Dentro Napoli ci puoi camminare per ore, ritornare negli stessi punti e trovarli ogni volta diversi. Può succedere a distanza di pochi minuti, di giorni, di mesi, di anni. Napoli ha la grande abilità di cangiare se stessa. Lo fa con le voci, con i volti, con il cibo, con i corpi, con l’arte, con il commercio. E così i pittori la dipingono, i fotografi la fotografano e gli scrittori? In tanti hanno scritto di Napoli, ma Walter Benjamin, insieme alla drammaturga Asja Lacis, fa di Napoli filosofia, anzi, trasforma Napoli in filosofia, in un articolo che compare sulle pagine del Frankfurter Zeitung nel 1925.
Nelle città si racchiudono i segreti del mondo. La caducità fa da fantasma al progresso, alla velocità, alla competizione mondiale. Napoli, con la sua porosità, protegge nei suoi interstizi e spazi vuoti dimensioni alternative al mondo visibile: Porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare. Così le strade, i balconi, le piazze, le finestre, diventano il teatro – nel senso proprio del temine – dell’esistenza umana.
La musica si diffonde in ogni dove – non è una musica cupa, rintanata nelle coorti, ma una musica raggiante, che risuona per le strade.
Napoli, febbraio 2020
Benjamin e Lacis attraversano la città perdendosi. Ed è proprio in questo smarrimento che nascono le osservazioni delle più piccole cose e l’analisi di una dinamica camaleontica che è struttura intrinseca alla città. Una dinamica dove il lotto è motivo di guadagno e di socialità, dove i panni stesi si fanno bandiere al vento, dove i fuochi d’artificio sono l’anima popolare: La legge che regola questa vita è, ancora una volta, la porosità – legge ancora tutta da decifrare. Popolata da fantasmi, racconti fantastici, misteri, Napoli rimane in piedi come un miracolo, ma il suo scrigno resta volontariamente inaccessibile.
Diffusa, porosa, disseminata è la vita privata. Ciò che distingue Napoli da tutte le altre città ha a che fare con il kraal degli Ottentotti: ogni comportamento e affare privato è inondato dalle correnti della vita pubblica come da una marea.
Napoli, febbraio 2020
Lo sguardo nordico di Benjamin permette di captare la caratteristica della vita a Napoli, che si svolge ovunque, dove la vita diventa una vetrina: le finestre, le soglie delle case, i balconi, si fanno strada, piazza, convivenza. Tutto è legato da un enorme filo che collega l’intimo all’esterno: L’esistenza, che per i nordeuropei è la più intima delle faccende, qui a Napoli diventa un fatto collettivo, come nel kraal degli Ottentotti. Ed è in questa vasta scenografia di case e di corpi, di voci e di suoni, che si erge, incomprensibile agli occhi dello straniero, la lingua napoletana, dove il gesto, unito alla parola, è coreografia ben congegnata, ritmica e impulsiva.
Quest’importante saggio, che fissa la legge della porosità, viene riproposto in un libretto esclusivo pubblicato nell’aprile del 2020 dalla Libreria Dante & Descartes di Napoli, curato da Elenio Cicchini, grazie a un profondo scambio intellettuale con Raimondo Di Maio. Non si tratta di un semplice libro, dal momento che è anch’esso poroso, poiché vi compenetrano più elementi: l’amore per i libri, per la ricerca, per la bellezza, per Napoli. La scelta di pubblicarlo ha permesso di farci fare un viaggio più nel tempo che nello spazio, in una città che è abbandono storico, maceria nuova, rovina riscattata alla modernità, che vive di un’attrazione continua verso la bellezza fugace e porosa. Nonostante l’inquieta decadenza, Napoli non sarà mai destinata all’oblio.
Walter Benjamin, Asja Lacis, Napoli porosa, a cura di Elenio Cicchini, Libreria Dante & Descartes, 2020.
La mattina del 13 ottobre incontriamo al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza Aldo Bifulco, un insegnante di scienze in pensione, che ha aperto a Scampia il circolo di Legambiente La Gru, coinvolgendo centinaia di studenti nella realizzazione di aree verdi e aiuole.
