Viaggio a Scampia. Prima parte

74177317_770103793438411_8009413652492845056_nQualche mese fa, nell’immensa rete di immagini che è Instagram, mi colpisce una locandina che promuove un “Trek a Scampia“. Incuriosita, chiamo uno dei numeri indicati per le informazioni. Mi risponde Giacomo D’Alessandro, l’ideatore di questa iniziativa, che propone un insolito itinerario tra le associazioni che operano a Scampia, il tutto rigorosamente a piedi. Perché Scampia non è solo Gomorra.

Credo che l’aver scoperto il post non sia stata solo una piccola coincidenza. Da tempo frequento Napoli, con lo scopo di visitarne tutti i quartieri – il prossimo è il Sanità, il rione che ha dato i natali a Totò. Scampia era, quindi, già nei miei programmi. Ero a conoscenza degli enormi cambiamenti del quartiere, pertanto lo scenario Gomorra non mi inquietava affatto. Sapevo che la Scampia violenta, neorealisticamente reinventata dalla serie tv, non esisteva più, o almeno non a quei livelli drammatici. Giacomo mi ispira subito fiducia, tant’è che, dopo un paio di giorni, prenoto subito i biglietti.

73211014_554335051986920_4650827459850141696_nTrek in Scampia prevede di scoprire a piedi il quartiere, percorrendo il tragitto che porta dalla stazione centrale alla periferia, per osservare come cambia il paesaggio urbano.

Ci incontriamo tutti la mattina del 12 ottobre davanti al Museo Archeologico Nazionale e iniziamo la “scalata” verso Scampia. Facciamo una sosta al Parco di Capodimonte, dove ci liberiamo dei frastuoni e dello smog della città. L’erba sembra il luogo idele per raccontarci e conoscerci meglio. Quando riprendiamo il cammino, il sole continua a picchiare forte. Ci lasciamo alle spalle le meraviglie del bosco reale, con il suo verde, i suoi spazi aperti e i bambini che giocano spensierati. Veniamo catapultati, quasi con violenza, in uno scenario diverso. Ci sembra di lasciare Napoli alle spalle, così lontana, così diversa. Quella Napoli cui siamo abituati, con i suoi vicoli, pizzerie, madonne, chiese, musei, librerie, caffè. La Napoli turistica e intellettuale. La Napoli di Totò, la Napoli del Napoli e di San Gennaro. La Napoli che con la sua storia ci rassicura.

Siamo su Via Miano, l’importante stradone che collega Piscinola, Miano, Don Guanella, Secondigliano e naturalmente Scampia. Non abbiamo il tempo di pensare, di riflettere. Non abbiamo il tempo di abituarci a quello scenario svuotato di ogni immagine pittoresca. Siamo subito nella periferia nord di Napoli, dove scompare per magia tutta quella poesia, a volte anche un po’ stereotipata, che accompagna i nostri sogni sulla bella Napoli. Tante macchine percorrono la strada e poca la gente che decide di muoversi a piedi, gente che parla con il tipico accento del luogo, e allora penso: sì, anche questa è Napoli. E dobbiamo prendere confidenza con questo suo volto meno conosciuto.

73239917_531372744074678_3009408598473179136_nIl sole picchia sempre forte. È un sole di periferia: secco e spietato. In quel groviglio di stradoni e ponti, imbocchiamo una stradina quasi invisibile, che ci porterà direttamente alla nostra prima tappa: al Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno, situato all’interno dei locali abbandonati del Centro Sociale Ina di Secondigliano. Si è colpiti subito dal murale che ricopre la facciata esterna e dai murales che colorano gli interni. Nella sala più grande ci aspetta Mirella La Magna, una signora di ottant’anni sorridente e ancora nel pieno delle sue energie. Quello che ci racconterà sarà importante per proseguire il viaggio e vedere con occhi più consapevoli il paesaggio sociale di Scampia.

74230421_446078866020161_1777705067101552640_nLa storia del Gridas è legata alla storia di Scampia. I suoi fondatori, Mirella e suo marito Felice Pignataro, decidono di avviare questo progetto nel 1981. Ma la loro storia inizia molto prima. Lui è pugliese e proviene da Mola di Bari. Si è trasferito a Napoli per studiare architettura. Lei è originaria del Vomero, il quartiere “perbene” di Napoli, tant’è che in casa il napoletano non si parlava affatto. Mirella si abilita presto in greco antico e non è mai stata un giorno senza insegnare. Anche se si considera una privilegiata, presto rinuncia a quello che ha avuto per intraprendere un percorso più complesso e fuori dal comune. Allontana da sé l’idea di pensare alle troppe differenze per agire esclusivamente sulle cose comuni. Anche Felice lascia i suoi studi e frequenta la Facoltà di Teologia a Posillipo. Deluso dall’ambiente, si avvicina agli insegnamenti  di Don Milani.

