Awa.

Grazie a Yamada è stato possibile tradurre in giapponese moderno e in inglese il Manuale da combattimento della Sekiguchi-ryū (関口流一騎勝負合之心得之事), che è stato poi tradotto e commentato in italiano dal Maestro Maurizio Colonna, il quale detiene la licenza Menkyo Okuden all’insegnamento della SKR, rilasciata dallo stesso Yamada. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

Il Manuale è in realtà un piccolo vademecum per i soldati principianti. Offre infatti una serie di consigli pratici da adoperare sul campo di battaglia, ma anche sull’equipaggiamento da indossare e sul materiale accessorio da portare in battaglia. 

La prima parte si concentra sulle tattiche di guerra da utilizzare a corpo nudo o sul cavallo, da soli o in gruppo. Rilevante, nell’introduzione, è il principio del metsuke: All’inizio della battaglia un numero di [di soldati] di entrambi gli eserciti si incrocia sul campo. La maggior parte dei soldati più giovani che cercano di prendere parte allo scontro è troppo esagitata. Di conseguenza essi saranno uccisi immediatamente, senza neanche poter attaccare. Dovrete focalizzarvi su una sola persona, anche se ci sono un milione di soldati di fronte a voi. Questo è il metsuke. Dovete rammentarlo. 

Nella seconda parte troviamo indicazioni su come portare la lancia sul campo di battaglia e a cavallo, su come estrarre la spada quando si è a cavallo e su come equipaggiarsi. Questi ultimi paragrafi sono fondamentali per scoprire quali tessuti si preferivano all’epoca. Si prediligeva infatti il lino al cotone o il sarashi (tipico tessuto bianco usato per cingere il torace). Era uso comune utilizzare più strani di lino a seconda delle variazioni meteorologiche durante la giornata. 

Documento autentico per gentile concessione del Maestro Yamada

La terza e ultima parte è decisamente la più curiosa ed è quella che ci svela le abitudini dei samurai sul campo di battaglia. Il bagaglio doveva contenere sicuramente una bottiglia d’acqua, un piccolo stendardo per identificarsi, stoffa sfusa, corde, sottomaniche. Importanti sono anche i set per l’incenso per tenere lontani gli insetti e gli elisir in caso di emergenza che hanno ricette segrete. Inoltre, sono indicati anche dei cibi da portare con sé, come riso bollito essiccato, pesce essiccato, umeboshi per quando si è assetati e il pepe per quando è inverno. 

La lettura di questo Manuale catapulta il lettore in un tempo leggendario. Ogni pagina riporta alla luce la storia autentica dei samurai, evocando un’epoca in cui il gusto della polvere si intrecciava all’odore dei fiori di ciliegio, simbolo per eccellenza della caducità dei guerrieri. Inoltre, questo Manuale rappresenta un diario di stile di vita recuperato e ci fa comprendere come, nel pieno senso della cultura giapponese, ogni dettaglio non ha solo un senso estetico ma anche pratico. E la praticità per i samurai è strettamente connessa anche alla vita. Una spada indossata male o non ben legata, uno strato di tessuto di troppo, una mossa avventata o addirittura uno sguardo posato male possono costare la vita. Infine, non va dimenticato il profondo significato che il combattimento aveva per i samurai: una dedizione totale all’onore della propria casa e del daimyō, il signore a cui erano legati.

Non fa differenza combattere

da leone o tigre.

Se è per la patria,

anche la vita del guerriero

e’ accolta tra gli dei.

(Hiroyasu Koga)

Oltre il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese: “Onibaba” di Rossella Marangoni, tra mito, mistero e storia

È difficile trovare in Italia libri sul lato più oscuro del Giappone. È più facile commercializzare prodotti che risaltino l’inconfondibile estetica nipponica,  siano essi oggetti, libri, costumi. C’è chi, fortunatamente, non si arrende e ci prospetta punti di vista che aprono scenari diversi. Anche in questo caso possiamo parlare di diritto all’informazione. È giusto che del Giappone ci arrivi soltanto la sua facciata più curata ed attraente?

Rossella Marangoni, studiosa del Paese del Sol Levante da numerosi anni, si lancia nella mirabolante impresa di voler tracciare con Onibaba (Mimesis Edizioni, 2023) le origini del mostruoso femminile nell’immaginario giapponese, contestualizzandolo nelle varie epoche. Un lavoro che richiede conoscenze in ogni campo: nella lingua, nella  storia, nella letteratura, nella società, nella religione e nella mitologia giapponese. L’esplorazione di tutti questi campi – che si evince anche dalla corposa bibliografia – rende lo studio solido e affidabile.