Con Aldo ci addentriamo tra i palazzoni di Scampia, per andare a fare colazione alla “Pasticceria del Sole”, un luogo storico, che si perde tra “vicoli” urbani e soffocante cemento. Si tratta di un posto non turistico, molto frequentato dai locali, soprattutto la domenica, per fare rifornimento di dolci.
Colpisce questa zona di Scampia per gli opposti che la rendono così affascinante e misteriosa. Nonostante gli enormi palazzi che sembrano annientare la presenza umana, scopriamo che Scampia è ricca di verde e di progetti volti al recupero ambientale. Tra questi rientra Parco Maltese, dedicato allo storico personaggio di Hugo Pratt.
Il parco ricopre una superficie di 22 mila metri quadri ed è ‘protetto’ da palazzoni. Per anni è stato una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Grazie all’Associazione Pollici Verdi Scampia, il luogo viene restituito ai cittadini, in tutta la sua bellezza reinventata. Ci sono murales e fiori ovunque, è presente una zona protetta per far giocare i cani e a breve vi sorgerà anche un laghetto.
La nostra passeggiata continua per fare ritorno al Giardino dei Cinque Continenti e della Nonviolenza, diventato ormai uno dei simboli della Nuova Scampia. Fino a quattro anni fa, al posto di aiuole e murales, sorgevano sei discariche. Grazie al Progetto Pangea, anche questo luogo è stato restituito ai cittadini. Ciò che colpisce subito di quest’area sono i murales sul muro dello stadio Landieri, dove notiamo volti conosciuti, come quello di Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, e volti meno conosciuti della storia non-violenta, tra cui Malala Yousafzai (attivista pakistana attiva sin da giovanissima nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne nel suo paese), Rigoberta Menchù (esponente del movimento di liberazione degli Indios del Guatemala), Claudio Miccoli (pacifista e ambientalista, ucciso da un gruppo di neofascisti il 30 settembre 1978), Maria Occhipinti (anarchica e femminista ragusana), Marco Mascagna (ambientalista napoletano), e il volto di un aborigeno Maori.
Le aiuole del giardino sono dedicate ai cinque continenti, dove troviamo piante e fiori appartenenti a ciascun continente, arricchite da immagini di personaggi legati alla storia non-violenta, tra cui quella di Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola il 3 maggio 2014, prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
Qui incontriamo la Comunità cristiana di base del Cassano (Napoli) e alcuni suoi esponenti. Ai giorni nostri si sente parlare poco delle Comunità di base, eppure, in passato, avevano un ruolo rilevante nella comunità cristiana. Nascono nel ’68, dopo il Concilio Vaticano II, e rappresentano un vero percorso alternativo cristiano alla Chiesa istituzionale, in quanto più aperte e attente alle diversità, con una vera pratica evangelica a scopo sociale. Si tratta di comunità prive di ordine gerarchico e celebrano la messa senza prete. I loro propositi sono la laicità, l’amicizia nella comunità, attenzione alle differenze e cura degli ultimi. Le Comunità di base mirano a una piena separazione tra Stato e Chiesa e all’affermazione della laicità.
Sempre al Giardino dei Cinque Continenti incontriamo Andrea, un ragazzo di Scampia, che ha aperto il blog Dimmi di Scampia, dove parla degli aspetti culturali del suo quartiere. Il blog rappresenta una vera e propria fonte narrativa per chi vuole scoprire i nuovi volti della periferia Nord di Napoli.
ph. Giacomo D’Alessandro
Nel pomeriggio ci dirigiamo al Campo Rom di Cupa Perillo, ora Viale della Resistenza, accompagnati da Sonia Rescigno, volontaria che si dedica al campo da anni. Ci accolgono Riccardo, Cristian, Giuseppe, Angelo, Vanessa, Cristina, tutti bambini e ragazzi rom con nomi italiani. L’impatto non è stato semplice, dal momento che ci hanno letteralmente travolti con la loro energia. Sono vivacissimi e soprattutto contenti che qualcuno stesse dedicando loro del tempo. Ogni volto ci racconta una storia, che il più delle volte è rimasta silenziosa. Parlano un italiano perfetto e qualche volta si fanno scappare anche delle espressioni in napoletano, conoscono gli antichi romani e gli egiziani, amano la pizza e il calcio. Si accontentano di giochi semplici e amano lanciarsi in racconti ricchi di fantasia, con Goku spesso protagonista. Cristina, otto anni, ci parla della sua famiglia, della scuola, di cosa le piacerebbere fare da grande – l’estetista – e ci disegna un cuore.