73155713_1436625406502564_6666903838944919552_nMirella insegna al liceo e scopre presto che proprio lì vicino alla scuola ci sono delle baracche: è il campo ARAR di Poggioreale, il più grosso insediamento di baraccopoli a Napoli, che nasce durante la Seconda Guerra Mondiale come deposito di residuati bellici. Dopo la guerra, molti approfittano di quei rottami per fare commercio e iniziano a costruire le prime baracche. Si crea così un piccolo sistema economico, con negozietti improvvisati, tirati su per vendere materiale utile alla costruzione delle baracche, ma anche negozietti per commerciare fiori, dato che il campo era in prossimità del cimitero, e piccole attività domestiche che forniscono pochi beni alimentari. Non si butta nulla al campo, neanche il letame, che veniva venduto ai contadini come fertilizzante. Siamo già verso la fine degli anni ’60. Lo Stato è ancora assente. La gente deve rimboccarsi le maniche per sopravvivere alla povertà, all’abbandono e al degrado sociale. In quel campo dove la creatività per la sopravvivenza non mancava, Mirella e Felice decidono di dedicarsi al doposcuola, e devono reinventarsi un nuovo spazio dove poter insegnare, fatto prevalentemente con materiali di riciclo. Non ci sono servizi nella nuova baracca-scuola. Bambini e ragazzi sono disposti a rinunciare alle necessità primarie pur di avere un minimo di istruzione.

75398155_489647014974335_5507735862751789056_nMirella continua a raccontarci di un aspetto importante di Scampia, da cui probabilmente partono tutti i disagi che l’hanno resa il quartiere che conosciamo oggi: l’urbanistica. Dopo il primo nucleo di case sorte negli anni ’50, nella zona in cui attualmente ha sede il Gridas, compare un secondo nucleo di case. Verso la fine degli anni ’60, nella periferia nord di Napoli, si costruivano case popolari ovunque, concepite come immensi contenitori di umanità varia, all’ interno di un contesto urbano privo di spazi aggregativi e attività commerciali. Sorgono così enormi palazzoni, simili a piccole città sviluppate in verticale. Solo case su case, case dopo case, case dentro case. Ed è la prima condizione che favorisce l’illegalità, dal momento che molti iniziano a mettere su negozi abusivi di beni primari, spinti dalla necessità. I palazzi però rimangono vuoti, perché il Comune ci mette molto ad assegnare le abitazioni ai beneficiari. 73423471_2467941029992674_8335050599632470016_nCosì alcuni, evidentemente i più bisognosi, coloro che si erano stancati di vivere nelle baracche, iniziano a occuparle abusivamente, senza che fossero ancora del tutto terminate. Poi le case occupate vengono abbandonate proprio per l’assenza di servizi e, quando i destinatari finalmente vi entrano, trovano case già degradate e ancora da finire. Si sviluppa così una sorta di invidualismo che porta gli abitanti del quartiere a curare e rifinire le proprie case ma non lo spazio condiviso. E così lo spazio pubblico non viene mai visto come un bene qda rispettare, ma come un luogo di servizio che non appartiene a nessuno.

75442896_426724724680939_8201789244885172224_nIl terremoto degli anni ’80 rimette in gioco tutto. Occorre ricostruire ciò che la natura ha distrutto. I soldi a disposizione sono tanti ma vengono gestiti illegalmente attraverso la camorra.

Scampia diventa un luogo di spaccio perfetto. Vie di fuga larghe, gente abituata all’illegalità e ragazzini senza istruzione, quindi senza aspettative di crescita o di cambiamento. Lo Stato continua a essere assente. Così passano venticinque anni senza che nessuno sappia cosa accade a Scampia. Le istituzioni vengono viste come nemiche, dal momento che non hanno mai offerto il loro aiuto. Tra il 2004-2005 la lotta tra il clan Di Lauro e gli scissionisti apre una lunga stagione si sangue e di terrore a Scampia, il cui risvolto della medaglia porterà, inaspettatamente, a un piccolo spiraglio di cambiamento e risanamento.