Già nell’accurata prefazione sono tante le domande che l’autrice si pone: Cosa spaventa nella donna, cosa minaccia? Perché è così massiccia la presenza di mostri femminili nel folclore giapponese? Sono forse l’incarnazione di paure malcelate, di arcaici timori di cui non ci si è mai liberati? (p. 10). Per dare una risposta a tutti questi interrogativi, bisognerà andare alle origini del mondo antico giapponese, quando il Giappone ancora non esisteva, del quale sappiamo poco, perché mancava la scrittura e quando la scrittura è arrivata, probabilmente, era già troppo tardi per evitare contaminazioni infauste con la vicina Cina. Ne è la dimostrazione lo stesso Kojiki (712 d. C.), uno dei libri più antichi sulla mitologia nipponica, nel quale Izanami, divinità femminile, passa dal dare la vita al dare la morte, peraltro con ferocia: Nel Giappone antico la donna è regina sciamano, la donna è imperatrice, la donna ha un ruolo fondamentale nella ritualità legata al culto dei kami, la donna gestisce il potere politico, militare e religioso. Poi tutto sembra precipitare, come una palla che, lasciata andare lungo un pendio, acquisendo velocità, si abbatte rovinosamente sul cammino delle donne: è la fine (p. 17).

Probabilmente questa lenta discesa della figura femminile agli inferi è da ricondurre proprio alla filosofia del sacro che arriva in Giappone con il confucianesimo e il buddismo. Successivamente anche lo shintoismo farà la sua parte. A partire, quindi, dall’VIII secolo, i numerosi scambi con la Cina rendono il Giappone un paese sempre meno aperto nei confronti della donna e dei suoi diritti. Fioccano così, nel corso del tempo, mostri femminili di ogni tipo: Kijo (orchesse), Kuchisake Onda (donna dalla bocca tagliata), Nukekubi (mostro femminile dal collo staccabile), Yukionna (donna di neve), Shitanagabaasan (essere mostruoso in forma di vecchia cannibale dalla lingua lunghissima).

Nei sette capitoli successivi all’introduzione, Rossella Marangoni traccia l’intero immaginario femminile che attraversa il Giappone nei secoli, dal cui studio emerge una desacralizzazione della figura femminile a favore di una confortevole mostruosità che ha posto le basi per una solida società patriarcale nipponica di stampo filocinese. Una società che, ahimè, continua, seppur con delle migliorie, fino ai giorni nostri.

La ricerca dell’autrice si rivela di notevole importanza, dal momento che mancava nel panorama nazionale italiano uno studio di tale portata. Ci fa comprendere, anche, che la mitologia, così come la percepiamo oggi, non è mero racconto fantastico. Anzi, le contraddizioni del Giappone vanno cercate proprio lì, in quell’immaginario fantastico che nasconde un pericoloso mondo reale in cui tutto della donna è mostruoso: dalla fecondità al desiderio, dal concepimento alla gravidanza. La verità è che dietro donne-serpente e donne di neve, si nasconde la paura dell’uomo di perdere la propria egemonia sulla società, sempre più soffocata da univoche visioni maschili. 

Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese è dunque un lavoro che scardina alcuni cliché sul Giappone e ci restituisce uno di quei volti che tutt’oggi si tende a non mostrare. Nonostante i progressi, l’apertura all’Occidente e alle nuove visioni della democrazia, il Paese del Sol Levante continua a proteggere le proprie profondità, le quali saranno, probabilmente, sempre inaccessibili. Ed è forse questa la nostra vera attrazione e il suo intramontabile fascino. 

Yukio Mishima: tra eleganza e brutalità in difesa della cultura

È l’8 luglio del 1853 quando le ‘Navi nere’ (kuro fune, ribattezzate così dai giapponesi per sottolinearne la minaccia e la pericolosità) del commodoro Matthew Perry si ancorano alla baia di Uraga, Tokyo. L’intento degli americani è quello di infrangere il sakoku, un editto che proibiva agli stranieri l’ingresso e limitava gli scambi commerciali alla Cina e ai Paesi Bassi. L’anno successivo, nel 1854, Perry vi ritorna con il doppio delle navi. Lo shōgun Tokugawa Iesada accoglie tutte le richieste degli americani, aprendo così le proprie frontiere e segnando l’apertura del Giappone all’Occidente.

L’episodio rappresenta un ricordo indelebile nella storia dei giapponesi e uno spaccato storico non indifferente, che apre il grande dibattito tra modernizzazione e occidentalizzazione del Paese: quali sono stati gli effetti di questa apertura? A cosa è andato incontro il Giappone? Cosa voleva dire essere e sentirsi giapponesi?

A queste domande, Yukio Mishima risponde con la raccolta di saggi La difesa della cultura, pubblicato nel 2020, per la prima volta in Italia, da Idrovolante Edizioni, e tradotto da Silvio Vita e Romano Vulpitta.