ph. Giacomo D’Alessandro
Grazie a Sonia riusciamo a sapere di più su come vivono i Rom in questa zona di Napoli. Ricevono assistenza ai più svariati bisogni, immediati e a lungo termine. I volontari offrono il loro aiuto in termini materiali, con vestiti e cibo, ma il lavoro più grande che cercano di fare è di creare un ponte tra le due culture. Sonia ci tiene a sottolineare che anche noi abbiamo da imparare dalle loro vite e che, attraverso una relazione di fiducia, possiamo accompagnarli in un percorso di speranza verso un futuro migliore, con l’inserimento nel mondo lavorativo e scolastico, senza fare dell’assistenzialismo una condizione di vita. La gente del posto si è attivata molto per i loro diritti, soprattutto se consideriamo che i Rom di Cupa Perillo vivono riparati sotto un ponte, in baracche poco solide, circondati da una discarica e in perenne minaccia di roghi. I bambini giocano tra i rifiuti abbandonati come se fosse un’attività normale. Per noi che li guardiamo, abituati al nostro mondo ordinato e pulito, è un colpo al cuore. Viene da chiedersi com’è possibile che qualcuno permetta a dei bambini di considerare naturale vivere in queste condizioni.
Dopo appena due ore l’aria inizia a farsi pesante. La puzza della discarica, con il calare dell’umidità, si appiccica ai polmoni e ai vestiti. Quella puzza i bambini se la portano ovunque, a scuola e nelle attività ricreative, come un marchio della loro condizione non riconosciuta.
Verso il tramonto lasciamo il campo, con un velo di rabbia e di tristezza. Cristina non vuole farci partire. Si aggrappa al finestrino. Per loro Sonia è una figura importante. E come lei, gli innumerevoli volontari della Caritas, i gesuiti, le suore, che fanno rete per creare un piccolo spiraglio nelle loro fragili vite.
Anche questo secondo giorno di Trek in Scampia passa velocemente. La sensazione di ricchezza che si ha dopo ogni incontro non lascia spazio a riflessioni immediate. Scampia è un quartiere che ha fatto della perdita una fonte di ricostituzione, con il tentativo di creare un efficace modello sociale utile a chi si trova nelle stesse condizioni. Le poche risorse diponibili, prevalentemente umane, si sono rafforzate nella condivisione e nella dinamica del dono, poiché il bene offerto da un cittadino diventa privilegio della comunità. Ed è proprio questa la parola chiave che rende forte la nuova identià di Scampia: la Comunità, nel senso recuperato di koinonia, e quindi di unione, dove il singolo è una parte del tutto. Una Comunità sempre in movimento, che utilizza l’intercultura come atteggiamento mentale e l’unione come forza necessaria per ricostruire lì dove ogni cosa sembrava perduta.
Qualche tempo fa la libreria Bari Ignota aveva pubblicato sui propri canali social alcuni libretti che mi avevano incuriosita, appartenenti alla collana Cultural Tour della casa editrice Kurumuny di Calimera (Le), dedicata a viaggiatori in Puglia e Basilicata. Tra i vari titoli, mi colpisce subito il nome di Guido Piovene, che scrive di due città che mi appartengono: Bari e Matera.
Il punto di vista dell’autore vicentino, di cui ho apprezzato i romanzi Lettere di una novizia, Le Furie e soprattutto Le Stelle Fredde, rappresenta sicuramente una visione unica e originale delle due città.
I racconti dei viaggi contenuti nei libretti sono stati raccolti nel volume Viaggio in Italia (1957), che voleva essere una guida dell’Italia industrializzata negli anni del boom economico.
Una pianura arida e semidesertica a quattrocento metri sul livello del mare è improvvisamente interrotta da un baratro tra le rocce, in fondo a cui corre un torrente.