73342862_516421025877287_4353216595951091712_nDopo l’esaustivo racconto di Mirella, abbiamo l’occasione di parlare con un’altra istituzione di Scampia, il gesuita Fabrizio Valletti. Il suo discorso è meno storico e tecnico di Mirella. Ci interroghiamo sui bambini e giovani di oggi e sul ruolo dell’educazione, e su come avvicinarsi ai loro bisogni e necessità che spesso nascodono problematiche silenti. Valletti consiglia di capire sempre se la loro affettività accompagna la loro conoscenza, per comprendere al meglio in che modo affrontano gli eventi e quali sono i risultati sulle loro emozioni. Occorre commuovere i ragazzi, oggi più che mai.

A Scampia l’attività di volontariato è tanta, proprio per l’assenza dello Stato. Valletti propone di trasformare il volontariato in un vero progetto politico, proprio per ‘fare istituzione’. Alla fine dell’incontro, Valletti ci regala il suo libro Un gesuita a Scampia, che è una rilettura del quartiere in una chiave più positiva e di speranza, soprattutto dopo gli ultimi eventi, perché “anche a Scampia si può sognare, si può cercare di vivere insieme nella legalità e nella libertà”.

76200723_2732879276938837_5078117040116465664_nTerminata la nostra visita culturale al Gridas, ci rechiamo al Centro Alberto Hurtado, un luogo di formazione culturale e professionale, curato dai padri gesuiti, che unisce l’azione religiosa a quella sociale. Il Centro propone cineforum, mostre incontri culturali e caffè letterari. Abbiamo l’opportunità di partecipare a uno di questi caffè, in cui viene presentato il libro Dopo la pioggia le foglie sono verdi di Salvatore D’Antona, che si ispira alla storia di Claudio Miccoli, giovane ambientalista, morto in seguito all’aggressione avvenuta il 30 settembre 1978 a Napoli in Piazza Sannazzaro a opera di un gruppo di neofascisti.

73349211_461970264418514_7259286455921410048_nIn tarda serata abbiamo la fortuna di incontrare la giornalista Ilaria Urbani, dopo aver visto il suo documentario Luci sulla frontiera, con la voce narrante di Roberto Saviano. È un documentario che dà voce a cinque preti di strada che operano in condizioni a margine, il cui lavoro è spesso silenzioso, nascosto, non con lo scopo di fare notizia ma con l’unico obiettivo di salvare e ricreare. Conosciamo così Don Franco Esposito, che lavora con i detenuti del carcere di Poggioreale e che si trova spesso a gestire le loro emozioni, bisogni, necessità; Padre Antonio Loffredo, che coinvolge i giovani del rione Sanità attraverso lavori creativi, per una fantasia possibile anche nei luoghi difficili; Don Gaetano Romano, attivo nell’ex quartiere operaio di San Giovanni a Teduccio, dove si occupa di formazione dei figli delle famiglie più povere, in modo tale che l’istruzione sia davvero un diritto che garantisce il proprio essere al mondo con gli altri, nel rispetto e nella bellezza; Don Felix Ngolo, un prete che viene dal Congo, che si occupa dei ragazzi della baraccoppoli di Puteoli e ha imparato il napoletano per potersi avvicinare alle persone in difficoltà e comunicare nella stessa lingua; e infine l’anziano Padre gesuita Domenico Pizzuti, da sempre vicino alla comunità rom e alla sua integrazione nel tessuto napoletano.

73204021_532641450859653_5002207942745784320_n(1)Dalle loro testimonianze scopriamo che “l’illegalità ti entra talmente nella testa che non ci fai più caso”, rendendo difficile il lavoro di rottura di una “normalità violenta” e il lavoro di antistigma nei confronti dei detenuti che, una volta fuori, non hanno molte scelte, dopo che il carcere ha tolto loro ogni affetto e speranza d’amore. “Se cambiamo il nostro pensiero e il nostro linguaggio possiamo aiutare la gente”: sono questi i propositi che dovrebbero spingere a ripensare la narrazione delle periferie difficili, maggiormente esposte alla criminalità. Più periferie umane ed esistenziali, quindi, dove la cultura diventa l’ottavo sacramento e dove “il futuro è anche il diritto a sperare nel futuro”.

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