Perché questi scritti sono così importanti? Grazie ad essi, conosciamo più a fondo l’uomo Mishima, il Mishima politico, l’uomo che si divideva tra la via della penna e la via della spada, scegliendo quest’ultima, attraverso una rappresentazione estrema della sua morte, avvenuta il 25 novembre 1970, tramite il seppuku che molti, all’epoca, giudicarono di aver portato indietro il Giappone di duecento anni.  Infatti, il modo con cui Mishima morì e l’occupazione dell’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, con i membri più fidati del Tate no Kai la lui fondato, provocò disonore alla comunità giapponese e per anni l’argomento venne considerato un tabù. Ci volle del tempo per riflettere e dare una spiegazione a quanto successo.

La difesa della cultura rappresenta una raccolta fondamentale per capire cosa motivò Mishima a spingersi così oltre, oltre la tradizione stessa. Si è parlato di fanatismo, di estremismo, di nazionalismo efferato. In realtà, Mishima viveva un vero e proprio disagio esistenziale, “qualcosa si è rotto” scrive, legato alla perdita di tradizione, intesa come insieme di valori e di simboli di unità del popolo, e ricerca di un ideale e di sacralità: Le passioni sono inaridite […] Che tempi siano piuttosto quelli in cui viviamo dovrebbe essere un assoluto enigma, ma ciò nonostante traspare, potremmo dire, con una nitidezza che non lascia adito a dubbi. Perché sia avvenuto questo declino io me lo sono domandato a lungo (pp. 37-38). L’Occidente, con tutte le sue affascinanti novità, stava conquistando il Giappone. Anche Mishima ne venne stregato: vestiva in modo occidentale, prediligeva la letteratura francese, americana e inglese, era affascinato dall’Antica Grecia e si fece costruire una casa in completo stile occidentale. Quindi, Mishima era semplicemente un uomo che non aveva rinnegato il fascino delle mode in arrivo da oltremare, pur conservando dentro di sé un autentico spirito giapponese che si manifestava, in particolar modo, nei suoi scritti, nei suoi romanzi e nella pratica delle arti marziali giapponesi.

Molte pagine della raccolta sono dedicate ad ampie riflessioni sulla natura dell’Imperatore, che perde la sua origine divina, sui fatti del 26 febbraio accaduti in Giappone – che potrebbero costituire un antefatto all’occupazione dell’ufficio di Mashita da parte di Mishima -, sui fatti della Cecoslovacchia, sulle rivolte studentesche, sulla poesia e sul teatro.

L’ultimo scritto, Una promessa che non ho potuto mantenere, chiude la raccolta. Il testo, elaborato pochi mesi prima della sua morte, viene considerato il suo testamento politico e spirituale. L’ottimismo iniziale dell’uomo d’azione, impegnato a difendere la propria cultura a favore di una cultura nazionale, lascia spazio a un pessimismo senza ritorno: Riflettendo su cos’abbiano rappresentato per me gli ultimi venticinque anni della mia vita solo ora mi stupisco del loro senso di vuoto. Non posso dire di aver “vissuto” (p. 187). La passione dei primi anni giovanili, la stessa che troviamo nei romanzi della giovinezza, si appassisce. Il principio di lotta perde il suo senso primario. Mishima è stanco: Io la vita non riesco ad amarla quasi per niente. Combattere in continuazione contro i mulini a vento, può forse voler dire amare la vita? (p. 191).

A distanza di anni, e col senno di poi, avvertiamo sottopelle le parole di Mishima. Quel destino preannunciato del Giappone, svuotato delle sue bellezze più antiche a favore di superpotenza economica, riguarda tutti noi. Forse una morte trasformata in spettacolo era necessaria per lanciare un grido, anche se nel vuoto dei tempi moderni. Un grido rimasto inascoltato, frainteso, giudicato.

La difesa della cultura potrebbe apparire un testo molto tecnico, intriso di fatti politici specifici e sconosciuti agli occidentali, soprattutto quando Mishima sprofonda in riflessioni molto personali, evocando persone e simboli. Le ricche note a piè di pagina e la cura editoriale rendono sicuramente la comprensione più agile, senza ricorrere a ricerche su Google.

Mi piacerebbe finire questa riflessione su La difesa della cultura con le parole che chiudono l’ultimo romanzo di Mishima, Lo specchio degli inganni, che segna la fine della trilogia Il Mare della Fertilità, in quanto lasciano un grande silenzio e un’impareggiabile sensazione di pace, come se ogni cosa fosse compiuta: Era un giardino pacificante e sereno, senza niente di particolare. Come un rosario che scorra tra le dita, vi regnava, assordante, il canto delle cicale. Nessun rumore al di fuori di quello. Il giardino era vuoto. Era venuto, rifletteva Honda, nel luogo del nulla, ove ogni ricordo è cancellato. Il sole estivo inondava la pace del giardino (p.238).

Yukio Mishima, La difesa della cultura, trad. Silvio Vita e Romano Vulpitta, Idrovolante Edizioni, 2020.

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