Così Piovene introduce Matera, non potendo fare a meno del suo forte impatto paesaggistico. Lo scrittore è colpito dai due volti della città, quella moderna e quasi anonima, e quella vecchia, scavata nelle rocce, probabilmente per cercare acqua.
L’impressione che danno i Sassi nel loro insieme è quello d’un presepio napoletano, ma illividito e quasi stravolto da un fondo spiritico.
Siamo lontani dalla Matera che conosciamo oggi. Lo scrittore ne parla come di un paese immerso nella sua ruralità chiusa, popolata da pastori e contadini girovaghi che non hanno conosciuto altre terre se non nella fantasia, animata dalla suggestione di luoghi ancora incontaminati e sconosciuti: […] Saverio diceva di aver viaggiato in paesi lontani senza muoversi dalla sua grotta, e infatti sapeva descriverli.
Piovene resta affascinato dai contadini lucani e ne traccia un ritratto antropologico preciso, sollevando una questione mai risolta, quella del legame interrotto tra terra e abitante lavoratore: Si incontra in tutto il Sud, ma in nessun luogo forse come in Lucania, un tipo di contadino quale si è formata nei secoli. Un essere, per così dire, fluido, indefinito, e sradicato dal paese […]. Rimaneva un perpetuo estraneo, un uomo di nessuna terra. Ciò che si fa nel Sud ha, tra gli alri scopi, quello di fornire agli uomini una patria non nominale, un ambiente nel quale possano definirsi, istituendo un legame d’affetto con i luoghi in cui vivono.
Siamo alla fine degli ’50. La questione meridionale resta ancora una piaga da affrontare. Le strategie di bonifica e scolarizzazione sono lente, l’industria fatica a insediarsi, nonostante nel resto d’Italia si parli di boom economico. Ma Piovene è fiducioso. Sa che questo paese, un giorno, diventerà una città e un vero punto di riferimento culturale per il Sud. Possiamo dire oggi che la sua visione è stata profetica?
Diverso e non meno affascinante è il punto di vista dell’autore su Bari, città commerciale già avviata, punto di approdo per scambi levantini, grazie soprattutto alla Fiera del Levante, avviata nel 1930.
La Puglia è la nostra regione in cui più si avverte l’Oriente. I baresi ricordano come una favola recente gli anni in cui gli albanesi traversano il mare carichi di monete d’oro; giacché gli albanesi allora consideravano Bari il proprio mercato e vi scendevano anche a comperare un cappello.
Lo scrittore vicentino è attratto dalla gestione commerciale della città e dai suoi abitanti il cui animo orientale resta “avviluppato in uno spesso involucro che si direbbe derivato dal Nord”. Bari è una città che spezza le convinzioni dell’epoca sul Mezzogiorno, in quanto città tipicamente commerciale e borghese, con pochissime tradizioni di aristocrazia terriera ed è paragonata, da Piovene, a Genova.
Altro carattere orientale […] è la segretezza di cui rimane ancora avvolta la vita femminile.
Piovene nota poca presenza femminile nei caffè, tra le strade, ed è “poco diffusa l’abitudine di mandare le donne a lavorare i campi”. Anche i matrimoni sembrano affidati a “trattative segrete”, fatte da intermediari: “Rimane il complesso dell’harem, senza l’antica rigidezza”.
Per chi conosce le due città oggi, è affascinante riviverle nel passato attraverso le parole di uno scrittore come Guido Piovene. Con precisione storica e lucidità letteraria, l’autore ci regala pagine di storia geografica e antropologica. Leggiamo delle nostre città e ci sembrano, stranamente, così lontane e così vicine. Tanto è cambiato. Tanto è rimasto così com’era. Questi libretti sono importanti per capire il nostro Sud, le radici, la storia che lo attraversa, le persone. E concordo con Indro Montanelli quando sosteneva che Viaggio in Italia doveva essere adottato come testo d’obbligo nelle scuole, per conoscere le pieghe delle nostre città e regioni, e affidarle così alla responsabilità critica delle nuove generazioni per rimediare e creare un nuovo Sud, che apre finalmente le sue tradizioni all’Europa, perché c’è ancora tanta bellezza da creare e da far scoprire.